The Happy Prince. L’ultimo ritratto di Oscar Wilde.

The Happy Prince. L’ultimo ritratto di Oscar Wilde. Film scritto, diretto ed interpretato da Rupert Everett, nelle sale dal 12 aprile 2018.

di Daniela Luisa Bonalume

Locandina del film

The happy prince. L’ultimo ritratto di Oscar Wilde: stiamo parlando del declino del poeta. Una storia scritta, diretta ed interpretata da Rupert Everett. Si potrebbe dire che il lavoro di ricostruzione fatto dallo stesso Everett abbia operato su di lui ciò che Dorian Gray fece sul proprio ritratto.

Rupert vs Oscar

In circolazione vi sono solo immagini del giovane Wilde, dello splendido Wilde ma, se fosse stato possibile averne di lui dopo il 1897, consunto dalla prigionia, dal fallimento familiare, sentimentale e dal rovescio economico, si sarebbe presentato esattamente come Rupert Everett lo ha resuscitato nel suo “The happy prince”. Il film fortemente voluto dal protagonista, a sua volta fortemente supportato dal coprotagonista premio Oscar Colin Firth, ha avuto una gestazione di oltre dieci anni.

“The happy prince” trascina subito lo spettatore in quell’atmosfera un po’ ansiogena che caratterizza le relazioni con persone non allineate. L’interpretazione corale è di altissimo livello ma quella del protagonista è straziante. Everett riesce a coinvolgere attraverso una sceneggiatura che non scade mai di livello mantenendo sempre alta l’attenzione. Generoso nei primi piani che comunicano una emotività esageratamente permeabile, non si può fare a meno di venirne travolti. Travolti alternativamente da onde di profondo disgusto per il degenerato, e da onde di pietas per l’uomo, vittima della propria vanità e lussuria.

“The happy prince” è un film che ha tolto tutti i veli sugli ultimi anni di vita dello scrittore, un periodo mai preso in considerazione da altri registi. Racconta come sia facile cadere nel letame più puzzolente anche dopo essersi inebriato del profumo delle stelle. Come non sia mai scontata la gloria, soprattutto se si infrangono le leggi dell’ipocrisia, del bigottismo e del puritanesimo. Come sia repentina la discesa negli inferi della coscienza e come ci si rigiri bene quando si tratta di garantire la propria sopravvivenza.

L’immaturo Wilde trascina se stesso nel precipizio e chiunque graviti nella sua sfera amorosa ne viene leso, ferito. A partire dalla moglie Constance (Emily Watson) che, pur continuando ad amarlo, decide di allontanarlo per garantire un equilibrio ai due figli. Una donna che nonostante tutto gli consente la sopravvivenza attraverso una rendita come un the happy prince. Una donna con la quale il poeta vorrebbe riconciliarsi, ma che non ha più gli strumenti per fronteggiare ulteriormente la travolgente forza autodistruttiva del marito.

Oscar, Constance e Reggie

Gli amici, pochi, de “The happy prince” sono sempre gli stessi: il già citato Colin Firth nei panni di Reggie Turner e Edwin Thomas in quelli di Robbie Ross, il perennemente innamorato non corrisposto, che pareggiano la straordinaria interpretazione del protagonista .

Ambientato quasi interamente a Parigi, città nella quale il poeta scelse di vivere dopo aver scontato i due anni di prigione, la pellicola prevede un doppiaggio parziale. Una parte del recitato è in lingua francese e viene proposto con i sottotitoli. Disturbano? Distraggono? Assolutamente no. Chi ha la fortuna di conoscere questa lingua neppure se ne accorge. Chi questa fortuna non ce l’ha, può godere del tempo necessario per digerire le conversazioni. Everett rappresenta con limpidezza il declino fisico e spirituale di Wilde.  Non viene edulcorato alcuno dei suoi aspetti più fastidiosi e neppure viene enfatizzata la sua opera letteraria. “The happy prince” viene spogliato di ogni riguardo, denudato difronte ai suoi propri comportamenti, consapevole di essere vittima e carnefice dei propri sensi, a causa dei quali si avvicinerà repentinamente alla morte.

I continui flash back che caratterizzano la sceneggiatura evidenziano il contrasto tra i due periodi della sua vita. Quello del fascino decadente ostentato dal poeta nei momenti di massima adorazione da parte del pubblico e di tutto il mondo letterario, e quello dopo la condanna. Il tempo trascorso tra l’espiazione della condanna per il reato di omosessualità e la morte è il periodo del declino de “the happy prince”.

Bosiee

Un declino nel quale è costretto a pagare i giovanetti in cambio di  prestazioni sessuali, arrivando a subirne gli insulti. Un declino dove è costretto a procurarsi denaro truffando gli editori in cambio della promessa di una nuova dirompente commedia. Oppure attraverso le collette effettuate nelle associazioni dei giovani poeti per la sussistenza del The happy prince, o a farsi mantenere dalla moglie e dall’amante. Un declino che lo costringe alla frequentazione di bettole parigine con la speranza di rimediare qualcosa o qualcuno. Situazione nella quale gli è ormai consentito di sopravvivere solo grazie alla bellezza dei suoi racconti, che diventano merce di scambio per ottenere quello che gli serve, nel momento in cui sia la rendita coniugale che quella dell’amante lo abbandoneranno. Tuttavia non perde la sua vena creativa. Viene solamente ridimensionata dai quotidiani problemi di sopravvivenza. Le sue storie e le sue canzoni gli regalano, inoltre, fugaci momenti di quel che fu.

“The happy prince”, che conclude la sua parabola scaldato dall’amore degli amici e degli ammiratori più fedeli, non si fa scudo con la sfortuna che lo perseguita. Si autodenuncia completamente, non fa segreto della propria aridità affettiva tradita dall’amore perduto, non cela a nessuno la propria morte interiore. La butta in faccia a chi lo dileggia ma ancora regala, a pochi, la propria poesia.

Un’anima nuda, quella rappresentata in “The happy prince”. Brutta. Resa ancora più brutta dal tradimento inflittogli dal suo giovanissimo e cinico amante Bousie (Colin Morgan), causa di tutte le sue disgrazie. Ma che non si nasconde. Un’anima che si rende visibile senza ombre di falsità. Suscita repulsione e pena. Odio ed amore. Ammirazione e dileggio. Adorazione ed invidia. Molti sentimenti umani per un uomo che ha dato in pasto al mondo il peggior lato di se stesso, quando il mondo non ha più saputo cosa farci con quello migliore. Rupert Everett deve aver macerato profondamente dentro di se il personaggio. Si è cucito addosso questo cappotto su misura e gli sta d’incanto. Non mi stupirei di vederlo tra le nomination agli Oscar 2019. Se lo meriterebbe davvero, e non solo come attore protagonista. Lui, da questa esperienza professionale, ne esce benissimo. Oscar Wilde molto meno. Muore a soli 46 anni, oltretutto a causa di una cozza.


Note biografiche sull’autrice

Daniela Luisa Bonalume è nata a Monza nel 1959. Fin da piccola disegna e dipinge. Consegue la maturità artistica e frequenta un Corso Universitario di Storia dell’Arte. Per anni pratica l’hobby della pittura ad acquerello. Dal 2011 ha scelto di percorrere anche il sentiero della scrittura di racconti e testi teatrali tendenzialmente “tragicomironici”. Pubblicazioni nel 2011, 2012 e 2017.

 

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