The Place, il nuovo film di Paolo Genovese.

The place, il nuovo film di Paolo Genovese. Il posto dentro di sé dove nessuno vorrebbe mai andare ad attingere.

di Daniela Luisa Bonalume

The place – Un film di Paolo Genovese

“The place”: il posto, il luogo. Basta un’occhiata per rendersi conto che “quell’uomo” non è lì per un Apericena. Seduto ad un tavolino striminzito, un tavolino per due, guardandolo si ha subito la sensazione che quella sedia, lui, non la lascerà mai. Neppure per andare in bagno. Figuriamoci se la lascia per andare a dormire.

Un viavai incessante sull’altra sedia, quella difronte, che scotta come se il sedile fosse l’inferno. Si avvicendano natiche giovani e natiche vecchie, maschili e femminili, ma sono tutte natiche frettolose. Appartengono a persone portatrici di un desiderio o di un’urgenza, che ha un prezzo. E’ quell’uomo, a stabilirne il prezzo. Anzi, a decidere è la sua agenda, che viene consultata come se fosse un libro di cucina, dove solo la fedeltà agli ingredienti elencati garantisce la riuscita del piatto. Il procedimento è a cura e responsabilità dell’interlocutore. Quell’agenda in pelle nera posata sul tavolino che si frappone tra lui e l’altro, il “necessitante”.  Così, non è definito quale sia delle due sedie la più scomoda. Certo è che stanno entrambe dentro un bar: “The Place”. Da quel bar, la telecamera non si sposta.

Tutto ha un prezzo ed ogni desiderio si può realizzare: dipende dal pelo sullo stomaco di chi lo insegue. Dipende anche dalla coscienza e dalla caparbietà di chi si mette nella condizione di pagare quel prezzo. Nulla di impossibile. Molto di incredibile. Valerio Mastandrea, “quell’uomo”, non si pone mai il problema sulla moralità dell’oggetto del “contratto”. Rimanda il peso del prezzo al contraente. Invece, proprio a causa del continuo rifuggire dalla propria responsabilità, quest’ultimo cerca di giustificarsi addebitandogli la propria parte più torbida. Forse è proprio quella “The Place”, il posto dentro di sé dove nessuno vorrebbe mai andare ad attingere.

Chissà per quale motivo questo film mi fa pensare alla performance che Marina Abramović sostenne al Mo.Ma nel 2010. Due sedie una difronte all’altra, nulla nel mezzo. Lei sull’una, ed una miriade di persone si susseguivano sull’altra. In quel caso non una parola, solo uno scambio di sguardi, che spesso portava ad un corto circuito emozionale. In “The Place”, al contrario, nessuna emotività in corto circuito, solo parole. Dette e scritte. Mastrandrea prende nota dei pensieri più intimi rispetto alla tabella di marcia nel completamento del progetto che rappresenta la contropartita alla realizzazione del desiderio.

Le anime nude si rivelano nel bene e nel male, senza che nessuno giudichi. O meglio, il contraente si trova solo davanti alla propria azione ed è l’unico a giudicare se stesso. Ed è l’unico ad assolvere se stesso. Se non è il divino, quindi, “quell’uomo” potrebbe essere almeno il soprannaturale, oppure un angelo o il diavolo, come alcuni tra i contraenti sostengono. Ma non tutti. Qualcuno lo bacia ringraziandolo. E quella cameriera che osserva tutto ed a fine giornata fa domande?  Se ne va a casa. Forse è inadeguata a sedersi al tavolino del bar “The Place”.

Sabrina Ferilli

L”uomo” lavora anche la notte. Il bar è chiuso ma lui è lì, e continua a dare udienza. La porta di “The Place” è chiusa, lui non si alza ad aprire, ma la gente entra e si siede sull’altra sedia, vomitandogli addosso la propria indignazione. La meschinità arriva presto. I migliori non tardano ad addebitargli il proprio lato oscuro. Addebito che egli rimanda al mittente senza scampo. L’indagine sulla coscienza del genere umano non ha sosta. Sembra l’unico interesse di chi distribuisce compiti a casa in attesa della promozione finale. Il messaggio pare esplicito. Ognuno ha spesso più di una strada da percorrere, e sceglie quasi sempre in base a ciò che è.

Questo film spacca in due critica e pubblico. Tra gli spettatori c’è chi si annoia a morte e dorme, e chi non batte ciglio per non perdere neppure un fotogramma. “The Place” propone un argomento di riflessione profondissimo. Per coglierlo bisogna scendere parecchio, e senza bombole. Lo spettacolo potrebbe essere, allora, unico ed irripetibile.

Benché l’interpretazione corale sia eccellente, onorano la pellicola alcune prove d’attore davvero notevoli. Qualcuno più, magari tra i meno noti, qualcuno meno anche se tra i più apprezzati dal pubblico. “The place” conferma che Silvio Muccino rappresenta sempre una piacevole sorpresa. Non sono una sorpresa ma, invece, una certezza, Mastrandrea, la Rohrwacher e Papaleo.

Paolo Genovese, il regista, reinterpreta in modo intrigante la serie TV  “The booth at the end” trasmessa da Netflix, lasciando al pubblico, secondo la sensibilità di ognuno, l’individuazione del ruolo del protagonista. Nessun effetto speciale tiene lo spettatore con lo sguardo incollato a “The place”, solo la curiosità di sapere come lavorerà il destino.

Guarda il trailer ufficiale del film

 


Note biografiche sull’autrice

Daniela Luisa Bonalume è nata a Monza nel 1959. Fin da piccola disegna e dipinge. Consegue la maturità artistica e frequenta un Corso Universitario di Storia dell’Arte. Per anni pratica l’hobby della pittura ad acquerello. Dal 2011 ha scelto di percorrere anche il sentiero della scrittura di racconti e testi teatrali tendenzialmente “tragicomironici”. Pubblicazioni nel 2011, 2012 e 2017.

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