La fotografia di Werner Bischof, poesia struggente di una bellezza muta

Storie di fotografie oggi ci propone un’immagine scattata da Werner Bischof, le cui fotografie hanno fatto il giro del mondo. Le sue figure e i suoi paesaggi in bianco e nero sono di una poesia struggente. Il suo obiettivo principale era quello di far vedere la realtà così com’è davvero, risvegliando l’interesse e la sensibilità dell’osservatore per le altre culture. Con il suo particolare linguaggio fotografico, Bischof fa presa sul pubblico. Non fotografa le fiamme di un incendio ma i volti spaventati della gente. Le sue fotografie sono di una bellezza “muta”.

In questa rubrica di ArteVitae, Edmondo Di Loreto ogni settimana ci propone una fotografia. Di questa, ci racconta la storia che in essa vive per sempre, con la spiccata sagacia che lo contraddistingue. Lo fa raccontando le particolari situazioni ed i fortuiti eventi che l’hanno generata. Analizza cosa ha indotto il fotografo ad immortalare quel momento unico ed irripetibile, rendendolo cosi immortale. La rubrica prende spunto dall’attualità, da particolari ricorrenze, ma anche da circostanze curiose piuttosto che eventi storici.

Il 16 maggio 1954 muore in Perù in un incidente stradale, a soli 38 anni, Werner Bishof. Fotografo d’arte e testimone degli emarginati, fu uno dei primi fotoreporter della storia. Documentò l’Europa del dopoguerra e la caduta del colonialismo. “I miei occhi si aprono; imparo a vedere”. Con questa frase Bischof illustra, alla fine degli anni quaranta, il suo passaggio dalla fotografia di moda a quella del fotoreportage. Un salto mentale ed emotivo dallo scintillante mondo del lusso e delle passerelle a quello crudo e desolante della guerra, delle carestie, della solitudine.

Bischof ha saputo abbinare l’aspetto documentaristico a quello estetico e si è sempre definito un “autore” e non un fotografo che forniva semplicemente del materiale da pubblicare sulle riviste. Lavora, all’inizio degli anni quaranta, come fotografo di moda per la riviste culturali svizzere, poi intraprende un viaggio attraverso l’Europa devastata dalla guerra. Fotografa Berlino, Dresda, Varsavia. È diventata famosa l’immagine spettrale dello scheletro del Reichstag di Berlino, incendiato, ma ancora in piedi.

In Svizzera punta il suo obiettivo sugli emigrati italiani alla ricerca di un lavoro, ma anche sui rifugiati politici in fuga dal fascismo. L’esperienza della guerra lo segna come uomo e come artista. Dimentica le leggiadre figure femminili avvolte in eleganti stoffe e scopre il dolore e la sofferenza. Bischof  ha sempre fotografato “persone senza storia”, esseri umani colpiti da un destino crudele e soprattutto molti bambini, grandi protagonisti della sua fotografia. “Guardandoli si può cogliere il significato della società”, diceva. Il fotografo svizzero diventa così il testimone dei perdenti e degli emarginati. Cambia temi ma mantiene intatto ilo suo amore per la perfezione tecnica, per la ricerca delle simmetrie, per la luce che nelle sue fotografie ha quasi del mistico.

Una delle ultime e forse più famose immagini, risale al maggio del 1954: un bambino peruviano nei pressi di Cuzco, cappellino in testa, sacco in spalla e sandali ai piedi, passeggia sul bordo di una scarpata lungo il fiume Urubamba. Qualche giorno dopo, il 16 maggio di 63 anni fa, Werner Bishof muore precipitando con l’auto in un burrone. Nove giorni dopo sua moglie Rosellina darà alla luce il loro secondo figlio; lo stesso giorno in cui Robert Capa muore in Indocina saltando su una mina.

Werner Bishof

 

Gallery Werner Bishof
Edmondo Di Loreto

Edmondo Di Loreto è nato a Roma nel 1956 e vive tra Puglia e Abruzzo. Fotografa, con passione ondivaga, dall’età di 7 anni. Ha viaggiato in tutto il mondo ed ha realizzato numerosi reportage. Nel 1994 ha vinto il concorso nazionale di foto-reportage Petrus World Report.  Nel 2004 ha ricevuto il gran premio della giuria al concorso del Touring Club Italiano sulle case rurali “Alta Definizione della campagna Italiana”. Nel 2006 è stato uno dei 5 autori selezionati per il Premio Chatwin: Camminando per il mondo con due video, un racconto ed un portfolio fotografico sui popoli del fiume Omo in Etiopia, esposto a Genova presso il Museo del Castello d’Albertis.

 

E’depositario e curatore dell’archivio storico fotografico familiare che comprende oltre 10.000 immagini in lastra e negativi ed ha donato parte di tale materiale al Museo del Territorio di Foggia che lo espone in pianta stabile. E’ socio del FotocineClub Foggia BFI EFI  del quale è stato anche vicepresidente e con cui ha allestito varie mostre personali e numerose collettive. Con Elio Carrozza e Giovanni Torre ha promosso il progetto Anime Salve legato alla questione delle migrazioni che, con una mostra e due volumi fotografici, sta girando l’Italia. Ogni volta che può, promuove la fotografia in  ogni sua forma e significato.

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