Il tesoro di Vivian Maier

di Alessandra Bettoni

C’è tempo sino all’8 gennaio per vistare la mostra “Vivian Maier. Nelle sue mani”, la retrospettiva sulla tata fotografa allestita all’Arengario di Monza. Una produzione fotografica notevole fa da contorno ad una donna dalla personalità forte ed enigmatica, a cui il destino, per un soffio, sottrae il riconoscimento in vita della sua arte. Buona lettura!

John Maloof impegnato nella ricostruzione storica del materiale di Vivian Meier

Siamo nel 2007 e l’allora agente immobiliare John Maloof sta lavorando alla stesura di un libro sulla storia degli abitanti di Portage Park, una comunità nel Northwest Side di Chicago, dove un paio di anni prima aveva comprato casa. L’editore a cui si rivolge per la pubblicazione accoglie positivamente il progetto, ma richiede all’autore di includere nel libro una cospicua quantità di immagini d’epoca del quartiere in questione che John comincia subito a ricercare. In circostanze del tutto fortuite, durante la sua ricerca, il giovane scrittore si imbatte in una casa d’aste locale e per poco meno di 400 $ acquista una scatola di negativi scattati nella Chicago degli anni ’60.

Il contenuto di quella scatola porta alla luce il talento fotografico di Vivian Maier (1926-2009), di professione tata per le famiglie dell’alta borghesia di Chicago, rimasto sconosciuto per più di mezzo secolo ma che oggi fa di lei una fra le più grandi ed enigmatiche “fotografe di strada”. Come lo stesso Maloof afferma: “Ciò che è cominciato come un progetto personale ha ben presto suscitato l’interesse del pubblico e mi ha portato a dedicarmi all’archiviazione e alla conservazione della vasta opera della Maier.

Per ammirare questa incredibile produzione fotografica c’è  tempo sino all’8 gennaio: la mostra “Vivian Maier. Nelle sue mani”, una retrospettiva sulla fotografa bambinaia allestita all’Arengario di Monza infatti, raccoglie oltre 100 fotografie in gran parte mai viste prima d’ora in Italia, in bianco e nero e a colori, insieme con una selezione di pellicole Super 8.

     Ho avuto l’occasione di visitarla qualche tempo fa e sino ad allora conoscevo poco dell’autrice e ancora meno della sua storia personale che mi ha affascinato, tanto quanto alcune sue serie fotografiche. Il percorso espositivo mostra uno spaccato vivido e originale della vita tra New York e Chicago ritratto con spirito curioso e uno sguardo acuto che restituisce a persone, luoghi e oggetti un’insolita armonia.

Alcune immagini scattate da Vivian a New York tra il 1951 e 1956

Vivian nasce a New York nel 1926, nel quartiere del Bronx. Trascorre la sua infanzia in Francia, paese d’origine della madre, con la quale farà rientro a New York per la prima volta nel 1939, ospitate da Jeanne Bertrand, fotografa ritrattista di talento dalla quale Vivian probabilmente attinge le prime nozioni fotografiche. Del padre invece nessuna traccia. Il successivo e definitivo rientro negli Stati Uniti avviene nel 1951: questa volta è da sola, si stabilisce prima a New York e poi a Chicago e comincia a lavorare in queste città come bambinaia per alcune famiglie benestanti.

Alcune immagini scattate da Vivian fra New York e Chicago, esposte alla retrospettiva ospitata all’Arengario di Monza

Il ritratto di Vivian Meier rivelato attraverso la documentazione del materiale vario ritrovato dal Maloof nella famosa cassa acquistata all’asta – Vivian conservava meticolosamente appunti, scontrini, lettere, ritagli di giornale, piccoli oggetti e rullini fotografici – ci restituisce l’immagine di una donna apparentemente anonima, solitaria e riservata, poco socievole, a suo modo sociopatica. Non con i bambini però, questi erano un altra grande passione per lei, adorava stare in loro compagnia. Spesso descritta come una novella Mary Poppins, per larga parte della sua vita si dedica con tocco materno ai tre ragazzi John, Lane e Matthew Gensburg, gli stessi che la soccorreranno negli ultimi anni della sua vita. “Ho fotografato i momenti della vostra eternità perchè non andassero perduti“, scrive infatti la Maier in una lettera ai “suoi” bambini, ormai cresciuti.

I bambini dimenticati di Vivian

Non ha marito né figli, sceglie di allevare quelli di altri e si nutre di una passione smisurata per la fotografia. Donna moderna e quindi complessa – “unique and awesone“, così la descrivono le persone che l’hanno conosciuta – Vivian è uno spirito libero, la sua curiosità e la sete di conoscere l’hanno guidata nei molteplici viaggi fatti nelle più disparate mete nel mondo: fra il 1951 e il 1965 abbiamo evidenza dei suoi passaggi in Canada e Sud America, in Europa, in Medio Oriente e in Asia, in Florida e nelle isole Caraibiche. Sembra proprio che la fotografia fosse il suo modo di interagire con gli altri. Colpisce il fatto che spesso pare selezionare i soggetti delle sue fotografie, perchè simili a lei, le suo foto lasciano percepire un’appassionata affinità per i poveri, forse per quella vicinanza emotiva e spontanea che sente per coloro che lottano per tirare avanti. E’ come se volesse creare un gioco di specchi tra se stessa e gli individui che riesce ad immortalare nei suoi scatti: fotografa di frequente persone sole, emarginati, disoccupati e lo fa con empatia. Questo è il punto: Vivian ha uno sguardo empatico. Il suo lavoro fotografico, seppur accurato, non è mai accademico, bensì d’immediata lettura, dotato di una sorprendente spontaneità.

Le macchine fotografiche di Vivian

Prevalentemente con la sua Rolleiflex sempre al collo, ha scattato in segreto oltre 100mila fotografie, solo in parte sviluppate durante la sua permanenza presso la famiglia Gensburg, quando può giovarsi di una camera oscura allestita nel suo bagno privato. Le piacevano le facce, le donne eleganti, le scale, i bambini, le ombre, le simmetrie, la gente di spalle e gli istanti. Le piaceva il mondo e ne adorava l’irripetibilità di ogni frammento. Quello di Vivian Maier è un caso di successo, postumo “per un soffio”. Quando Maloof acquista dalla casa d’aste la sua vastissima opera fotografica nel 2007, Vivian è ancora viva. Purtroppo i loro destini non si incroceranno. Vivian Maier morirà da lì a due anni, ignara di quanto il destino le stava riservando. Due anni infatti non sono sufficienti a Maloof per ricostruire la storia della tata fotografa e ritrovarla.

Il bagno privato di Vivian adibito a camera oscura

Nell’era del televoto, il successo della Maier viene determinato dal pubblico della rete, quando Maloof pubblica alcune di queste foto su Flickr, chiedendo agli utenti se conoscono la donna e se trovano le immagini apprezzabili. La ricerca diventa virale, le immagini vengono notate da alcuni esperti di fotografia e si conclude con la scoperta di una delle storie più sorprendenti nella fotografia del ventesimo secolo.

Un colpo del destino ha salvato quei momenti dall’oblio e li ha restituiti all’eternità.

I divi di Vivian

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