Manhattan, instancabile primadonna

Per la rubrica  Viaggi Fotografici, curata da Stefano Degli Esposti, oggi andiamo a New York per osservare Manhattan, la primadonna della città-stato al centro dell’universo.

di Stefano Degli Esposti  ©

LA PRIMA VOLTA

“Che andiamo a fare a New York? A visitare negozi fra i grattacieli tutti uguali?” Iniziò così il mio primo viaggio a New York, un compromesso di famiglia, da me accettato di malavoglia. Fu così che mi abbandonai al destino, consapevole dell’importanza della meta, ma privo di quell’entusiasmo che solitamente anima la mia progettualità di viaggio.

Fino a quando, all’improvviso, un mastodontico muro nero completamente illuminato mi apparve dal finestrino, mentre il taxi saliva su un ponte avvicinandosi a Brooklyn. Migliaia di luci mi trafissero come proiettili, arrivando completamente disarmato una sera di fine dicembre. La skyline più famosa al mondo, improvvisamente era lì, davanti ai miei occhi.  Sprigionava un’energia emotiva incommensurabile, tale da immobilizzarmi e lasciarmi senza parole. L’assenza di colori stendeva un’aura misteriosa intorno a quelle enormi sagome urbane tratteggiate dal bagliore delle finestre degli uffici ormai svuotati.

LA PRIMADONNA

 È stato meraviglioso rivedere la striscia di Manhattan che si allunga sulla foce dell’Hudson come una primadonna, attorniata dalle comparse Brooklyn e Jersey City. Si mantiene snella nella sua compattezza, elegante nella sua eterogeneità e sinuosa nelle colline immaginarie dei suoi agglomerati.

Gli occhi vagano mentre ti addentri nella foresta di grattacieli o ammiri il panorama dalla loro cima. Da qui la prospettiva mette in ordine il disordine, fatto di stili, colori e dimensioni differenti. Un melting-pot di architettura, perfettamente deregolamentato, al punto da sembrare frutto di una stramba visione pianificata. Manhattan non si è mai fermata in questi sette anni. Sono spuntati nuovi missili terra-aria, alcuni filiformi con baricentri improbabili, altri avvitati su sé stessi in stile decostruttivista.  La speranza di non vedere più gru svettare qua e là, come la prima volta, cade immediatamente in questo cantiere permanente. Ma il work-in-progress si inserisce armoniosamente in un onnipresente pattern multicolore.

 Ogni giorno ti ritrovi dentro ad un film diverso, man mano che entri negli scenari più famosi. Un vero collante che ti fa sentire nello stesso posto nonostante la variabilità di contesto. Dalle luci accecanti di Times Square alla pace delle Townhouses schierate lungo le vie alberate di diversi quartieri. Dalla testa di Harlem ai piedi di Battery Park. Dai palazzoni grigi anni ’20 di Lower Manhattan alle recenti geometrie strambe di Hudson Yards.

MIDTOWN

 Se Midtown è il cuore di Manhattan, Times Square è un suo ventricolo pulsante di pellegrini dello shopping, pompati attraverso le arterie di una metro capillare. Un esercito in marcia 24/24 che spara selfie a raffica ovunque. Specie piazzandosi sulla red steps, la scalinata posizionata appositamente nel crocevia fra la Broadway e la 7a Avenue, che forma questa piazza-non-piazza. Questo è il rito che viene diffusamente consumato nel tempio dell’effimero, che somiglia a un formicaio impazzito osservandolo dall’alto. Una giostra di oggetti, voci e gesti, che si mischiano nel permanente bagno cromatico delle insegne pubblicitarie, offrendo miraggi di felicità che sfrecciano senza lasciare alcuna traccia.

 Sei nel torsolo della Grande Mela o nel centro della Grande Cipolla. Infatti, la capitale del mondo o persino dell’universo, in origine chiamata New Amsterdam, vanta un secondo soprannome, affiancato al primo assai più noto. A pochi passi ti ritrovi nell’olimpo dell’architettura minimalista del Rockefeller Center, dove svetta il Comcast Building, che ospita nella sua cima il Top of the Rock Observatory. Da qui puoi goderti il panorama più emozionante coi toni caldi del tramonto. I cuori romantici lo affollano con largo anticipo e vanno a scaldarsi nel lato sud della sua piccola piattaforma più elevata.

La primadonna raccolta intorno all’iconico Empire State Building e abbracciata dai due rami del Hudson è la cartolina più suggestiva della città. Specie quando il cielo si tinge di una vasta gamma cromatica fino al blu che annuncia la notte. Le luci degli uffici un po’ per volta accendono un firmamento rovesciato.

Se vuoi spaziare nell’architettura più stravagante non puoi perderti il Vessel, piantato nel mezzo di Hudson Yards, a poche fermate di metro sulla riva ovest. Un complesso di scalinate vestito di bronzo, dentro al quale rimani intrappolato nel dubbio tra l’osservazione dei loro intrecci e l’ammirazione del panorama che corre fino al New Jersey. Il saliscendi al suo interno è dedicato all’estetica ed alla liberazione dell’immaginazione ispirata dalla sua bizzarria “escheriana”.

IL PROFILO DELLA PRIMADONNA

Manhattan la puoi idealmente montare e rimontare come un Lego, giocando con le mutevoli prospettive durante le crociere fluviali. Ad ovest, le linee minimaliste del World Trade Center assumono sembianze geometriche differenti, mentre si mescolano con le costruzioni multicolore più tradizionali.  La grisaglia dei palazzi di inizio ventesimo secolo riesce ancora ad avere un ruolo da protagonista sulla punta a sud, alle spalle di Battery Park. Sul lato est prevale la eterogeneità delle forme dai colori tenui, magari frutto di un inconsapevole desiderio di non distrarre troppo dal ponte di Brooklyn.

Se vuoi assicurarti il miglior profilo della primadonna devi andare a Jersey City. Una città-dormitorio sulla riva ovest, che non offre tante alternative al transito verso la mela. Ma il soggiorno in uno degli alberghi sul fiume ti ripaga ampiamente con una vista impareggiabile a qualsiasi ora.

 Poi succede che ti organizzi per fotografare la skyline west all’alba e vieni felicemente sorpreso dai riflessi del tramonto sugli specchi del World Trade Center. La sua presenza massiccia, quasi scultorea, si trasforma in un megaschermo che si tinge delle tonalità più calde dell’iride. Nel finale, il violetto lascia spazio al nero che risalta il luccichio delle finestre.

BROOKLYN

 La magia di Brooklyn, col suo iconico ponte elefantiaco, sta nella perfetta fusione fra il suo stile antico con le linee più moderne della skyline east. Di notte si saldano in un corpo unico col ponte proteso come un braccio e le sue luci che incorniciano le cime dei grattacieli Chrisler e Empire State, insinuati fra i suoi robusti cavi di acciaio. Una visione che ti impedisce di chiudere gli occhi, anche stando sdraiato sul letto in preda ai morsi del sonno. La camminata sul ponte è un movimento totale, col traffico che ti scorre sotto i piedi e coi ciclisti che ti sfrecciano a fianco sulla pista ciclabile. Man mano che avanzi cambiano le prospettive dei grattacieli che si spostano nelle diverse combinazioni. Da un lato le vette di Downtown, dall’altro quelle di Midtwon, frammezzate da un avvallamento che fra qualche anno potrebbe essere colmato con nuovi giganti.

IL MIXER

Non meravigliarti se non trovi un solo angolo della città dove non volino pezzetti di cibo, colori di razze e costumi. Ti sembra come di camminare dentro ad un frullatore, tipica sensazione della città (e del paese) simbolo dell’immigrazione. La brevità della sua storia e la mescolanza delle sue radici fanno della sua atipicità una tipicità. Questo ossimoro normalizza il diverso, rendendolo un tassello immancabile del mosaico.

Solo nel piccolo spazio del parco di Washington Square al Greenwich Village potresti incontrare i neolaureati che festeggiano i loro titoli indossando le mantelle viola della New York University. Chi col palloncino, chi con l’animale domestico in mano, tutti si fanno ritrarre nelle foto ricordo formando gruppi multietnici molto assortiti. Qui, i tavoli attrezzati per giocare a scacchi sono luoghi di incontro per gente di ogni età e colore, come Henry che mi invita a sedermi sulla panchina per una partita.

Nei ristoranti si realizza ancor meglio questa mescolanza. Una ratatuille di piatti stranieri ti salva dal dilagare del fastfood, al quale non riesci comunque a sfuggire. L’hot dog è sempre in agguato dietro ogni angolo di strada, sui chioschi mobili con le immancabili salse spacca fegato. La cucina italiana è fra quelle più diffuse e ricercate. Anche stavolta non sono riuscito ad assaggiare le famosissime e ibride Fettuccine Alfredo. Giusto per curiosità, dato che il piatto è di una semplicità da stentare a crederne la fama raggiunta.

IL RITORNO

Sarà la magia di quell’ultima notte a Brooklyn ancora viva nella mente, o fors’anche la sensazione di incompiuto che alimentano il mio desiderio di tornare. Già ora, a distanza di poco tempo e contrariamente alla mia propensione a scoprire sempre qualcosa di nuovo. La risposta sta, infatti, nel groviglio di un’estetica senza un capo né una coda, come un romanzo avvincente di cui non si conoscerà mai la fine.

Stefano Degli Esposti  ©

 

Note biografiche sull’autore

Stefano Degli Esposti

Carpe noctem”, quando il “carpe diem” non basta. Stefano Degli Esposti nasce nel 1958 a Casalecchio di Reno (BO), che resta la sua città di riferimento, nonostante il trasferimento sulle colline di Sasso Marconi. La formazione scolastica di indirizzo commerciale caratterizza il suo percorso professionale fino alla direzione di aziende di contesto multinazionale. Si diverte in cucina, si rilassa con la musica Rock e Jazz ed è appassionato di fotografia. Fotografa tutto ciò che lo emoziona, con una spiccata predilezione per l’astrattismo, specie in contesti urbani. Espone i suoi lavori a mostre collettive e personali dal 2015. Il MIA Photo Fair nel 2017 ed il Photofestival nel 2018, su tutte, entrambe a Milano. Ama la natura e gli animali. Sa cogliere gli aspetti positivi di ogni situazione.


Per ArteVitae cura la Sezione Viaggi Fotografici.  Racconta le sue esperienze di viaggio, riportando alla memoria le emozioni che gli hanno lasciato segni indelebili, accompagnate dalle sue fotografie. Lo scopo ambizioso è di farle rivivere ai suoi lettori, scatenando in loro il desiderio di visitare quei luoghi.


[Ndr]: Tutte le immagini contenute in questo articolo sono coperte dal diritto d’autore e sono state gentilmente concesse da Stefano Degli Esposti © ad ArteVitae per la realizzazione di quest’articolo.

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