Street Photography, un equivoco da chiarire

Cosa è la Street Photography? Questo articolo nasce con l’intento di tracciare una possibile definizione e circoscrivere uno stile fotografico che a volte risulta bistrattato o utilizzato a sproposito.

di Rita Manganello

‘Ciao ragazzi, andiamo a fare un po’ di street?’ Leggo in un gruppo di fotografia su Facebook, che raduna i suoi utenti allo scopo di ritrovarsi in un luogo della città e fare quattro scatti in compagnia.

Migliaia di volte nel variopinto mondo della fotografia ultima arrivata, comandata dall’onnipotente digitale, trovo questa denominazione di genere fotografico, che fa sentire chi la pratica un successore di Cartier Bresson o della brava Vivian Maier, bambinaia di mestiere, fotografa per passione. Sapevano, costoro, di essere street photographer, secondo voi ?

Certo, se gli immensi esponenti della fotografia mondiale avessero saputo quale eredità hanno raccolto questi nipotini armati di reflex, scatenati fornitori di tante dimenticabili immagini…beh, non voglio infierire oltre.

Non per cattiveria, ci mancherebbe. Il digitale è la democratizzazione della fotografia, un tempo nelle mani di professionisti e bravi fotoamatori armati di pellicola e tanta dedizione.

Non voglio soffermarmi sul dibattito che divide gli animi tra cultori dell’analogico e fondamentalisti del digitale per non allontanarmi dal tema centrale di questa chiacchierata virtuale con i lettori di ArteVitae, ma un cenno al fattore scatenante ci vuole: il digitale, appunto.

Cosa vuol dire ‘street photography’, uno dei più ricorrenti nonsense della fotografia di questo secolo?

Fotografare per strada? Chi, cosa, perché? Ritrarre persone che camminano, edifici e arredo urbano, cogliere situazioni divertenti o interessanti, fare reportage di avvenimenti? Magari acquistare una costosissima Leica per sentirsi avvantaggiati dal possesso dello strumento divenuto celebre, perché lo usava HCB?

Vedo centinaia di fotografie presentate con questa categorizzazione, che ha montato il business dei corsi di fotografia dedicati, scarseggiare nei principi della buona fotografia, con o senza la strada a fare da sfondo.

E’ venuto il momento di fare chiarezza. La street photography, di fatto non esiste. Non lasciatevi incantare dalle sirene dei workshop di fotografia digitale per tutti, perché non basta un corsetto di poche ore per diventare un buon fotografo. Ectoplasmi dei miti della storia della fotografia, volteggiano intorno ad attentissimi aspiranti epigoni.

E’ molto semplice: o siamo attratti dalle caratteristiche di un luogo, per l’architettura che lo definisce, l’armonia o disarmonia degli spazi, il pregio o sfregio urbanistico concertato da chi l’ha progettato, insomma quell’insieme di elementi che cogliamo con lo sguardo e ci suggeriscono di portarne memoria per semplice gradimento, come creare una raccolta di immagini da conservare e riguardare a proprio piacimento. Perché ci ricordano momenti di vita, persone, relazioni umane, quello che si presta a creare una storia; la nostra storia personale o la storia della nostra città. Oppure siamo interessati a realizzare un portfolio, per dimostrare una tesi che può essere la valorizzazione di quel luogo o denunciarne l’abbandono.

Altro ancora è registrare visivamente testimonianze di fatti e accadimenti memorabili, cogliere semplici godibili momenti di vita cittadina, le icone di un’epoca, un fare storia per immagini da tramandare al mondo di oggi e quello di domani.

Qui, signori miei, entra in gioco un’abilità particolare, se vogliamo fare i raffinati: la parte antropologica. La fotografia ci offre questa grande possibilità, quella di diventare testimoni del nostro tempo e raffigurarlo a mezzo immagini. Fare cioè del buon fotoreportage, cogliendo gli aspetti salienti di una società, quello che i big della fotografia nazionale e internazionale ci hanno lasciato in eredità contribuendo alla ricostruzione della memoria di un paese, di un popolo. Le loro fotografie abbondano di sociologia visuale.

Prima di agguantare la fotocamera e scendere in strada fotografando spesso a casaccio la gente che cammina, studiamo il lavoro di Henri Cartier Bresson, Vivian Maier, William Klein, Lee Friedlander, Robert Frank, e del nostro Gianni Berengo Gardin, Ferdinando Scianna, Nino Migliori, Uliano Lucas, e molti altri; autori di grande valore dai quali possiamo solo imparare.

Allora ci renderemo conto che ‘fare street’ è una locuzione vuota che non significa nulla, con tutto il suo bagaglio di orpelli tecnici perfettamente inutili.

L’invito è quello di sviluppare la capacità di guardare con attenzione ciò che ci circonda, ed elaborarlo con un paziente lavoro di ricerca del senso di ciò che stiamo facendo.

Le immagini contenute in questo articolo sono alcuni esempi di fotografia street, come ho riportato sopra.

Fotografia Street di: Gianni Berengo Gardin, Henri Cartier Bresson, Lee Friedlander, William Klein, Uliano Lucas, Vivian Maier, Nino Migliori, Paolo Pedrizzetti

La tua opinione ci interessa. Facci sapere cosa ne pensi. Grazie!

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: