Thomas Jones: un uomo nato nel tempo sbagliato

Thomas Jones, l’artista di cui ci occuperemo oggi, come purtroppo accaduto a molti altri grandi artisti, ha visto riconosciuto il valore delle sue opere dopo oltre cento anni dalla sua morte.

di Daniela Luisa Bonalume

Sir Joshua Reynolds

Neppure quel gran Signore di Joshua Reynolds volle aiutarlo nella sua ricerca. Fu costretto quindi, nel 1783, a ritornare in patria, l’Inghilterra, alienando il proprio talento, per mancanza di commissioni e mezzi di sostentamento. Proprio lì, in quell’epoca, Canaletto e Bellotto spopolavano alla grande. Era dunque impensabile solo ipotizzare che egli potesse vivere di pittura. Il 29 aprile del 1803 infatti, scompariva lo sconosciuto sceriffo di contea del Galles, Thomas Jones. Tale sarebbe rimasto se, nel 1951, lo studioso d’arte e collezionista britannico Paul Oppé, non avesse pubblicato il diario di questo grantourista inglese.

Nel 1779, il sarcastico lord Pembroke, uscendo dallo studio romano del pittore, commentava le sue opere con queste parole: “la mia opinione è così-così”. Non ho problemi a crederlo, alla luce di quanto producevano i suoi colleghi, compreso Reynolds, che controllava il traffico della produzione degli artisti d’oltremanica.  A quei tempi erano in voga anche i “capricci”, quelle tele dove si infilavano tutte le classicità possibili ed immaginabili. Pannini era il leader nostrano di questo genere di pittura. In mezzo a tutta quella accozzaglia di reperti archeologici e ruderi antichi, spesso  primeggiava il ritratto del nobile pagante. La moda del momento imponeva il pantalone di raso a mezza gamba, la camicia con la ruche e certe parrucche boccolose che apparecchiavano la testa del soggetto immortalato. Tutto questo, Thomas Jones, non lo dipinse mai.

Come mise piede in Italia fu sopraffatto da un’infatuazione enciclopedica, illuministica. Thomas Jones era interessato a tutto. Vulcani, terremoti, botanica e geologia, rapito da tutto quello che era baciato dalla luce. Anche i processi industriali italiani, lo interessavano. Persino quello riguardante la produzione dei maccheroni. Era curioso e scriveva di tutto su tutto. Man mano che il suo viaggio lo portava verso il centro e il sud, il suo taccuino registrava colori di terre, colori di alberi, scosse di terremoto, vegetazione mediterranea e lacustre.

Era disposto a vivere nelle peggiori condizioni possibili, pur di poter soddisfare i suoi appetiti conoscitivi. Quando arrivò a Roma, trovò ricovero in un simil-fienile molto umido. Non gli importava gran ché perché passava le giornate fuori, all’aperto. Partiva la mattina presto, Il più delle volte con Don Titta (Giovanni Battista Lusieri). Diceva che lo aveva estratto dalla nuvola di oscurità pittorica nella quale era rimasto a lungo avvolto. Thomas Jones veniva da una terra di pascoli, di recinti e piccole dune. In Italia gli apparve all’improvviso la luce. Gli apparvero le geometrie, le rispondenze perfette anche quando lo sguardo si allargava su superfici estese.

Thomas Jones pensò che l’Italia fosse l’incontro catartico che esaltava la sua estroversione caratteriale. Per tutto questo, era disposto a farsi derubare dai briganti, dai ladruncoli, a farsi macerare le ossa dall’umidità. Coup de Foudre. Con Don Titta ma anche da solo, in qualche occasione fu anche derubato del corredo pittorico o di qualche soldo, andava in avanscoperta lungo i laghi o ai Castelli Romani. Ci sono pitture che rappresentano Nepi o Ariccia, Tivoli o alcune ville meno note della capitale. Insomma, guardando le sue opere, non vi è nulla che ci faccia dubitare del fatto che se la passasse male.

Thomas Jones assunse la bella danese Maria, promossa da servetta ad amante ed infine a moglie nel 1789. Le sue escursioni aumentarono, e la compagnia si ingrossò. La gentil domestica preparava colazioni al sacco anche per gli amici di pittura. Tante frequentazioni quali  Cozens, Jacob More, Thomas Banks, Heinrich Fuessli e Giovanni Battista Piranesi – l’unico genio italiano a far parte del gruppo – arricchirono il suo bagaglio artistico. Quando si trasferì a Napoli focalizzò l’attenzione su alcuni particolari della città, modificando l’orientamento avuto fino ad allora, cioè quello dei grandi spazi.

Thomas Jones si dedicò quasi esclusivamente a vicoli e facciate di case che avrebbero meritato appena uno sguardo distratto. Egli riuscì a catturare, attraverso la luce, tutti gli elementi atti a proporre un punto di vista nuovo, nuovissimo e troppo innovativo per il tempo. Talmente innovativo da non trovare accoglienza alcuna. La sua pittura futuribile venne completamente schivata, derisa, alienata. I muri scrostati abbagliati dal sole, che ne restituiva le tonalità e le sfumature più inimmaginabili, non corrispondevano al gusto di quel momento storico.

Sarebbero invece stati molto apprezzati cent’anni dopo e anche qualcosa in più. Nel 1783 allora fu costretto a rientrare in patria proprio per ragioni di sopravvivenza, portandosi la danese Maria. Confermando il famoso proverbio e constatando che neppure lì poté essere profeta, preferì intraprendere la professione di sceriffo di contea. E come tale ci lasciò, come già detto, il 29 Aprile del 1803. Le opere che ci restano, sono conservate quasi tutte in Musei inglesi.

Peccato. Peccato davvero. Avrebbe potuto, Thomas Jones, avere una vita migliore, nel nostro Paese. Peccato. Avremmo potuto, noi, avere più opere da ammirare, in qualche museo capitolino o partenopeo. Pazienza. E’ andata così. La cosa importante è che da qualche parte nel mondo sia possibile godere di queste meraviglie. Ancora più importante sarebbe sperare che qualche Organizzatore si interessasse a lui e decidesse di raggruppare queste opere, organizzando magari una mostra itinerante. Per “itinerare” dove? Ovvio, nella Capitale.

Opere di Thomas Jones
Note biografiche sull’autrice

Daniela Luisa Bonalume è nata a Monza nel 1959. Fin da piccola disegna e dipinge. Consegue la maturità artistica e frequenta un Corso Universitario di Storia dell’Arte. Per anni pratica l’hobby della pittura ad acquerello. Dal 2011 ha scelto di percorrere anche il sentiero della scrittura di racconti e testi teatrali tendenzialmente “tragicomironici”. Pubblicazioni nel 2011, 2012 e 2017.

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