SHODŌ – La scrittura dell’anima

ArteVitae è lieta di ospitare l’articolo SHODŌ – La scrittura dell’anima di Elio Caretta pubblicato su Diatomea.net.

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Con l’avvento dei moderni mezzi di comunicazione, una pratica come quella della scrittura manuale ha perso sempre di più la sua importanza, ad appannaggio di metodi più comodi e meno “obsoleti”.
E’ straordinario, invece, il significato intrinseco che la pratica della scrittura assume in oriente, in particolar modo in Giappone, dove la stessa prende il nome di “shodō”, letteralmente “la via della scrittura”.

Il termine “shodō” infatti è composto dai termini “sho” che significa scrittura, e “dō”, termine che indica la pratica di un’arte , un impegno costante che può condurre, tramite un perfezionamento tecnico, ad un vero e proprio affinamento interiore dell’individuo che “percorre la via”. Importante notare che il carattere “dō” viene utilizzato anche per indicare il “tao”, cioè il processo di mutamento proprio della filosofia taoista; inoltre lo stesso venne applicato, a partire dal XIX secolo, a numerose arti tradizionali in conseguenza degli influssi che ebbe in particolare il buddismo sulla loro pratica, intesa sempre come percorso di crescita interiore (judō, kendō, kyudō).
Tornando allo “shodō”, bisogna, in via preliminare, chiarire la convinzione di chi pratica tale arte, che la stessa sia in grado di permettere e favorire l’espressione degli stati d’animo, l’affinamento della sensibilità, nonché il perfezionamento di se stessi. Ma come è possibile questo? I segni che il calligrafo appone su carta con il proprio pennello possono essere decisi o incerti, veloci o lenti, sottili o spessi, ma in tutti sarà sempre presente la forza che viene chiamata “ki”, l’energia vitale. Quando si scrive un carattere si tende a trasmettere la relazione che si instaura tra il “ki” del calligrafo e il “ki” che il carattere possiede; è come dire quindi, che l’istantaneità della calligrafia permette di registrare un ritratto del “cuore” del calligrafo.
La pratica dello “shodō” richiede, come è ovvio che sia trovandosi davanti a una vera e propria “arte”, il rispetto di precisi schemi e dettami, che partono, ad esempio, dalla posizione assunta dal calligrafo arrivando fino alla scelta del testo da scrivere.
Durante la scrittura la posizione del corpo assume un importanza fondamentale, dato che da questa dipende la completa partecipazione del corpo all’esecuzione della stessa; ad esempio nella posizione seduta di scrittura, il foglio deve essere posizionato ad una altezza ben precisa, corrispondente a un punto di poco al di sotto dell’ombelico, in modo da evitare al calligrafo di dover sollevare eccessivamente il braccio che non deve appoggiare al piano di scrittura; inoltre il busto deve essere in posizione eretta, senza però essere rigido, in modo da favorire durante tutta la scrittura, una regolare respirazione.
L’esecuzione delle varie parti di un carattere devono seguire un preciso ordine compositivo, che è in buona parte determinato da motivi pratici legati al percorso che deve seguire il pennello durante l’esecuzione.
È quindi chiaro come uno dei segreti fondamentali per l’apprendimento della calligrafia sia l’arte di maneggiare il pennello con dimestichezza e maestria: questo è infatti parte del sapere che si eredita dai propri maestri, e che verrà poi, a propria volta, tramandato ai propri allievi. Ovvio immaginare che l’apprendimento di tale arte non sia mera conoscenza intellettuale, ma che sia frutto di una attenta e laboriosa pratica, costituita da gesti e movimenti precisi. Il primo ed essenziale esercizio con cui un principiante si confronta è la copiatura, necessaria per apprendere la tecnica e prendere coscienza delle proprie caratteristiche, oltre che per riuscire a entrare nel ritmo esecutivo del modello, per coglierne lo spirito e riprodurlo senza perdersi nell’imitazione dell’originale. L’esercizio di copiatura (“rinsho”) si differenzia in livelli progressivi di apprendimento, (“keirin” – copia esatta di tratti e spazi; “hairin” – copia a memoria, cercando d rispettare la forma esteriore del carattere; “irin” – copia che tende a rispettare più le caratteristiche stilistiche che la forma esteriore), a cui fa seguito uno stadio più avanzato, “hōshō”, il quale prevede l’applicazione di uno stile con caratteri diversi da quelli del modello proposto al principiante.
Ma cosa si scrive in calligrafia? Come si sceglie il “soggetto” da eseguire su carta? Generalmente si sceglie una singola parola, un aforisma, una preghiera; la cosa che conta maggiormente è la trasmissione dell’emozione del calligrafo, l’interpretazione che egli stesso dà a ciò che sta riportando e riproducendo su carta, traducendo formalmente il senso più profondo del testo scelto.
Il calligrafo, per la propria opera, ha a disposizione quelli che vengono comunemente indicati come i “quattro tesori” del calligrafo, dato che il loro impiego è indispensabile.
Come già accennato il primo dei quattro tesori non può che essere il pennello (“bi”); ne esistono invero numerose varietà, che vanno a rispondere alle numerose esigenze diverse che il calligrafo può incontrare (dalla forma di scrittura prescelta, alle dimensioni del carattere da eseguire, etc). Le caratteristiche di questo strumento variano in base alla forma dello stesso, ai materiali di cui è composto e alle sue dimensioni; una importanza particolare è attribuita alle setole di cui sono composti i pennelli, riassumibili in setole rigide (“kōgō”), setole morbide (“nangō”) e setole miste (“kengō”).

La caratteristica che differenzia maggiormente i pennelli utilizzati nello “shodō” da quelli utilizzati in occidente, è il modo in cui le setole vengono disposte a formare la punta del pennello: le stesse sono organizzate in cerchi concentrici di peli di lunghezza differente, disposti attorno a un nucleo centrale che funge da serbatoio d’inchiostro; in questo modo il calligrafo ha la possibilità di scrivere più caratteri senza dover ricorrere continuamente all’assorbimento di nuovo inchiostro.

L’inchiostro (“mo” o “sumi”) si presenta in forma solida, pressato in barrette, ed è quasi esclusivamente nero, nonostante la colorazione possa presentare diverse tonalità e riflessi in base alla purezza e alla raffinazione della materia prima colorante. La sua preparazione per l’applicazione avviene sciogliendolo tramite lo strofinamento nell’acqua che viene versata nel calamaio (“yan” o “suzuri”); i più antichi calamai consistevano in piatti di bronzo, spesso sostenuti da tre piedini e dotati di un coperchio.
In seguito, venne utilizzato il bronzo come materiale per la creazione dei calamai, fino a giungere all’uso della pietra, come materia prima più adatta allo scopo. La forma generalmente è caratterizzata da una parte del piatto incavata in modo più marcato che funge da serbatoio, e da una più rialzata che serve per strofinare la barretta d’inchiostro.
Menzione fondamentale è quella dovuta alla carta (“kami”), la quale viene considerata non un supporto amorfo su cui il calligrafo stende l’inchiostro, ma un elemento importante con cui egli deve imparare a “dialogare”; è una materia che si potrebbe quasi definire viva, dotata di caratteristiche peculiari dalla quale dipende la scelta dell’inchiostro più adatto per conseguire il risultato desiderato; nella filosofia della contrapposizione tra lo “Yin” e lo “Yang”, del vuoto e del pieno, occorre tener presente che la carta costituisce tutto lo spazio non occupato dall’inchiostro, formando con esso l’unicità di ciò che si sta creando.
Anche se in calligrafia viene generalmente utilizzata carta “bianca”, ne esistono tipologie colorate con tinte naturali, o anche che vedono nella loro “trama” l’inclusione di elementi vegetali come foglie e fiori secchi, o addirittura minerali (come l’oro), che vengono utilizzate in occasioni particolari. Le tecniche di produzione di questi particolari tipi di carta vengono gelosamente custodite dagli artigiani che le eseguono, e i loro prezzi raggiungono a volte cifre molto considerevoli.
Al giorno d’oggi, la “washi” viene prodotta utilizzando le fibre di corteccia di diversi alberi, come ad esempio il gelso kōzo, il ganpi, il mayumi, il mitsumata, oppure con fibre di canapa asa o fibre di riso; ovviamente la carta utilizzata per gli esercizio di calligrafia è quella di fattura industriale, prodotta con legno di importazione proveniente da Canada e Siberia, questo perché il suo prezzo è ovviamente molto inferiore a quello della “washi” artigianale, così come la sua qualità.


Notizie dell’autore.
Elio Caretta, romano, si è specializzato nel settore delle telecomunicazioni ed in particolare nella gestione della Customer Satisfaction Management in una delle più importanti aziende multinazionali di telecomunicazioni.
Da oltre venti anni si dedica, in particolare, oltre che alle sue più grandi passioni quali la musica, la lettura ed il cinema, allo studio della cultura giapponese.
Nelle sue competenze ha all’attivo un diploma della FGI (Federazione Ginnastica d’Italia) da cui sono conseguite due specializzazioni relative alle arti marziali ed alla danza sportiva, presso il CSEN (Centro Sportivo Educativo Nazionale) per l’insegnamento ad adulti e bambini.
Per Diatomea.net collabora nella sezione STORYTELLING.


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