L’etica del racconto nella fotografia di Silvia Pasqual.

Per la rubrica Digressioni sulla fotografia, curata da Luigi Coluccia, in copertina oggi c’è Silvia Pasqual e l’etica del suo racconto fotografico. Nel consueto appuntamento dedicato all’approfondimento dei nostri autori, ne racconteremo la storia e la fotografia.

di Luigi Coluccia

Silvia nasce a Jesolo, Venezia, nel marzo dell’86. Non si reputa una professionista della fotografia, anzi, fatica anche a definirsi fotografa. Sposata con Alessandro, da dieci anni è infermiera, da nove impiegata nell’area pediatrica. Il suo lavoro le piace tanto, perché oltre ad essere molto dinamico, stimolante e variegato, le permette di stare a contatto con le persone e di esser loro utile, caratteristica questa che ritroveremo più avanti applicata alla fotografia.

Credo che la mia professione, in un certo senso, influisca sulla mia fotografia. L’interesse verso le persone, il loro modo di vivere, la ricerca del contatto umano, sono fondamentali per me. – SP 

La fotografia di Silvia infatti è inevitabilmente influenzata dalla sua accentuata sensibilità e dalla dedizione per la sua professione, entrambe senza dubbio legate a doppio filo con il suo modo di scattare.

LC: Bene Silvia, come hai cominciato a fotografare? Da dove deriva questa tua passione e quale è stato l’evento che ha scatenato in te la voglia di misurarti con questa potente mezzo di comunicazione?

 SP: Ho iniziato ad approcciarmi alla fotografia nel 2012, in un periodo difficile. Mio padre era morto da pochi mesi, in seguito ad un brutto incidente. Questo evento ha segnato profondamente la mia vita e il mio carattere, mi ha reso più fragile. Per distrarmi ed in un certo senso per fuggire dal dolore, ho iniziato ad uscire e fotografare, da autodidatta. Ovviamente non avevo alcuna consapevolezza di quello che facevo. Passavo da periodi in cui ero molto presa da questa nuova passione, a periodi in cui mettevo la macchina fotografica nell’armadio e non la toccavo per mesi.

Nel frattempo viaggiavo insieme ad Alessandro, mio marito. I nostri viaggi erano perlopiù improntati alla conoscenza dei popoli, dei loro costumi e alla ricerca del contatto umano. Portavo con me la macchina fotografica e mi accorgevo sempre di più che ciò che mi rendeva felice era riuscire a raccontare qualcosa di queste persone, di questi incontri, attraverso le mie foto. E così, in modo molto naturale, mi sono via via avvicinata a quel meraviglioso metodo di comunicazione che è la fotografia.

LC: Cosa rappresenta per te la fotografia?

SP: La fotografia, come ti dicevo, è un linguaggio che mi aiuta ad esprimermi, a comunicare delle sensazioni e a raccontare qualcosa delle persone e dei luoghi che visito, che siano essi vicino casa mia, piuttosto che quelli raggiunti con lunghi viaggi. Fotografo inoltre perché mi fa stare bene, mi rende felice. Trovo che la fotografia abbia il potere di unire le persone, non puoi immaginare le volte che, da una semplice foto, sia poi nata un’amicizia. Ricordo di una volta in India, a Calcutta, in cui con una ragazza incontrata sulle rotaie del treno a cui ho scattato due foto, è nata una forte empatia al punto che ho passato i successivi tre pomeriggi a casa sua, insieme alla sua famiglia.

© Silvia Pasqual

Ho notato la fotografia di Silvia nell’ultima trasferta fatta a Novafeltria per seguire il Roadshow Archiminimal. Nell’ambito del “Live” infatti, ambiziosa kermesse fotografica organizzata dal gruppo Facebook “Semplicemente Fotografare”, si ha ogni anno la possibilità di imbattersi in artisti davvero talentuosi, come Silvia appunto. In esposizione vi era il suo lavoro “Adriana e Giovanni.”

Gli occhi dei protagonisti sembrano vivi, escono dall’immagine e ti catturano, ti rapiscono. Sono rimasto a contemplare quelle foto per almeno mezz’ora, cercando di costruire una storia plausibile che potesse raccontarli. Si tratta di una bellissima coppia che sta insieme da una vita ed ha l’abitudine di condividere tutto, in cui ogni giorno l’uno si prende cura dell’altro.

Lei, elegante e forte, lui timido ed estremamente sensibile. Entrambi legati al passato, raccontano con piacere i ricordi e gli aneddoti più belli. Due poli opposti che si completano. È stato meraviglioso scoprire che ciò che avevo immaginato, era tutto vero! Adriana e Giovanni sono i suoi zii paterni. Silvia è molto legata a loro, per lei sono quasi dei nonni e abitando molto vicini, hanno molte occasioni di vedersi.

Adriana e Giovanni è un progetto semplice, attraverso il quale voglio raccontare qualcosa di loro, delle loro vita, fatta di quotidianità e di ricordi. Al giorno d’oggi è difficile restare uniti per molti anni, spesso le avversità dividono. Ma ci sono persone che resistono, e questa è la loro storia. – SP

LC: La fotografia che prediligi è essenzialmente quella di reportage. Come sovente accade però, immaginiamo sia stata l’approdo finale maturato dopo un percorso di ricerca stilistico ed artistico più lungo ed articolato, puoi raccontarcelo? Da ultimo, cosa ti attrae in questo genere?

SP: E’ vero, amo moltissimo la fotografia di reportage, anche se non mi permetterei mai di dire che mi occupo di reportage, ho ancora tanta, tantissima strada da fare. All’inizio, quando ero totalmente priva di qualsiasi nozione più approfondita di questo mezzo di comunicazione che è la fotografia, uscivo e fotografavo i luoghi, le persone ed i paesaggi vicino casa mia, a volte ritraevo le mie amiche. 

© Silvia Pasqual

Per un periodo sono stata anche molto creativa, ricordo di un giorno d’autunno in cui il giardino era ricoperto di foglie colorate, le ho raccolte e incollate su un abito lungo, che ho fatto poi indossare ad una amica per fare delle foto. Però tutto questo, tutta questa creatività, era un lampo a ciel sereno nella mia vita, come veniva se ne andava. Forse perché avevo altre questioni da risolvere e la fotografia era, in quel periodo, un pretesto per scappare.

Sono arrivata in maniera molto spontanea al mio attuale modo di fotografare, senza forzature. E’ stato qualcosa che mi ha travolto, insieme alla passione per il viaggio e per le persone. Naturalmente non fotografo solo quando viaggio, mi piace anche raccontare qualcosa della gente del mio paese, mantenendo comunque l’interesse per la vita quotidiana.

“Ho visto molto di questo pianeta – dice Sebastiao Salgado – ho imparato molto, ho sofferto per quel che vedevo. Ma nel mio lavoro ho anche raccontato l’incredibile lavoro dell’uomo capace di cambiare il mondo e trasformare la materia. Da quando cominciai sono un’altra persona, non so se sono più ottimista o pessimista, sono un’altra persona che porta in sé tante insegnamenti”.

Sono da sempre attratto dallo stretto rapporto e dalla commistione esistente tra il viaggio e la fotografia, ebbene quello sopra espresso è il pensiero che spesso ho avuto leggendo il linguaggio fotografico di Silvia. Sono rimasto folgorato dalle sue fotografie, immagini ricche di pathos, di sentimento, di contenuti. Immagini didascaliche che rimangono impresse nell’anima. Incantato da quella sua capacità di raccontare il mondo, le persone e le loro vite, attraverso una spiccata sensibilità, che fa sentire forte addosso questa sua incredibile capacità di comunicazione.

LC: Come sei arrivata a sviluppare questo particolarissimo e personalissimo modo di fotografare e comunicare allo stesso tempo, che coniuga magicamente ciò che vuoi raccontare attraverso i luoghi che hai visitato e i rapporti umani che hai intrecciato con tutto ciò che ritieni debba arrivare di te, di come sei, perché leggendo le tue fotografie si evince tutto questo, puoi parlarcene? E tu, dopo la tua esperienza, sei più ottimista o pessimista rispetto al genere umano ed al suo futuro?

SP: Anzitutto ti ringrazio per i complimenti e per l’attenta e puntuale lettura del mio lavoro, mi fa molto piacere che ti arrivi questo. C’è voluto del tempo per sviluppare questo modo di fotografare: non solo tempo in termini di impegno e dedizione, ma anche tempo per riflettere su quello che stavo facendo. La mia fotografia raccontava qualcosa? O era una fotografia vista e rivista, banale, retorica?

Tendenzialmente sono molto autocritica e mi piace confrontarmi con chi ne sa più di me, mi piace guardare i lavori degli altri e capire come sono stati realizzati, ascoltare le critiche su ciò che faccio. Credo che questo aiuti sempre, il sentirsi sopravvalutati e mai arrivati, aiuta a migliorarsi. Ricordo che nel 2015, durante il mio primo viaggio in India, sono stata letteralmente rapita dai volti che ho incontrato, tanto che le foto che poi avevo stampato erano quasi tutte ritratti.

 

Con il tempo ho capito che ci vuole anche altro, non basta la foto d’impatto, lo sguardo intenso in primo piano, ma serve anche l’ambiente circostante, servono dei momenti descrittivi. Per questo ora tendo sempre di più ad includere l’ambiente circostante, sia esterno, che interno, per meglio contestualizzare le fotografie.

È buffo perché quelle che tre anni fa mi sembravano delle buone fotografie, di cui andare fiera, adesso non mi piacciono più. E magari tra qualche anno succederà la stessa cosa con quelle appena scattate. Per quanto riguarda l’ultima domanda, posso sicuramente dire di sentirmi ottimista rispetto al genere umano, almeno secondo ciò che ho vissuto io. Probabilmente sono stata molto fortunata, ma ho quasi sempre incontrato persone splendide, che mi hanno dato molto. Ad esempio sono da poco rientrata da un viaggio in Turchia, che mi ha portato a visitare le zone curde e nord-orientali del paese, e sono ancora emozionata al pensiero dell’accoglienza che mi è stata data.

LC: Da quali grandi autori della fotografia o del mondo della pittura hai tratto ispirazione per realizzare i tuoi lavori fotografici?

SP: Seguo moltissimo i lavori di Monika Bulaj, di Francesco Comello, perché li trovo entusiasmanti, ricchi di poesia ed estremamente comunicativi. Un altro fotografo che apprezzo tantissimo è Muhammed Muheisen, per il suo lavoro sui rifugiati Afghani in Pakistan. Mi piace inoltre Jeremy Snell, principalmente da un punto di vista estetico.

LC: La tua fotografia si concentra molto sullo studio antropologico dei luoghi che visiti, sulla rappresentazione del ritratto. Come scegli i tuoi soggetti, cosa ti rimane di loro alla fine del viaggio e cosa pensi di lasciare loro di te?  

SP: Mi piace molto osservare i lavori degli altri e quando un’immagine mi colpisce, cerco di approfondire il più possibile la mia conoscenza circa il luogo in cui è stata scattata e sul popolo che in esso vive, questo perché comincio già a sognare di visitare quel posto. Prima di partire invece, sviluppo una certa idea su ciò che potrei realizzare fotograficamente, consapevole che potrei anche non riuscirci. Per questo, se un luogo mi colpisce particolarmente, tendo a ritornarci, per approfondire.

Ho una particolare attrazione per gli ambienti familiari, mi piace molto ritrarre le persone all’interno delle loro case, perché credo che proprio le case raccontino moltissimo della vita di ognuno di noi. Durante i viaggi mi è capitato moltissime volte di essere invitata in casa da persone che in quel momento erano perfette sconosciute, semplicemente perché incuriosite da me e mio marito, così come noi lo eravamo di loro. Molte persone poi, siamo tornati a trovarle, per portar loro le foto stampate, specialmente in Romania. 

Di loro mi rimarranno le loro storie, le risate, i momenti condivisi, gli innumerevoli tè e grappe, in Romania, bevuti insieme, quelle piccole cose che spesso ignoriamo perché fanno parte della vita di tutti i giorni. Io spero di lasciar loro un buon ricordo di me. Cerco di entrare nei luoghi in punta di piedi e con rispetto e di aspettare sempre il momento opportuno per iniziare a fotografare e so per certo che questo viene apprezzato, perché l’imbarazzo iniziale, che naturalmente si crea tra sconosciuti, sparisce, per far spazio alla spontaneità.

Se posso cerco di portare di persona le foto stampate, altrimenti uso regolarmente la polaroid per regalare subito un ricordo, oppure spedisco le foto ad amici del luogo, perché possano consegnarle agli interessati. Ad oggi sono in contatto con molte persone incontrate nei miei viaggi, tramite i social, sono anche nate delle belle amicizie.

Cito nuovamente Sebastiao Salgado, che amava affermare che “le immagini possono risvegliare le coscienze come una premessa necessaria all’avvio di qualche azione. Un’immagine è come un appello a fare qualcosa, non soltanto a sentirsi turbati o indignati. La foto dice: “Basta! Intervenite, agite!”.

LC: Qual è il tuo pensiero sulla fotografia di reportage come forma di denuncia? Hai mai usato la fotografia come forma di denuncia per delle situazioni piuttosto che per delle ingiustizie? Se si in che lavoro? Ce ne puoi parlare?

SP: È un aspetto del reportage troppo grande per me, non ho mai realizzato un lavoro di questo tipo. Sono entrata spesso nelle baraccopoli indiane e ho intenzione di ritornarci, ma ad oggi, quello che ho realizzato, non è assolutamente completo. Concordo pienamente con l’affermazione di Salgado, quando dice che un’immagine è un appello a fare qualcosa. In un mondo in cui guerre e ingiustizie sono all’ordine del giorno, serve richiamare l’attenzione, per essere più umani, per intervenire. Perché l’immagine è diretta, diventa una vera e propria testimonianza e spesso riesce a trasportare l’osservatore in quel contesto.  

LC: Silvia, nel reportage si riporta sempre e comunque una visione parziale, non in grado di raccontare la realtà che si ha davanti agli occhi ma solo di sezionarla e di riproporla in un quadro espressivo che attiene più ad una poetica individuale che non alla raffigurazione oggettiva degli eventi. L’etica diventa quindi un valore primario, il sintomo di un atteggiamento teso a rispettare il reale senza giocare la facilissima carta della retorica che in genere nasconde solo un punto di vista. Come si riesce a gestire questa grande responsabilità, come ci si prepara a farlo? Come si evita di cadere nella trappola della banalità?

SP: Questa è una bellissima domanda, che cerco di pormi sempre quando fotografo. Credo che sia davvero difficile essere completamente oggettivi, perché i nostri sentimenti, il nostro vissuto, entrano sempre in ballo quando si tratta di scattare. Però, ecco, non dobbiamo dimenticare di essere onesti, innanzitutto nei confronti delle persone e del luogo che fotografiamo e poi nei confronti di chi guarderà le nostre foto. A mio avviso, la responsabilità dell’atteggiamento che porta a usare molto la retorica è da attribuire ai social. C’è una vera e propria ossessione verso il raggiungimento di un numero elevato di consensi, che non importa quasi più nulla del resto, della sostanza della foto.

Questo può essere fuorviante e portare molte persone a ricercare la spettacolarizzazione nelle proprie immagini, spesso costruendo a tavolino situazioni e scene, ottenendo così fotografie incredibili, con luci e situazioni di forte impatto, ma non reali, piuttosto che ricercare il pietismo, anche quando non ha senso di esistere. Però qui non si tratta nemmeno di reportage, anzi, credo che questa parola sia molto abusata. Non basta fotografare un bambino africano con le mosche e gli occhioni intensi ed il sorriso, condire la foto con una frase d’effetto o con un aforisma, per parlare di reportage, anzi, si rischia la retorica dei bambini poveri, ma felici con poco. Bisogna fare molta attenzione a non essere superficiali, a conoscere quello che si va a fotografare.

Questa risposta evoca in me il passaggio di un saggio di Serge Tisseron letto qualche tempo fa, sull’opera del fotografo documentarista Statunitense Eugene Smith: “A proposito di Eugene Smith: cos’è un’immagine emblematica?”, nel quale l’autore affermava che «L’immagine non è il riflesso del mondo, è il mezzo che l’uomo ha inventato per misurare la distanza che separa il mondo reale da quello delle sue rappresentazioni».

LC: Hai recentemente visitato la Turchia, in particolar modo la regione del Kurdistan. Spesso un viaggio così intenso ed importante dal punto di vista delle emozioni e delle sensazioni, ha bisogno di tempo per poter sedimentare e mettere bene in evidenza ciò che ci siamo riportati a casa. Ad oggi, cosa ci puoi raccontare di questa esperienza?

SP: Siamo partiti per questo viaggio con la mente aperta e tanta curiosità verso un paese verso il quale ci sono molti pregiudizi. Abbiamo percorso strade diverse da quelle più note, ma non per questo meno interessanti. Ne è risultato qualcosa di meraviglioso. Ciò che ci ha assolutamente colpito è stata l’accoglienza ricevuta.

Abbiamo incontrato persone splendide, non ho parole per descrivere la loro bellezza e ospitalità, decisamente fuori dal comune. Ogni giorno ci sono stati tanti momenti di condivisione, abbracci e risate, regali, calore umano tra persone di culture molto diverse, lontane. Decisamente è uno tra i popoli migliori mai conosciuti. Nelle foto che ho scattato, che un po’ alla volta riordinerò, c’è tutta la storia del nostro viaggio.

LC: Di quali strumenti ti avvali, tipo di macchina fotografica, obiettivi, post-produzione?

SP: Utilizzo due reflex digitali, alle quali abbino un 24-70 mm f/2.8 e un 35 mm f/1.4. Sono lenti luminose, aspetto davvero utile nella fotografia che spesso pratico e prediligo, quella cioè che mi vede all’interno delle abitazioni dei miei soggetti. Sfrutto sempre la luce naturale, anche se spesso mi capita di averne a disposizione molto poca. Non uso né il flash né il treppiede. Per la post-produzione utilizzo il programma Camera Raw e Photoshop. Non amo calcare troppo la mano in questa fase, mi piace essere il più sobria possibile.  

LC: Hai nel breve periodo dei progetti fotografici di cui ti stai occupando o che vorresti mettere a punto?

SP: Adriana e Giovanni, il progetto presentato a Novafeltria che hai citato all’inizio è indubbiamente un progetto in divenire che porterò avanti. Ho intenzione inoltre di ritornare in Maramures, per approfondire altri aspetti di quel luogo che sono certa mi siano sfuggiti nelle precedenti occasioni, vorrei riuscire a conoscerlo ancora meglio. Si tratta di una regione della Romania, ai confini con l’Ucraina.

Qui la vita segue ancora antiche tradizioni e nei villaggi di montagna le persone vivono in case di legno, tradizionali del luogo, sfidando le difficoltà di ogni giorno. La modernità che avanza, insieme alla migrazione da parte di numerosi giovani, verso altri paesi europei, minaccia questo modo antico di vivere, che inevitabilmente, con il tempo, cambierà. Mi piacerebbe infine davvero molto realizzarne un libro fotografico.

LC: Silvia, desidero ringraziarti per l’opportunità concessami di fare questo affascinante viaggio dentro la tua fotografia e per le emozioni che quest’ultima ha saputo suscitare in me. È’ stata davvero stimolante questa chiacchierata, grazie anche per la disponibilità, per la sensibilità e per tutte le belle emozioni che ci hai saputo regalare.

DB: Grazie a te Gigi per avermi dato l’opportunità di raccontarmi, dandomi la possibilità di soffermarmi sul mio modo di intendere ed interpretare la fotografia e di aver stimolato la possibilità di una ricerca rivolta alla parte di me più intima che da un lato mi ha arricchita e dall’altro mi ha permesso di mettere a fuoco dettagli di me stessa, che altrimenti sarebbero rimasti nell’ombra. Un saluto a tutti gli amici di ArteVitae. 

Riferimenti dell’autrice

Profilo Facebook

Profilo Flickr

Profilo Juzaphoto


[Ndr]: Tutte le immagini contenute in questo articolo sono coperte dal diritto d’autore e sono state gentilmente concesse da Silvia Pasqual © ad ArteVitae per la realizzazione di quest’articolo.


Note biografiche sull’Autore

Gigi Coluccia

Gigi, salentino di nascita e romano d’adozione, intraprende il percorso di laurea in Economia Bancaria e successivamente abbraccia la carriera militare. Alterna la passione per l’economia e la letteratura, ereditata dal nonno, a quella per la fotografia che coltiva da tempo, applicandosi in diversi generi fotografici, prima di approdare alla fotografia di architettura e minimalismo urbano in cui trova espressione la sua vena creativa.

Dotato di personalità votata alla concretezza e con uno spiccato orientamento alla cultura del fare, Gigi intuisce le potenzialità aggreganti della fotografia unite alla possibilità di condivisione offerte dal Social e fonda il Gruppo ArchiMinimal Photography attraverso il quale riesce a catalizzare l’attenzione di tanti utenti italiani e stranieri attorno ad progetto di più ampio respiro che aggrega una nutrita comunità attiva di foto-amatori. Impegnato nella promozione e nella divulgazione della cultura fotografica, crea il magazine ArteVitae, progetto editoriale derivato dal successo della community social, per il quale scrive monografie ed approfondimenti sugli autori fotografici e cura la rubrica Digressioni sulla Fotografia, ricercando nel panorama fotografico contemporaneo, personaggi e spunti di interesse di cui parlare.

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