La fotografia d’autore di Stefano Barattini. Dal reportage all’urbex passando per il razionalismo architettonico

In copertina oggi c’è Stefano Barattini. Nel consueto appuntamento dedicato all’approfondimento dei nostri autori, ne racconteremo la storia e la fotografia.

di Luigi Coluccia

Stefano nasce a Milano, città dove vive tuttora, nel gennaio del ’58. Studia Architettura presso il politecnico di Milano e anche se non termina il suo percorso formativo, quegli anni gli lasciano in eredità quell’attrazione fatale verso l’arte e l’architettura, che ad oggi costituisce l’emblema della sua produzione fotografica. Stefano è una persona molto curiosa, tanto che fin da piccolo è solito smontare tutto ciò che gli capita in mano per capire come è fatto.

Ama da sempre arrivare al cuore di ogni cosa. Anche nei viaggi, sua grande passione, la sua indole lo porta da sempre a cercare di capire cosa c’è dopo un deserto, oltre un villaggio o dietro una montagna. Non ama molto le convenzioni, sta bene in compagnia ma apprezza molto la solitudine, specie se associata alla fotografia. Ama molto guidare, viaggiare per chilometri rimanendo solo con se stesso, lo aiuta a ritrovarsi. Ama il cinema, la musica jazz e suonare la chitarra.

Si occupa di formazione per conto di un prestigioso istituto bancario internazionale. Per questo motivo viaggia spesso in tutta Italia per gestire le aule di formazione. Questo gli permette, nel tempo libero, di andare in giro, osservare e fotografare. Una gran bella fortuna non c’è che dire. Considerando poi che in queste circostanze è sempre da solo, si viene a creare così quella che è la sua condizione ideale a produrre le sue immagini.

Nel 1994 arriva per lui un momento di riflessione fotografica. La nascita della figlia ferma momentaneamente il suo interesse verso i viaggi e la fotografia spostando, giustamente, la sua attenzione sulla famiglia. L’arrivo ancora acerbo del digitale fa poi il resto. E’ solo nel 2006 che decide che è giunta l’ora di fare il grande passo e riprendere a fotografare.

Lo fa secondo le nuove regole del gioco imposte dalla tecnologia e avendo iniziato ad usare Macintosh dal 1987 si trova subito avvantaggiato nella gestione dei file digitali. Scopre inoltre le infinite possibilità di elaborazione a disposizione per arrivare ad un risultato finale quanto più aderente alla sua visione della realtà.

Stefano, desideriamo ringraziarti infinitamente per aver accettato il nostro invito a raccontarti. Come saprai approfittiamo di questa occasione per approfondire la conoscenza del linguaggio fotografico dei nostri ospiti ma anche la loro sfera personale.

AVB: Come e quando si è manifestata per la prima volta in te questa grande passione per la fotografia?

SB: Posso datare il suo inizio al 1979, quando ho cominciato a viaggiare da solo e conoscere altri paesi fuori dall’Italia. La mia era una fotografia turistica che pian piano si è evoluta nel tempo, attraverso la ricerca del rapporto tra l’uomo e il luogo. Per questo negli anni successivi sono stato attratto da paesi più esotici rispetto a quelli Europei. La Turchia per esempio è stata un paese che ho amato e continuo ad amare molto. Nei diversi viaggi che vi ho fatto mi ha sempre regalato emozioni uniche. Poi però arrivò l’Africa e si spalancò un altro mondo.


AVB: Sei uno dei nostri autori più poliedrici, ci hai omaggiato infatti condividendo immagini meravigliose che rappresentavano quasi tutte le anime dell’architettura che noi annoveriamo. Per lo più oggi sei un riconoscibilissimo autore urbex, supponiamo che questa “deriva” del tuo linguaggio fotografico sia stata più un approdo che un punto di partenza, quali erano dunque le tue precedenti preferenze? Come ti sei invece avvicinato a questa particolare genere fotografico?

SB: Come detto sono stato sempre orientato al reportage di viaggio, alla rappresentazione di un paese sotto tutti i suoi aspetti. Sicuramente i miei studi hanno influito molto nella scelta dei soggetti fotografici. La fotografia d’architettura, rivolta soprattutto alla ricerca delle geometrie, mi ha portato ad approfondire l’affascinante stile razionalista tipico del ventennio fascista, le nuove architetture, senza tralasciare l’aspetto delle periferie urbane e il loro mutare nel tempo.
Va detto però che anche una tardiva passione per la storia, soprattutto del periodo 1900-1950/60 ha contribuito molto nelle scelte che mi hanno portato oggi all’esplorazione urbana.

La scintilla che mi ha fatto scoprire il mondo nascosto dell’Urbex è scoccata quando sono andato a fotografare i capannoni della ex Innocenti, perché in quei capannoni è nata la mia Lambretta, costruita nel 1961. L’immensità degli spazi definita dalle ormai scheletriche strutture metalliche, il grande senso prospettico dato dai 300 metri di lunghezza dei capannoni, la simmetricità delle strutture, la natura che negli anni è cresciuta rigogliosa al suo interno tanto da far diventare questa fabbrica un’immensa serra. In quel posto riuscivo a percepirne la bellezza e contemporaneamente provavo un senso di tristezza di fronte a ciò che rimaneva di un grande marchio italiano. 

Da questo “primo contatto” ho cominciato a documentarmi e fare ricerche perché volevo scoprire altre realtà simili e non solo in campo industriale. Ho visitato e fotografato indistintamente ville, edilizia sanitaria, chiese, cercando la luce, le geometrie e il modo per ridare attraverso la fotografia valore a questi luoghi, riportarli in vita se pur per un istante.

Tra tutte le strutture che visito però il mio interesse principale è rivolto alle fabbriche, luoghi che una volta hanno rappresentato crescita economica, lavoro e benessere per tanti uomini e progresso. Sono storie di uomini. Un valore che si è perso anche in termini di mancato riutilizzo degli spazi. Continuo a fotografare anche altri soggetti, soprattutto architetture e paesaggi urbani ma la maggior parte della mia produzione fotografica odierna si rivolge a questi posti dimenticati.

AVB: Si parla sempre più spesso della capacità di realizzare ottime immagini a km 0, ossia della possibilità di poter scattare immagini molto interessanti rimanendo in un fazzoletto di terra. Sappiamo che invece tu leghi molto la tua produzione fotografica ai viaggi e all’amore per la storia del 900.  Puoi dirci la tua opinione in merito, usando come chiave di lettura la tua esperienza personale e il tuo sentire?

SB: E’ vero e concordo con te che per fare dell’ottima fotografia non serve andare lontano. Pur sapendo che il nostro paese possiede concentrata una varietà di soggetti che altri paesi non hanno, rappresentati sia dalle bellezze naturali che dalla molteplicità degli stili architettonici ed opere d’arte presenti. La ricerca circa i viaggi da intraprendere, mi ha portato a scegliere realtà differenti da quella in cui vivo, quindi mi ha orientato verso paesi più o meno lontani.

Circa otto anni fa poi ho iniziato un percorso storico sulle tracce dei luoghi della seconda guerra mondiale, ripercorrendo le tappe che dal trattato di Versailles hanno portato all’ascesa del Nazismo e poi alla guerra. Salvo rari casi, quelle realizzate non sono foto artistiche, direi più di immagini dal carattere documentale, ma rappresentano soprattutto un viaggio dentro di me, funzionale a dare risposte alle tante domande che avevo. Andare sul posto e realizzare quelle immagini voleva dire appagare un bisogno personale e chiudere un determinato aspetto di quel periodo. Ovviamente questo ha comportato un lungo lavoro di ricerca e l’aver dovuto viaggiare in molti paesi europei.

AVB: Ritieni quindi plausibile che per realizzare produzioni fotografiche di livello, ci sia necessariamente bisogno di una stimolazione diversa rispetto a quella a cui l’occhio del fotografo è esposto tutti i giorni nei luoghi in cui egli vive? Cambia quindi la capacità d’attenzione che esso pone rispetto ai luoghi in cui si trova?

SB: No, non direi questo, ritengo piuttosto che il fotografare debba tener conto di due tipologie di approccio diverse. Posso decidere di uscire per fare foto senza avere in mente un soggetto particolare, lasciandomi trasportare dalla curiosità e da ciò che si svela lungo il percorso. Oppure posso definire un progetto specifico e uscire per realizzarlo. In questo caso cerco di non farmi distrarre da tutto ciò che non rientra in quel progetto. Nel primo caso anche passeggiando per il mio quartiere posso essere colpito da una situazione che mi fa portare l’occhio al mirino della macchina fotografica.

Nel secondo caso il progetto si può sviluppare relativamente vicino oppure molto lontano. Faccio un esempio, se intendo lavorare sulle periferie della mia città lo spostamento non è eccessivo. Sicuramente è più difficile, ma anche appagante, cogliere gli spunti all’interno di paesaggi noti piuttosto che nuovi in quanto il nostro cervello ha memorizzato quel dato luogo e lo dà per acquisito, come quando per tanto tempo compi lo stesso percorso casa/lavoro alla fine non ti rendi più conto di ciò che hai intorno.

AVB: L’urban Explorer, questa emergente e sempre più intrigante figura che anima il panorama fotografico, che caratteristiche deve avere? Che consiglio ti sentiresti di dare a chi vorrebbe avvicinarsi a questo mondo che per certi versi sembrerebbe essere di nicchia, un ambiente organizzato a compartimenti stagni rispetto alle altre realtà in cui di solito ci si misura in fotografia.

SB: E’ un mondo strano, quello dell’esplorazione urbana, un’attività nata parecchio tempo fa e che solo ultimamente, a causa anche della velocità di informazione e dei social, sta coinvolgendo sempre più persone, nel bene e nel male.

In origine era solo esplorazione, il gusto e l’interesse di visitare un luogo non più attivo, un concetto vicino all’archeologia industriale. Poi la fotografia ha preso il sopravvento ma l’esplorazione come la intendo io e alcuni altri è il desiderio di conoscere. Lo scatto è solo l’aspetto finale di un processo mentale che nasce prima. Quando ho iniziato non sapevo nulla di questo mondo. Ero però affascinato da questi luoghi, complice anche l’adrenalina nel trovarmi in un posto dove non sarei dovuto essere.

La regola base è sempre il buon senso, non solo perché entrare in una casa/ospedale o altro edificio è comunque una violazione di proprietà altrui, ma perché ci sono tanti pericoli che possono portare a conseguenze anche tragiche. Soffitti che possono crollare, pavimenti e scale instabili, nelle fabbriche soprattutto veleni come l’amianto e buchi mal celati dai detriti. In ultimo questi posti possono essere occupati da persone che ne hanno fatto un alloggio di fortuna.

Il comportamento deve sempre essere di massimo rispetto per il luogo e per chi ci vive. Non sono posti nostri, quindi la prima regola dell’esploratore urbano è di lasciare il posto come lo si è trovato: “Prendo solo foto, lascio solo impronte”. Un altro consiglio che mi sento di dare è di cercare se possibile la storia di quel posto prima di andare a esplorarlo e fotografarlo. La ricerca è fondamentale per me per poterlo rappresentare nel migliore dei migliore.

AVB: Davvero la necessità di non rivelare i posti in cui si scatta, nasconde solo la voglia di preservarli? Non è che invece nasconde la voglia di non permettere ad altri fotografi di avvicinarli, allo scopo di mantenere su essi una sorta di esclusiva?

SB: Su questo argomento si potrebbe aprire un dibattito senza fine, se ne parla periodicamente sui gruppi urbex dei social. Ti dico qual è la mia idea. Chi vandalizza un posto è secondo me gente del luogo, difficilmente un vandalo si fa 200 km per il solo gusto di spaccare o imbrattare qualcosa. Anche chi ruba in questi posti è di solito gente del luogo, anche se non è sempre detto. Il non dare informazioni su una location di solito può essere letto come la volontà di salvaguardarli da questi eventi.

Entrare in un posto abbandonato inoltre è illegale e pericoloso, fornire informazioni a persone che non si conoscono circa la loro ubicazione può metterle in situazioni sgradevoli.
Il sospetto poi che certi fotografi non rivelino una determinata location per avere una sorta di esclusiva o quanto meno mantenere “il privilegio” dell’utilizzo del luogo per un certo periodo di tempo è più che un’idea. In ultimo va detto che è sempre meglio non esagerare con il visitare un determinato posto. Se ci si comincia ad andare in tanti infatti, c’è il rischio che ad un certo punto la giusta insofferenza di chi ci abita vicino porti alla sua chiusura.

AVB: Leggendo tra le righe della tua produzione fotografia, non ci è sfuggita la tua predilezione per quelli che erano i luoghi del dolore come manicomi ed ospedali. C’è una particolare ragione che spiega questo?

SB: Più che gli ospedali direi i manicomi. Come per i luoghi della seconda guerra mondiale, i manicomi sono un mondo tutto da scoprire. Quello che mi attrae è cercare di capire come gli uomini siano stati capaci di arrivare a compiere certe metodiche atrocità nei confronti dei propri simili così come quelle perpetrate in alcuni istituti psichiatrici prima della legge Basaglia del 1978.

Il funzionamento del nostro cervello è ancora in parte sconosciuto e, a parte alcuni medici illuminati, in passato il manicomio era anche un terreno di sperimentazione che in alcuni casi ha scatenato i peggiori istinti umani nei confronti dei pazienti come accadde per esempio presso la struttura Villa Azzurra (ospedale psichiatrico infantile) dove il medico Giorgio Coda, a seguito del suo comportamento venne processato nel 1974 dal tribunale di Torino con accuse gravissime, anche se ovviamente si tratta di un caso limite.

In passato poi non era raro ricorrere agli istituti psichiatrici per allontanare dalla società elementi non conformi alle “regole del gioco”, elementi scomodi come nel caso ad esempio – non so se si tratta di leggenda o realtà – di un figlio illegittimo di Mussolini, recluso nel manicomio di Mombello.

Come non bisogna dimenticare i campi di concentramento non bisogna dimenticare cosa erano questi luoghi un tempo. La fotografia ha il dovere secondo me di far conoscere queste realtà.

AVB: Di quali materiali tecnici ti avvali per realizzare le tue splendide immagini?

SB: Ho una Nikon D700 e da pochi mesi una D750, scelta per la sua grande resa a ISO elevati. Nella foto di esplorazione urbana uso sempre il trepiede, ISO al minimo e tempi lunghi. Le ottiche, prevalentemente grandangolari sono 14-24 2,8, 24-70 2,8 e per certi dettagli quando voglio una limitata profondità di campo un 105 micro 2,8. Un radiocomando per lo scatto a distanza e tanta pazienza. Per la post produzione mi avvalgo di Camera Raw e Photoshop, all’interno del quale utilizzo alcuni filtri NIK di Google. Ogni tanto, preso da “vapori nostalgici” riprendo in mano le mie vecchie macchine a pellicola Nikon F3 e Yashica MAT 124, con le quali riassaporo il fascino della fotografia analogica.

Gallery immagini Urbex di Stefano Barattini

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