Storia, leggenda e romanzo nei dipinti di Antonello

In ogni opera di Antonello c’è un’avventura da raccontare che esigerebbe la capacità narrativa del romanziere e l’analisi scientifica del ricercatore, anche perché la vicenda complessiva del pittore, per l’insufficienza di alcuni dati biografici, non si è mai del tutto trasformata da leggenda fantasiosa in storia definita.

Di Francesco Galletta e Franco Sondrio

Antonello da Messina, nell’ambito storico-critico, appare ancora oggi come un mosaico con alcuni tasselli mancanti, benché dai tempi dell’attribuzione del San Gerolamo nello studio, fatta da Cavalcaselle nel 1854 – plausibile inizio di un approccio scientifico alla figura del pittore – il catalogo delle opere si sia, ormai, ampiamente stabilizzato.

Storia e narrazione si alternarono già nella diatriba che, all’alba del XX secolo, consentì agli studiosi litiganti Gaetano La Corte Cailler e Gioacchino Di Marzo, di superarsi a vicenda nella ricerca dei documenti messinesi. La loro, fu una corsa inconsapevole contro il tempo e il destino avverso, prima che il terremoto del 1908 cancellasse i contratti notarili di Antonello e si abbattesse sui due dipinti sicuramente ancora presenti a Messina: il San Nicola e storie della sua vita (distrutto) e il Polittico di San Gregorio (danneggiato).

Questa però è solo la parte iniziale di una possibile narrazione.

crocifissione sibiu_dettaglio del porto di messina

Non è singolare, infatti, che il quadro più sfacciatamente messinese di Antonello, la Crocifissione di Sibiu, con il caratteristico porto della città in bella vista, sia stato scambiato fino al 1902 per un dipinto tedesco? O che il malandato Ecce Homo Spinola, attribuito da Cavalcaselle e Crowe già nel 1857, abbia dovuto attendere il 1946 per essere assegnato definitivamente al messinese, solo dopo la scoperta del cartellino autografo sull’originale cornice dipinta, coperta da quella di legno!

Ancora, chissà quanti passaggi di mano avrà visto l’Ecce Homo di New York, negli innumerevoli viaggi tra Palermo, Napoli, Madrid, Parigi e Lugano, prima di arrivare negli Stati Uniti? Oppure, come definire se non leggenda la sorte dell’Ecce Homo Ostrowski del 1474, fino al 1931 in collezione privata dentro un castello polacco? Sparito dal suo nascondiglio di guerra dentro una miniera austriaca nel 1945, ci osserva ormai, come un fantasma afflitto, dall’unica fotografia rimasta.

ecce homo ostrowski_perduto

Non è ancora più bizzarro, d’altro canto, il caso dell’Annunciata di Palermo, indiscussa icona del pittore e dell’intera Sicilia? Rivelata dal Di Marzo nel 1887, ha dovuto lottare per venti anni prima di liberarsi dal ruolo di brutta copia di una sua gemella veneziana, ritenuta per molto tempo l’unica originale!

annunciata_palermo

Che cosa potremmo aggiungere, poi, a quella vera e propria opera di narrativa che è, di suo, il ritratto Mandralisca di Cefalù, rinvenuto secondo leggenda a Lipari, come stipo di un mobile di farmacia? Nello straordinario libro di Vincenzo Consolo, Il sorriso dell’ignoto marinaio, del 1977, è trasformato da effigie pittorica di un personaggio reale nell’inquietante doppio letterario del protagonista.

Che dire poi dei tanti cartellini con la firma di Antonello, segati via da molti ritratti (Johnson e Thyssen, per esempio)? O di quello della Crocifissione di Londra spostato sul retro e poi riattaccato sul davanti? E di quell’altro del San Sebastiano riapparso solo nel restauro del 2004, ma in uno stato così precario da non potersi leggere la data, così importante per la storia del dipinto? Non parliamo poi dell’Annunciazione, dimenticata del tutto a Palazzolo Acreide per quattro secoli.

Anche queste, una per una, sarebbero delle storie raccontabili.

Lo sono di più le rocambolesche aggiunte di nuovi dipinti al catalogo, che persino nella seconda metà del ‘900 si succederanno senza sosta. La Pietà del Prado, per esempio, completamente sconosciuta alla critica e nelle fonti, fu acquistata dal museo madrileno nel 1965 in condizioni talmente perfette da essere scambiata addirittura per un’opera spagnola dell’Ottocento.

Ancora, fu soltanto al convegno messinese del 1981, che Federico Zeri comunicò, per la prima volta al resto della critica mondiale, l’esistenza di una minuscola tavoletta bifronte (19,5×14 cm) con l’Ecce Homo in recto e San Girolamo penitente, in verso, in collezione privata a New York.

polittico degli Uffizi_ricostituzione

Invece, ciò che rimane del grande Polittico della Madonna con Bambino, San Giovanni e San Benedetto, ora riunito agli Uffizi, fu riscoperto sotto una dipintura pesantissima che lo mascherava, intorno agli anni ottanta del Novecento, ma è stato esposto al pubblico soltanto nel 1999. Sempre Zeri, in uno scritto del 1995 (non sappiamo  con quanta verità!) accennò persino a un’orrida tragedia nascosta dietro quelle tavole, con un suicidio, un omicidio e la morte di una terza persona.

polittico degli Uffizi_stato di fatto prima della rimozione delle ridipinture

Addirittura, il piccolo Disegno di donne e casamenti diventato patrimonio del Louvre solo nel 1983, prima di essere reso pubblico aveva già un quasi gemello ma senza casamenti – ormai retrocesso a copia di bottega – in collezione Lehman al Met di New York, dagli anni venti del Novecento.

Infine, non sembrerebbe conclusa la vicenda dell’ennesima minuscola tavoletta bifronte (16×11,9 cm) con un Ecce Homo da una parte e la Madonna con Bambino e un francescano orante, dall’altra. Acquistata nel 2003 dalla Regione Siciliana per il Museo di Messina sulla scia dell’euforia per un nuovo Antonello che spinse molti a certificarne la paternità, ebbe poi diverse voci contrarie, spesso taciute o mai espresse. Solo Teresa Pugliatti, in forma pubblica, ha sempre detto francamente che è una “attribuzione con condivisibile”.

Tuttavia, l’opera che sopra ogni altra rappresenta il paradigma della leggenda romanzata di Antonello è, neanche a dirlo, il suo capolavoro, quella Pala di San Cassiano che diede agli stessi pittori veneti da cui il messinese derivò il modello iconografico, un esempio da imitare per lungo tempo.

pala san cassiano_ricostruzione wilde 1929_sovrapposizione parti restanti_FG

Smontata dalla sua sede e tagliata in cinque pezzi già nella prima metà del ‘600, fu venduta sul mercato antiquario continentale con l’attribuzione a Giovanni Bellini. Tuttavia solo il frammento centrale con la Vergine rimase sempre visibile; degli altri pezzi si persero progressivamente le tracce. Nel 1915 a Vienna, durante un restauro, spuntò in basso, sotto la Madonna, una mano inaspettata che fece pensare a un’opera più complessa. Nel 1917, una folgorazione di Berenson attribuì il dipinto ad Antonello.

Finalmente nel 1928, altre due delle cinque parti già segate furono rintracciate nei depositi dello stesso Kunsthistorisches Museum di Vienna. Dal 1929, i tre frammenti superstiti della Pala costituiscono ciò che resta della tavola che, al suo apparire a Venezia, aveva trasformato il pittore siciliano in mito assoluto.

Attenzione, però: questa era la fine della storia. A Bruxelles, negli anni cinquanta del XVII secolo, i cinque pezzi erano stati ricopiati come dipinti da David Teniers e trasferiti nelle incisioni del Theatrum Pictorium del 1660 (foto sotto). Quelle riproduzioni, ignorate per più di due secoli, furono utilizzate da Johannes Wilde nel 1929 per suggerire, con la tecnica del disegno al tratto, una possibile ricostruzione complessiva della tavola.

Un disegno, quindi, ha dovuto parzialmente rimpiazzare il dipinto originale. Una storia che ricorda, per certi versi, quella del perduto San Nicola e storie della sua vita, rilevato in modo dettagliato a Messina da Cavalcaselle nel suo viaggio del 1859/60 e fotografato nel transetto in San Nicola dei Gentiluomini – ma solo da lontano – dal La Corte. Andato distrutto, come detto, nel 1908, per colmo delle cose, nel Duomo nuovo di Santo Stefano Protomartire a Milazzo, si conserva ancora una sua copia appena successiva, ma non fedelissima.

Pure questa sarebbe un’ennesima (possibile) narrazione su Antonello.

 


Note biografiche sull’autore

Francesco Galletta (Messina, 1965), architetto, grafico. Titolare di Tecniche Grafiche alle scuole superiori; laureato con una tesi di restauro urbano, è stato assistente tutor alla facoltà di Architettura dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria per Storia dell’Urbanistica e Storia dell’Architettura Moderna. Dottore di Ricerca alla facoltà di Ingegneria di Messina, in rappresentazione, con una tesi dal titolo: “L’Immaginario pittorico di Antonello”. Con l’architetto Franco Sondrio ha rilevato, per la prima volta, la costruzione prospettica e la geometria modulare dell’Annunciazione di Antonello. La ricerca, presentata in convegni nazionali e internazionali, è pubblicata in libri di diversi autori, compresa la monografia sul restauro del dipinto. Sempre con Franco Sondrio ha studiato l’ordine architettonico dell’ex abbazia di San Placido Calonerò nell’ambito del restauro in corso e scoperto a Messina un complesso architettonico della metà del ‘500, collegato al viaggio in Sicilia del 1823 dell’architetto francese Jaques Ignace Hittorff.

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