Storie di Fotografie. La fotografia di Lucien Hervé.

Protagonista della rubrica Storie di fotografie di oggi è Lucien Hervé, fotografo atipico dello scorso secolo. Annoverato tra gli appartenenti alla cosiddetta “scuola umanista francese” del dopoguerra insieme a Doisneau e Ronis, ben presto divenne un vero e proprio fotografo di architettura, legando il suo operato a quello di Le Corbusier diventandone praticamente il suo “occhio fotografico personale”.

di Edmondo Di Loreto

Hervé nasce col nome di Laszlo Elkan nel 1910 in Ungheria: uno degli innumerevoli ungheresi che cambiano patria e nome. Rimasto orfano di padre a dieci anni, inizia a studiare pianoforte e si interessa alle arti visive. Pratica anche alcuni sport come la lotta greco-romana che segnerà nel suo carattere quel tratto particolare di combattente irriducibile. Frequenta molti giovani della classe operaia e si allontana dallo stile borghese della famiglia.

Nel 1929 è a Parigi col fratello. Visita musei e si impiega in banca. Si dimette dal lavoro per divergenze ideologiche nel 1931 ed essendo stato inserito in una lista nera non riesce a trovare un’altro impiego. Diventa attivo nel movimento sindacale franco-ungherese e studia economia frequentando  l’università dei lavoratori. Trova lavori saltuari nel settore amministrativo di varie aziende di haute couture parigine e come fotografo per il periodico artistico-letterario Marianne. Nel 1937 riceve la cittadinanza francese.

La guerra incombente lo vede fotografo militare e poi prigioniero dei tedeschi in Prussia. Nel 1941 fugge e si unisce alla resistenza francese assumendo definitivamente il nome di Lucien Hervé. E’ il periodo che ne segna definitivamente il carattere di combattente irriducibile contro ogni fascismo in Europa.

Hervé non tocca più una fotocamera fino al 1947, quando realizza la raccolta “Paris Sans Quitter Ma Fenetre”. Qui quella sua precisione geometrica comincia chiaramente a delinearsi. Pare che Hervé abbia “ritagliato” molte fotografie della raccolta per isolare le linee nette e il chiaroscuro dello spazio e creare così quella sorta di tensione interiore dell’immagine per la quale è diventato noto.

Poi c’è il curioso elemento umano: sagome spettrali di figure senza volto che in qualche modo si trasformano in forme negli spazi negativi della fotografia. Sembrano consumati dal corpo solido, concreto e metropolitano. Hervé è definitivamente approdato alla fotografia architettonica.

 

Nel 1949 arriva la svolta decisiva. Conosce Henry Matisse e soprattutto il padre domenicano Alain Couturier, redattore capo della rivista L’Art Sacrè. Su suo consiglio Hervé si reca a Marsiglia e fotografa l’Unitè d’Habitation del celebre architetto Le Corbusier: un rigido conglomerato modernista di edifici residenziali.

Sono 650 fotografie che vengono respinte dalla rivista committente ma, folgorano Le Corbusier che dichiarò: “…Hervé come fotografo possiede la stessa anima di un architetto…”. E’ l’inizio di un sodalizio foto/architettonico che durerà per 16 anni fino al 1965 quando muore Le Corbusier. Gli scatti nudi e astratti di Hervé seducono altri grandi architetti come Alvar Aalto e Oscar Niemeyer ed il suo stile inconfondibile rivaluta definitivamente la fotografia architettonica in Europa.

 

L’utopia di Le Corbusier seduce Hervé al punto da esaltarne la visione e l’intenzione di offrire agli uomini nuove condizioni di vita, con oltre 20.000 scatti che contribuiscono a consacrare il riconoscimento globale dell’architetto.

Hervè ripudia la convinzione che le immagini puramente documentarie con semplici scatti laterali e angoli di tetti fossero il modo migliore per comunicare lo stile e il carattere degli edifici. La sua fotografia è il compimento ultimo della sua filosofia “less is more” che fonde avanguardia europea e fotografia contemporanea.

Per la prima volta le immagini architettoniche costringevano lo spettatore a considerare frammenti di un edificio fortemente ritagliati, piuttosto che semplici “visioni del tutto” illustrate da una panoramica. Così le fotografie di Hervé creano una sorta di esperienza architettonica e si muovono attraverso uno “spazio a intervalli”, isolando le sue parti integranti, esaminando le ombre create e le geometrie prodotte.

La geometria della luce e della modernità di Lucien Hervé, tra prospettiva architettonica e visione umanistica ha spinto la sua osservazione dello ‘spazio del vivere’ ben oltre la struttura, la forma e la composizione delle geometrie architettoniche, mentre la sua visione della modernità è giocata sulla tensione tra l’ombra e la luce.

Hervè ha continuato a fotografare di tutto e in tutto il mondo: tribunali in India, scavi archeologici in Siria e Libano, la sede dell’Unesco a Parigi, sempre esplorando gli spazi con il suo vigore e la sua intimità; senza lasciare fessure o crepe non toccate dalla lente angolata, e nessuna forma geometrica o allineamento inesplorato dalla mano indiscriminata del suo strumento di ritaglio: la sua fotocamera.

Lucien Hervè muore a Parigi il 26 giugno 2007 a 97 anni.

 


Note biografiche sull’autore

Edmondo Di Loreto è nato a Roma nel 1956 e vive tra Puglia e Abruzzo. Fotografa, con passione ondivaga, dall’età di 7 anni. Ha viaggiato in tutto il mondo ed ha realizzato numerosi reportage. Nel 1994 ha vinto il concorso nazionale di foto-reportage Petrus World Report.  Nel 2004 ha ricevuto il gran premio della giuria al concorso del Touring Club Italiano sulle case rurali “Alta Definizione della campagna Italiana”.

Nel 2006 è stato uno dei 5 autori selezionati per il Premio Chatwin: Camminando per il mondo con due video, un racconto ed un portfolio fotografico sui popoli del fiume Omo in Etiopia, esposto a Genova presso il Museo del Castello d’Albertis. Con Elio Carrozza e Giovanni Torre ha promosso il progetto Anime Salve legato alla questione delle migrazioni che, con una mostra e due volumi fotografici, sta girando l’Italia. Ogni volta che può, promuove la fotografia in  ogni sua forma e significato.

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