Storie di Fotografie. Le fotografie familiari come fonte storico-iconografica.

Storie di Fotografie oggi si occupa della fotografia come fonte storica-iconografica per lo studio del secolo appena trascorso e della riscoperta e le valorizzazione di archivi fotografici familiari per lo più rimasti nei cassetti. Perché attraverso le fotografie di famiglia si racconta la storia di una comunità ed attraverso queste, quelle di un Paese intero.

di Edmondo Di Loreto

La fotografia come fonte storica-iconografica per lo studio del secolo appena trascorso è un tema che è stato dibattuto e sviscerato già abbondantemente. Provare però a narrare la storia del Novecento attraverso la fotografia resta esercizio delicato, principalmente perché l’immagine fotografica non si può considerare una  fonte oggettiva ma nasce e spesso rimane entro il confine della testimonianza personale, quasi intima di chi la realizza.

La fotografia infatti è un’interpretazione della realtà e quindi restituisce una visione ed una lettura storica assolutamente in soggettiva. Figuriamoci per le cosiddette foto di famiglia ! Un mero ricordo affettivo – un esercizio di memoria – un souvenir parentale – un ingombro cartaceo. Poi si scopre Vivian Maier, che faceva la tata nelle famiglie e scattava foto quotidiane e si grida al miracolo. Ma sono belle le fotografie di famiglia. Belle e utili.

In tutte le case, povere e ricche, un tempo comparivano immagini come quelle che trovate contenute in bella mostra in quest’articolo. Nelle dimore più umili o nei poderi di campagna, questi rettangolini di carta in bianconero erano immancabilmente infilati dietro al vetro smerigliato di una credenza dipinta di bianco, accanto alla cucina economica. Erano fotografie semplici, spesso carenti tecnicamente, stinte, un po’ sfocate. I soggetti erano sempre gli stessi: un figlio in divisa militare o uno zio scomparso sul fronte albanese o anche  una coppia nel giorno del suo matrimonio. In ambienti rurali non mancava mai il primo trattore. Quasi sempre un gruppo di persone in posa attorno all’automobile appena acquistata.

 

Nelle famiglie di un certo rango, le fotografie erano racchiuse in cornici dorate e lavorate, appoggiate su tavolini eleganti in mogano oppure appese alle pareti ricoperte da parati “gravi e severi”. Un poderoso album in pelle racchiudeva il meglio della famiglia: gli avvenimenti da ricordare, il parente importante, lo zio scampato al fronte russo, le gioie, i dolori, le fortune.

Questa moltitudine di foto familiari, le ho sempre trovate irrimediabilmente tutte uguali, un po’ banali, ripetitive, ma nello stesso tempo bellissime e tenerissime. Non sono soltanto un prezioso documento di costume ed una testimonianza tangibile di un ricordo privato. Rappresentano visivamente un’epoca, ne raccontano la storia. Sono l’anello di congiunzione tra più generazioni.

E qualcuno finalmente se ne è accorto. Non si contano più infatti le riscoperte e le valorizzazioni di archivi fotografici familiari per lo più rimasti nei cassetti. Quelle fotografie sono passate dal vetro di una credenza alle pareti delle gallerie fotografiche, alle pagine di volumi illustrati. Perché attraverso le fotografie di famiglia si racconta la storia di una comunità ed attraverso queste, quelle di un Paese intero.

Senza scomodare Vivian Maier, cito un esempio nostrano. Il primo che mi viene in mente. Il lavoro di recupero e valorizzazione storico-fotografica curato dalla FIAF, Federazione Italiana Associazioni Fotografiche, che ha permesso la realizzazione delle due rassegne fotografiche Gli anni del neo-realismo e Gli anni della dolce vita. Uno straordinario successo di pubblico, ben oltre la ristretta cerchia degli appassionati e degli addetti ai lavori. Ciò ha convinto la FIAF non solo a creare un circuito itinerante per le due mostre in oggetto ma anche a pubblicare due iniziative editoriali di assoluto prestigio. Evidentemente il terreno è fertile per operazioni del genere.

Personalmente, essendo un appassionato di fotografia, mi accorgo anche di alcuni paradossi che sono certamente figli del nostro tempo, che sono indicativi di una certa tendenza. Mi spiego meglio, viviamo in un’epoca tecnologicamente avanzata che permette il salvataggio, l’archiviazione, il recupero e la valorizzazione di reperti fotografici, attraverso l’uso di sistemi elettronici potentissimi, impensabili fino a pochi anni or sono. Ebbene – e qui davvero si ragiona per paradossi – spesso si chiede ai programmi di ritocco del computer di antichizzare una foto attuale, di renderla vecchia, datata. Un controsenso apparente in un’epoca di modernità assoluta, quasi obbligatoria. Evidentemente c’è fame di foto-storiche, si sente il bisogno di un recupero della nostra memoria, filtrata attraverso l’immagine fotografica, veicolata da fotogrammi che suscitano un interesse che va ben oltre un viraggio seppia.

Le fotografie dell’archivio della mia famiglia non hanno mai avuto necessità di subire un trattamento di antichizzazione artificiale. Antiche lo sono già, per loro natura e storiche lo sono diventate con il trascorrere del tempo e la cura per la loro tutela. Testimoniano un aspetto della memoria storica della famiglia che si tramanda di generazione in generazione unitamente a carte, documenti, mappe, alberi genealogici, archivi cartacei, conti aziendali, testamenti, liti giudiziarie, atti di matrimonio, compravendite, donazioni e corrispondenze di ogni tipo.

Tutto quello che fa ed è la storia di una famiglia numerosa, complessa e sfaccettata. Dal 1680 all’altroieri. In questa mole di documenti, puntigliosamente ma disordinatamente conservati e passati di mano, le fotografie hanno sempre rivestito un’importanza se non del tutto preminente, quanto meno appariscente. Le case della mia famiglia hanno visto sempre una presenza ossessiva di fotografie di ogni tipo, in ogni spazio disponibile. Col tempo, che cancella e distrugge tutto, occorreva un volontario che le salvasse dal degrado ed al contempo ne tutelasse la memoria storica visiva .

Ecco quindi che l’archivio fotografico familiare ha cominciato a restituire non solo frammenti e  ricordi di visi noti e meno noti ma è servito e serve tutt’ora come prezioso documento per testimoniare e raccontare la storia di un secolo attraverso le vicende di una famiglia, la mia. Elementare, quasi banale.

Belle le foto di famiglia. Belle e utili. Perché un popolo senza memoria è un popolo senza futuro.

 

[Ndr] Tutte le fotografie contenute in questo articolo sono estratte dall’archivio fotografico della famiglia Di Loreto e sono soggette a copyright.


Note biografiche sull’autore

Edmondo Di Loreto

Edmondo Di Loreto è nato a Roma nel 1956 e vive tra Puglia e Abruzzo. Fotografa, con passione ondivaga, dall’età di 7 anni. Ha viaggiato in tutto il mondo ed ha realizzato numerosi reportage. Vince il concorso nazionale di foto-reportage Petrus World Report nel 1994. Nel 2004 ha ricevuto il gran premio della giuria al concorso del Touring Club Italiano sulle case rurali “Alta Definizione della campagna Italiana”.

È uno dei 5 autori selezionati per il Premio Chatwin nel 2006: Camminando per il mondo con due video, un racconto ed un portfolio fotografico sui popoli del fiume Omo in Etiopia, esposto a Genova presso il Museo del Castello d’Albertis. Con Elio Carrozza e Giovanni Torre ha promosso il progetto Anime Salve legato alla questione delle migrazioni che, con una mostra e due volumi fotografici, sta girando l’Italia. Ogni volta che può, promuove la fotografia in ogni sua forma e significato.

 


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