The Lunch Date, un corto da Oscar

The Lunch Date, cortometraggio e opera prima del regista Adam Davidson del 1989, ha vinto la Short Film Palme d’Or a Cannes nel 1990 e l’Academy Award, cioè l’Oscar, 1991 nella categoria Best Short Subject. Nel 2013 è stato segnalato dalla Library of Congress per la conservazione nel National Film Registry degli Stati Uniti, in quanto prodotto cinematografico “significativo dal punto di vista culturale, storico o estetico”.

di Francesco Galletta

Ho incrociato per la prima volta “The Lunch Date” nel 2014 a un seminario di formazione dedicato ai docenti, avente come tema la storia e gli effetti delle droghe.

Chi vedrà il corto si domanderà cosa c’entri mai questo tema con la storia narrata. Nulla, in effetti! Perlomeno, non direttamente. Quel seminario fu tenuto da un medico con grandissime capacità divulgative. Nell’occasione era riuscito a tenere insieme argomenti molto distanti fra loro e, a prima vista, difficilmente collegabili.

Dalla fisiologia dell’adolescente legata ad alcuni sistemi neuronali, alle allusioni lisergiche di certi brani della musica rock.

Dalla storia assurda del Vin Coca Mariani, notissima bevanda di fine ottocento, ad alcune citazioni prese dagli indiani Algonchini e da Bob Dylan.

Quel “non docente” ci parlò dei limiti, della curiosità, della ricerca d’identità e del distacco dalla realtà nei ragazzi, ma anche dei Peanuts di Schulz e del loro modo d’intendere la vita.

Concludendo con una citazione del filosofo di origine indiana Jiddu Krishnamurti: “la più alta forma d’intelligenza umana è la capacità di osservare senza giudicare”, arrivò magicamente a The Lunch Date.

Per me fu una grande rivelazione, anche per l’approccio al tema con un metodo comunicativo e didattico ben preciso che da allora, appena posso, provo anch’io a mettere in pratica.

È per questo motivo che – quando le condizioni lo consentono – rubo dieci minuti al Disegno per chiedere ai ragazzi in classe di guardare la realtà intorno a loro da un punto di vista diverso.

Ma cos’ha di speciale questo short film più di altri?

È evidente, intanto, come lavorare nel mondo dei corti non apra necessariamente le porte alla cinematografia maggiore e basterà scorrere l’elenco dei premiati all’Oscar di categoria per trovare, molto spesso, nomi poco conosciuti al grande pubblico.

Lo stesso Adam Davidson, allora regista esordiente venticinquenne – figlio di Gordon Davidson newyorkese trapiantato a Los Angeles che per decenni è stato apprezzato regista di teatro – ha oggi una sua carriera specifica da produttore e regista principalmente televisivo, con qualche comparsata come attore e due esperienze da aiuto regista al cinema.

Senza spoilerare più di tanto la trama, diciamo allora che The Lunch Date, in appena dieci minuti e con pochissimi dialoghi, in un bianco e nero senza tempo affronta in  modo garbato la questione del pregiudizio verso tutto ciò che è “altro” rispetto a noi, come spesso può accaderci nel quotidiano.

Tutto ha inizio da un treno perso alla Grand Terminal Station di New York.

Nell’attesa di un nuovo convoglio, una donna sulla sessantina – Scotty Bloch, attrice minore di serie televisive con presenze sporadiche in film successivi – aspetterà in un bar mangiando un’insalata.

E proprio con l’esclamazione “That’s my salad!” inizierà il rapporto dinamico di movimenti e di sguardi con il secondo protagonista del corto, un vagabondo incontrato al bar (interpretato anche in questo caso da un attore minore), che darà vita all’action centrale.

Il bianco e nero sfumato che pone la location in un’aura trasognata, l’abbigliamento âgées della protagonista che sembra retrodatare la storia di qualche decennio e l’uso circolare della musica, sono le ulteriori connotazioni che rendono il corto ben riconoscibile.

In particolare sono utilizzati due brani, il primo è I don’t want to walk without you (non voglio camminare senza te) di Jule Styne (inciso spesso da vari interpreti con testo e voce) che accompagna quasi tutta l’azione .

L’altro è Let’s be lonesome together (siamo solitari insieme) di George Gershwin (in una versione con violino solista e pianoforte), che sottolinea il preciso momento dell’allontanamento dei protagonisti, mixandosi ai rumori della stazione.

Con la normale evoluzione dei tempi, pure altri dettagli hanno contribuito, in seguito, a proiettare lo short film ancora più indietro nel nostro immaginario cronologico.

Per esempio la tipologia delle biglietterie automatiche, una marca di abbigliamento su un’etichetta, alcune cabine telefoniche (ormai introvabili) e il tabellone degli orari con i numeri e le lettere ruotanti.

The Lunch Date è preciso nel girato, ben diretto e benissimo interpretato dai due protagonisti (ma non dimentichiamo il barista che sembra uscito da un quadro di Hopper).

Inoltre il corto ha dato luogo, soprattutto nella scena madre rivelatrice del pregiudizio, a una lunga serie di remake successivi, molti dei quali reperibili sul web.

Nessuna replica, tuttavia, ha saputo eguagliare la magica atmosfera sospesa dell’originale, sia per l’uso del colore in luogo del bianco e nero, sia per una recitazione del tutto insufficiente.

Ma anche per la volontà di aggiornare a tutti i costi la storia a un epoca più recente o a delle location differenti.

La traduzione letterale di The Lunch Date è “L’Appuntamento per il pranzo” e il link dove si può vedere il corto è:

https://youtu.be/epuTZigxUY8

Per chi volesse avventurarsi anche nei vari cloni, ecco invece altri cinque collegamenti:

https://youtu.be/xarrcmXOssI

https://youtu.be/61GP9T45Lvc

https://vimeo.com/83372180

https://youtu.be/H3Usd9-aseg

https://youtu.be/OdU-0OOhvvA

Buona visione.


Note biografiche sull’autore

Francesco Galletta (Messina, 1965), architetto, grafico. Titolare di Tecniche Grafiche alle scuole superiori; laureato con una tesi di restauro urbano, è stato assistente tutor alla facoltà di Architettura dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria per Storia dell’Urbanistica e Storia dell’Architettura Moderna. Dottore di Ricerca alla facoltà di Ingegneria di Messina, in rappresentazione, con una tesi dal titolo: “L’Immaginario pittorico di Antonello”. Con l’architetto Franco Sondrio ha rilevato, per la prima volta, la costruzione prospettica e la geometria modulare dell’Annunciazione di Antonello. La ricerca, presentata in convegni nazionali e internazionali, è pubblicata in libri di diversi autori, compresa la monografia sul restauro del dipinto. Sempre con Franco Sondrio ha studiato l’ordine architettonico dell’ex abbazia di San Placido Calonerò nell’ambito del restauro in corso e scoperto a Messina un complesso architettonico della metà del ‘500, collegato al viaggio in Sicilia del 1823 dell’architetto francese Jaques Ignace Hittorff.

Per Artevitae Francesco Gallettà scrive nelle sezioni Architettura e Design, Arte e Cinema

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