Storie di Fotografia. William Eugene Smith, tra la camicia e la pelle.

Storie di Fotografie dedica la puntata di oggi al fotografo americano William Eugene Smith, grande firma della fotografia , scomparso il 15 ottobre 1978, stroncato da un attacco cardiaco a soli 60 anni.  Ancora oggi si ci interroga e ci si accalora sulla portata delle sue immagini, dei suoi incredibili saggi fotografici, sulle licenze autorali che si prendeva, sul binomio “passione e ricerca” con cui realizzava ogni suo lavoro.

di Edmondo Di Loreto

“La fotografia può essere, al massimo,una voce sottile ma a volte – solo a volte – una foto o un gruppo di foto possono risvegliare i nostri sensi alla coscienza.” Eugene Smith.

Geniale e precoce, controverso e acclamato, cercato dalle riviste ma criticato per il carattere non facile, per la sua proverbiale mania di controllare tutto. La fotografia e l’informazione devono molto a Eugene Smith. Nasce a Wichita, in Kansas, nel dicembre del 1978 da una famiglia cattolica e il senso religioso dell’esistenza sarà una sua costante.  A 14 anni prende in prestito la fotocamera della madre per fotografare gli aerei e negli anni del liceo già lavora come fotografo per il quotidiano locale.

A 18 anni corre al capezzale del padre morente per aver tentato il suicidio. Il padre morirà lasciando nel figlio un insaziabile bisogno di realizzare cose, di provare se stesso, di scacciare da sé ogni possibile senso di morte e fallimento. Nello stesso modo, l’accanimento cannibalesco con cui i giornali si avventano su questa tragedia familiare, sconvolge il giovane Eugene che chiederà sempre, per le sue immagini e la sua professione, la possibilità di scavare in ogni storia, alla ricerca di quel nocciolo duro, di quel cuore nascosto dove risiede la verità.

Dopo un rapporto con Newsweek, Smith collabora da freelance con Life, Collier, American e New York Times. Negli anni della guerra diventa corrispondente per Flying e Popular Photography cercando il combattimento ma anche l’emozione, l’umanità profonda. Le ferite fisiche di guerra costeranno a Smith due anni di ospedale, interventi chirurgici e lo smarrimento profondo su quale sia il senso nel fotogiornalismo del dopoguerra.

Ma un giorno, ancora in convalescenza, mentre passeggia con i figli, li fotografa in uno scatto rimasto celebre: The walk to Paradise Garden. Quell’immagine, il cammino verso un futuro ancora incerto ma in fondo luminoso, decreterà il definitivo ritorno di Eugene Smith alla fotografia. Dal 1947 al 1954 realizza i grandi saggi fotografici per la rivista Life.

Il medico di campagna, Il villaggio spagnolo, La levatrice e L’uomo della pietà (dedicato ad Albert Schweitzer in Africa) restano esempi indiscussi di cosa voglia dire fare documentazione narrando con la fotografia. Niente è lasciato al caso ed ogni lavoro viene seguito per mesi da Smith che vi si dedica con un’attenzione e una devozione rara.

 

L’impaginazione diventa fondamentale e proprio per questo, in totale disaccordo con Life, nel 1954 lascia la rivista. Prova ad impegnarsi in qualcosa di ancora più grande, quasi epico: il racconto di una intera città, il suo reticolo di strade, la sua gente, la sua storia e il suo presente. Il progetto Pittsburgh rimane la sua grande sinfonia incompiuta. Un immenso materiale, due anni di lavoro a malapena sufficienti.

Passano più di un decennio prima che Smith concepisca un nuovo lavoro fotografico. Questa volta dedicato a New York: la città ripresa sempre dallo stesso punto di osservazione. Nei primi anni Settanta realizza un’inchiesta giornalistica sul disastro ecologico prodotto dall’industria chimica Chisso nel villaggio giapponese di Minamata in cui gli scarichi di mercurio contaminano l’acqua e avvelenano la popolazione.

Il reportage ha un effetto dirompente e le foto dei bambini nati deformi diventano presto icone di un nuovo dolore e insieme di una pietas antica e fanno il giro del mondo.

Eugene Smith non osserva soltanto ma partecipa e giudica, soffre e prende posizione con immagini dalla composizione classica e ineccepibile, nel nero denso che avvolge i visi, nelle posizioni dei corpi. Sono elementi di un modo di intendere la fotografia che potremmo chiamare da prima linea, idealista, forse anche velleitario, ma che non delega. Anzi: raccoglie su di sé tutto il peso del mondo.

Eugene Smith muore d’infarto a Tucson il 15 ottobre 1978.

Ha detto Cartier-Bresson di Eugene Smith: “…nelle fotografie di Gene c’è qualcosa che pulsa, come un continuo tremolio vitale: Le foto sono scattate tra la camicia e la pelle. Perché, agganciata tra camicia e pelle, dritto sul cuore, anche la sua macchina fotografica si muove al ritmo della sua appassionata integrità…”

 Fonti: Internet – Monografia Magnum Photos


[Ndr] Tutte le foto e i video presenti in questo articolo sono stati reperiti in rete a puro titolo esplicativo e possono essere soggetti a copyright. L’intento di questo blog è solo didattico e informativo.


Edmondo Di Loreto

Note biografiche sull’autore
Edmondo Di Loreto è nato a Roma nel 1956 e vive tra Puglia e Abruzzo. Fotografa, con passione ondivaga, dall’età di 7 anni. Ha viaggiato in tutto il mondo ed ha realizzato numerosi reportage. Nel 1994 ha vinto il concorso nazionale di foto-reportage Petrus World Report. Nel 2004 ha ricevuto il gran premio della giuria al concorso del Touring Club Italiano sulle case rurali “Alta Definizione della campagna Italiana”.
Nel 2006 è stato uno dei 5 autori selezionati per il Premio Chatwin: Camminando per il mondo con due video, un racconto ed un portfolio fotografico sui popoli del fiume Omo in Etiopia, esposto a Genova presso il Museo del Castello d’Albertis. Con Elio Carrozza e Giovanni Torre ha promosso il progetto Anime Salve legato alla questione delle migrazioni che, con una mostra e due volumi fotografici, sta girando l’Italia. Ogni volta che può, promuove la fotografia in ogni sua forma e significato.

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