«Tu cosa fotograferesti?» Riflessioni sull’arte di Franco Sondrio; fratello, amico, fotografo.

Partendo da alcuni pensieri di Franco Sondrio, trascritti da una conversazione con l’amica Luciana Sciatà – che li ha gentilmente resi pubblici – prendo spunto per delle riflessioni molto personali sulla sua arte fotografica.

Di Francesco Galletta

Io cerco l’essenza, l’anima. Anche nelle pietre. Ho come l’impressione di riflettermi nelle mie fotografie. Ho capito tante cose di me dalle cose che faccio, ma questo non l’ho mai detto a nessuno.

Molti pensano che la fotografia sia per me una passione, invece è parte di me, del mio rapportarmi con quelli che mi circondano. E anche l’arte mi nutre, mi rigenera, mi dà nuova linfa; perché non finisce mai di sorprendermi. Franco Sondrio 2018

Con Franco Sondrio abbiamo trascorso intere giornate, settimane piene, lunghi mesi e innumerevoli anni a parlare, studiare, scrivere e vivere d’arte. Tutta la pittura del ‘400 – partendo da Antonello da Messina – e l’architettura del ‘500, sono i nostri amori comuni. Per molto tempo la fotografia ha accompagnato, in modo funzionale, le nostre ricerche. Ci ha aiutato nei rilievi, ha suggerito confronti, ha supportato i disegni.

franco sondrio_san placido calonerò, messina_agosto 2014_foto FG

Io non sono mai stato un fotografo, benché talvolta abbia prodotto qualche accettabile composizione. Da un certo momento, mi è venuto naturale disegnare alcuni aspetti della realtà piuttosto che renderli per immagine; sicuramente perché non sono mai stato abile in questo campo. Franco Sondrio invece, in un momento preciso della sua vita, nell’estate 2012, ha svoltato in modo deciso su questa strada, compiendo in pochissimi anni una crescita esponenziale.

Non sono un critico; lascio ad altri il compito di decodificare le sue fotografie se ce ne fosse bisogno, ma per aver condiviso con lui in modo quotidiano e totale quell’altra regione dell’arte, mi permetto di esprimere, con gli occhi spalancati e ingenui dell’incanto, alcune considerazioni sulla sua opera.

Ho sempre raccontato a conoscenti e amici, spesso con lui presente che se la rideva sornione, alcuni piccoli episodi vissuti insieme, con cui intendevo spiegare – come si suole dire, con parole miela sua fotografia.

Un lunedì di Pasquetta, guarda caso un primo d’aprile, eravamo da amici comuni a Messina, vicino al mare, in una casa con un gran giardino zeppo di alberi alti e piante. Decidemmo di scattare qualche foto e c’infilammo sotto un ampio arbusto, di cui non sapevamo il nome, ma con fiori bellissimi. L’illuminazione era indiretta. Ci soffermammo su un fiore con le foglie intorno. Prima fotografai io poi, spostandomi, diedi a lui lo stesso posto. Guardai la mia foto con aria schifata: era niente altro che il fiore con le sue foglie.

Mi fece vedere la sua. Gli chiesi soltanto: «Ma questa quando l’hai fatta?». «Ora, dopo di te», mi rispose.

Non riuscivo a capire cosa avesse fotografato, né come, ma era riuscito a vedere, oltre la realtà apparente, un dettaglio imperscrutabile della stessa scena che anche io avevo avuto davanti, astraendolo del tutto dal resto. Era il 2013 e credo di aver deciso, quel giorno, di abbandonare ogni velleità nel campo fotografico, ma non fui deluso della cosa perché, al contrario, ero felicissimo di avere in dono – di riflesso – la sua capacità di osservare e registrare con l’obiettivo.

Due anni dopo, andai a trovarlo a Pistoia da Forlì, come talvolta facevo per il fine settimana. Entrambi insegnavamo fuori Messina. Decidemmo di trascorrere la giornata in centro a Lucca. Al momento di entrare in piazza dell’Anfiteatro da uno dei passaggi coperti, apparve in uscita un tipo stranissimo, magro, sui sessanta anni, vestito di nero, con i capelli tutti bianchi lisciati e un impermeabile scuro tenuto al braccio come fanno i camerieri con i vassoi. Camminava in modo quasi meccanico, a scatti.

Lo vedemmo per poco meno di un attimo. Dopo aver fatto una foto velocissima, mi girai verso Franco, che mi seguiva pochi passi indietro, dicendogli: «Ma lo hai visto quello?». Lui, mostrandomi ridendo il display della macchina fotografica, rispose solo: «Ma chi? Questo?».

La mia foto era sfocata e, oltre il tizio, comprendeva tutte le persone intorno e il passaggio a volta in scuro; la sua soltanto lo strano personaggio, perfettamente a fuoco e posizionato secondo le giuste regole compositive. Franco era riuscito a essere più veloce della mia parola; aveva preceduto persino il pensiero.

In quel periodo io avevo già preso a disegnare le persone in strada, a volte seguendole, altre osservandole da un punto di vista fisso. Quella, invece, fu una delle poche occasioni in cui disegnai qualcuno a posteriori, da una foto. Era il 24 maggio 2015 e la storiella del vecchietto che usciva dall’Anfiteatro camminando a scatti, tornò spesso nelle nostre conversazioni, anche in seguito; con grandi risate.

Pure l’ultima volta, ne ridemmo. Paradossalmente. In una telefonata tra il 7 e il 19 marzo scorsi, mi disse: «Ti ricordi del tizio di Lucca? Quello della foto? Non sto bene oggi, mi sento tutto bloccato. Cammino come faceva lui, a scatti!».

Ogni tanto appaio in qualche sua foto in silhouette. Avendo bisogno di una figura umana sotto un arco, dentro un androne o vicino a una finestra, io diventavo l’uomo in controluce. «Ormai hai questo ruolo!», mi diceva. Sono entrato in diversi scatti; alcuni fra Boboli e Pitti, a Firenze, li ricordo bene, ma anche quelli a Messina, a San Placido Calonerò, per esempio, tra gli archi e le volte dell’ex abbazia in cui facemmo dei rilievi nell’estate 2014. Mi è sempre piaciuto entrare nelle sue foto in questo modo, poiché sarei stato, come gli ho sempre detto ironicamente: «Dentro un autentico Franco Sondrio!».

Un’altra volta, sempre nelle mie scorribande toscane, forse l’ultima prima del rientro definitivo all’Isola, eravamo in piazza della Signoria a Firenze seduti al gran sedile esterno della Loggia dei Lanzi, proprio sotto la testa di Medusa. Avevamo girato tutto il tempo; non ci saremmo alzati da lì neanche a pagamento, tanto eravamo stanchi. Alzarsi – anche per poco – avrebbe comportato la perdita sicura del posto. Era l’ora di punta del tardo pomeriggio e la piazza era affollatissima.

Lui aveva già esaurito la batteria della sua macchina fotografica, io avevo solo un cellulare scarso – neanche tanto touch – e c’era troppa gente persino per poterla disegnare. Allora ci venne in mente di fare un gioco: individuavamo le situazioni più strane, i personaggi più interessanti, le facce  più originali e facevamo delle foto improvvisate con il mio telefono, da quell’unico punto fisso sotto la Medusa, protetti dal Perseo.

Lui dirigeva, io scattavo: «La mamma con la bimba»; click. «I due giapponesi; dai, lei è proprio carina»; click. «Quelli devono essere americani»; ancora click. Ogni tanto ci copriva un ombrellino colorato oppure un tizio con un obiettivo esagerato, ma anche lui e lei che si baciavano a venti centimetri dal mio cellulare. Insomma, facemmo molti scatti, ma per la maggior parte inutili. In verità l’idea era che dovessero servire come base per dei miei disegni futuri, che ovviamente non feci mai. Però ci divertimmo tantissimo lo stesso!

Diverse volte mi raccontò dell’imbarazzo per le domande che gli facevano in rete sul tipo di attrezzatura che utilizzava. «Francesco, a volte non so davvero cosa rispondere; vedo che alcuni hanno certi cannoni! Cosa dovrei dire? Io le foto le faccio con questa». In effetti, Franco Sondrio fotografo ha sempre usato la sua bridge Lumix DMC-FZ20 di Panasonic, obiettivo Leica; una macchina che non lasciava mai, preferendola pure alla Nikon D3200, acquistata però neanche due anni fa. I fotografi sanno di cosa parlo.

franco sondrio_spiaggia di roccabotte, scaletta zanclea messina_agosto 2013_ph. FG

Non c’è mai stato per lui, in verità, un problema di strumento. Ha sempre costruito le sue opere attraverso la scelta adeguata del punto di stazione, il ritaglio preciso dell’inquadratura, la modulazione della luce e, in tanti casi, una fantasia infinita. Quando mi disse che diverse sue composizioni erano ottenute da oggetti comuni poggiati sul tavolo, sotto la luce zenitale della finestra della sua mansarda al mare, mi venne fuori un sorriso spontaneo.

Conosco bene quella finestra. Nella mansarda, poi, con le famiglie abbiamo trascorso momenti bellissimi. È qua, in contrada Ponte Schiavo a seicento metri da dove scrivo – da casa mia – a Briga Marina, fronte Stretto, quattordici chilometri da Messina centro. Non è, la mia, un’indicazione pignola da fanatico di Google Maps, ma il rilievo delle circostanze di pura normalità d’ambientazione in cui Franco Sondrio ha costruito molte sue opere.

Attenzione, però. Non c’è mai stato in lui neanche un problema eccessivo di post produzione. Ovviamente, come tutte le foto digitali, anche le sue hanno subito limature, ritocchi e rifiniture; ma Franco Sondrio proviene dal restauro; come me. Quando abbiamo lavorato insieme in virtuale sulle immagini dei quadri, siamo sempre stati “brandiani”, negli intenti e nei modi. Né un pixel in più, né uno in meno. Così lui nelle sue foto.

È ovvio, a questo punto – dai vari episodi esposti – che non è per il mio essere una schiappa di fotografo che emergano per contrasto le sue doti. A pensarci, non è facile ottenere al primo scatto un minimal da un fiore senza farne una macro; né che sia normale per tutti, allo stesso tempo, fissare un tizio di passaggio in una street. Franco, negli episodi che ho raccontato, del fiore e del vecchietto, ha riunito due qualità molto diverse dell’essere fotografo, con tempi di pensiero ed esecuzione comunque brevissimi. Non sono state le sue uniche virtù.

Che ci sia in Franco Sondrio la capacità di cogliere l’attimo è fuori di dubbio; che abbia sempre saputo cosa guardare e come inquadrarlo è altrettanto evidente. La lunga analisi sui dipinti lo ha certamente allenato, come mi diceva, ma è chiaro a tutti che ciò non basta, altrimenti anche io, come altri, sarei  un grande fotografo solo per aver dedicato la maggior parte del mio tempo a decodificare quadri.

franco sondrio_autoscatto nell’oblò di una nave da crociera_2014

Una risposta banale, ma non irreale, potrebbe stare nella sensazione provata la prima volta che entrai a casa sua a Pistoia, a un passo da piazza della Sala. La biblioteca si era ampliata molto rispetto a quella che conoscevo. Tantissimi erano i libri di fotografia, accanto a quelli, a me già noti, sulla pittura. «Sto studiando, sai», mi disse; «Leggo tanto e scrivo molte recensioni: non posso essere impreparato».

Allora quel giorno capii. Erano quei meccanismi che si attivano in automatico solo quando sai già cosa fare; perché hai studiato bene e ciò che fai è ormai parte di te. Come riuscire a prevedere – con i sensi allertati al massimo – che sta per uscire dall’Anfiteatro di Lucca un vecchietto molto strano che da lì a poco sarà parte portante della tua inquadratura.

Lo studio meticoloso applicato al talento, pur evidenziato non da giovanissimo, gli ha permesso di ottenere quei risultati in ambito fotografico che possiamo ammirare. Quello studio continuo che ha messo, sempre e comunque, in ogni altro campo d’interesse o ricerca, riassumibile in una frase tipica che ho ascoltato tantissime volte: «Francesco, ho trovato un mare di roba; ho scoperto un mondo!».

Molto del suo mondo fotografico è passato per la rete; è oggi disponibile in rete. Quel mezzo senza confini che lo ha fatto conoscere in virtuale, anche per i suoi scritti, in luoghi lontani dal suo, dal nostro. La rete che per alcuni ha interesse zero, ma che, invece, gli ha permesso di esprimersi da Maestro anche con chi non ha mai ascoltato nella realtà la sua voce, apprezzato l’ironia tagliente delle sue battute o ne abbia ammirato la capacità d’intuizione e l’autorevolezza del ragionamento.

Perciò, se dovessi rispondere alla domanda di Franco Sondrio a Luciana Sciatà: «Tu cosa fotograferesti?», usata nel titolo, risponderei semplicemente: «Te che fotografi! Franco, fratello, amico mio e fotografo». Te, perché ti ho visto farlo; perché ho imparato a riconoscere, col tempo, quello sguardo che stava per fissare l’attimo; che sapeva cosa guardare anche se io non vedevo mai nulla, se non dopo, sul tuo display.

franco sondrio_savoca, messina_agosto 2012_ph. FG

Chiudo. Ho voluto ragionare intorno alla fotografia di Franco Sondrio per episodi minimi e molto personali; come osservatore e non da tecnico, perché questa è la parte di vita che più da lontano mi lega a lui; posso, quindi, raccontarla con maggiore distacco. Invece, quell’altra regione dell’arte, vissuta intensamente ogni giorno – a stretto gomito – sui dipinti, i disegni e gli scritti, credo che non possa stare in alcun altro mio testo a lui dedicato. Almeno, non ora. Non ancora.

Francesco Galletta&Franco Sondrio_chiesa della spina, pisa_maggio 2010_ph. Daniela Dal Canto

 


Note biografiche sull’autore

Francesco Galletta (Messina, 1965), architetto, grafico. Titolare di Tecniche Grafiche alle scuole superiori; laureato con una tesi di restauro urbano, è stato assistente tutor alla facoltà di Architettura dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria per Storia dell’Urbanistica e Storia dell’Architettura Moderna. Dottore di Ricerca alla facoltà di Ingegneria di Messina, in rappresentazione, con una tesi dal titolo: “L’Immaginario pittorico di Antonello”. Con l’architetto Franco Sondrio ha rilevato, per la prima volta, la costruzione prospettica e la geometria modulare dell’Annunciazione di Antonello. La ricerca, presentata in convegni nazionali e internazionali, è pubblicata in libri di diversi autori, compresa la monografia sul restauro del dipinto. Sempre con Franco Sondrio ha studiato l’ordine architettonico dell’ex abbazia di San Placido Calonerò nell’ambito del restauro in corso e scoperto a Messina un complesso architettonico della metà del ‘500, collegato al viaggio in Sicilia del 1823 dell’architetto francese Jaques Ignace Hittorff.

 

 

One Reply to “«Tu cosa fotograferesti?» Riflessioni sull’arte di Franco Sondrio; fratello, amico, fotografo.”

  1. Un bel ricordo. Quello che mi piace della sua fotografia è saper sorprendere, non cristallizzarsi sugli stereotipi della mente; questa per me è la vera fotografia.

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