L’altro volto della speranza, un film di Aki Kaurismäki

L’altro volto della speranza (Toivon tuolla puolen) è il film diretto dal regista finlandese Aki Kaurismäki, vincitore dell’Orso d’Argento alla Berlinale 2017. Visto per noi da Daniela Luisa Bonalume.

di Daniela Luisa Bonalume

L’altro volto della speranza (Toivon tuolla puolen) – Film Drammatico di Aki Kaurismäki. Finlandia, 2017 durata 98 min. Consigli per la visione +13 (un cuscino comodo).

Si entra nella sala pieni di speranze, il titolo autorizza a questo: L’altro volto della speranza. Il film è tra quelli premiati al Festival di Berlino. Orso d’argento per la regia. Una trama rintracciata in rete spiega che, nonostante la drammaticità del tema trattato, è un lungometraggio pieno di ironia e di positività.

‘The Other Side of Hope’ Press Conference – 67th Berlinale International Film Festival. ‘

La pellicola si apre con un incontro di sguardi in un garage. E’ abbastanza chiaro che i due avranno modo di rivedersi, durante i 90 e rotti minuti di durata del lungometraggio. Si fa tesoro di questo messaggio e si comincia ad attendere questo benedetto incontro. Invece il regista sceglie una strategia differente. Informa sulle vite parallele dei due protagonisti. Informa anziché coinvolgere.

L’altro volto della speranza è un film sull’emigrazione mediorientale in Finlandia. Il Paese è tra i più democratici e progrediti d’Europa, e questa pellicola ne vorrebbe essere testimonianza. Tuttavia, il linguaggio adottato da Aki Kaurismäki invita all’emigrazione già dopo i primi venti minuti. Non solo le storie non decollano, ma suscitano un senso di frustrazione nello spettatore, a causa dei lentissimi tempi della narrazione. Tempi epocali, direi, che hanno persino indotto alcuni spettatori ad una temporanea narcosi, per superare almeno il tratto introduttivo delle due singole vite.

Ciò che sembra emergere circa il tema trattato, è la straziante solitudine ed il tragico abbandono che investe i personaggi coinvolti. In realtà nessuno è soddisfatto della piega che prende la vita di ognuno. Entrambe le categorie cercano di risolvere la negazione nella quale sono caduti. Sia i profughi che gli autoctoni. C’è chi è infelice per dramma e chi lo è per noia. Ma il linguaggio emotivo scelto dal regista de L’altro volto della speranza è assimilabile alla temperatura del suo paese natio. Tutto si svolge senza un sussulto. La recitazione non trascina in nessuna empatia, neppure un trio di naziskin che minaccia uno dei due co-protagonisti riesce a suscitare un ipotetico clima di tensione.

L’altro volto della speranza – Alcune scene del film

La storia, che invece avrebbe offerto molti momenti di autentico rapimento, si dispiega come se fosse una cronaca stampata su un rotolo da rotativa. Piatta, nero su bianco, senza nessuna sfumatura apprezzabile. Sakari Kuosmanen, l’attore principale, finlandese, interpreta il ruolo del magnifico risolutore delle problematiche altrui, in un paese nel quale, alla fine, delinquere è facile quanto bere un caffè, ed altrettanto facile è violare gli archivi di Stato e gabbare tutto il sistema della Security. Qui, lo spettatore, fa un sorrisetto sardonico e pensa “tutto il mondo è paese”.

Scegliere di emigrare dalla Siria in Finlandia è un grande atto di coraggio. Infatti, Sherwan Haji, nei panni dell’altro protagonista, ci illumina sul fatto che non era proprio un suo desiderio finire ad Helsinki, ma è stata una congiuntura astrale. Vi si è trovato suo malgrado, la destinazione doveva essere diversa.

L’altro volto della speranza, comunque, si presta a più letture. Per esempio, è percepibile quanto sia possibile, per due persone sbandate, nobilitarsi vicendevolmente mettendo sul piatto la parte migliore di sé. E’ percepibile quanto sia possibile scegliere di abbandonare una strada percorsa per anni, per poi riprenderla con una consapevolezza piena e volitiva. E’ percepibile quanto sia possibile inseguire un sogno di libertà per liberare qualcun altro, e una volta raggiunto l’obbiettivo, decidere che la propria vita abbia raggiunto il proprio scopo.

L’altro volto della speranza è un film impegnativo. Per forma e contenuto. La forma richiede un costante impegno per rimanere vigili. Il contenuto, invece, una apertura mentale discretamente ampia, affinché non ci si faccia sfuggire l’unica cosa che conta. La fortuna di esistere in una parte della terra che consente la vita.

L’altro volto della speranza – Trailer

 

Note biografiche sull’autrice

Daniela Luisa Bonalume è nata a Monza nel 1959. Fin da piccola disegna e dipinge. Consegue la maturità artistica e frequenta un Corso Universitario di Storia dell’Arte. Per anni pratica l’hobby della pittura ad acquerello. Dal 2011 ha scelto di percorrere anche il sentiero della scrittura di racconti e testi teatrali tendenzialmente “tragicomironici”. Pubblicazioni nel 2011, 2012 e 2017.

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