La fotografia intimista di Roberta Pastore, un viaggio interiore alla ricerca di sé

In copertina oggi c’è Roberta Pastore. Nel consueto appuntamento dedicato all’approfondimento sui nostri autori, ne racconteremo la storia e la fotografia.

di Luigi Coluccia

Nutro una profonda ammirazione per Roberta, la sua fotografia è sempre stata in grado di suscitare in me forti emozioni. Amo molto quegli autori il cui percorso fotografico è il frutto di un viaggio interiore che spesso e volentieri è influenzato dalla vita di tutti i giorni. Roberta è cosi, vera, immediata, discreta, sensibile ma al tempo stesso concreta, decisa, netta. Romana, ha da sempre considerato la fotografia, oltre che una grande passione, un sostegno al quale aggrapparsi per superare quei momenti difficili che la vita pone prima o poi inevitabilmente sul nostro cammino, quasi come fosse una panacea.

La sua fotografia non prescinde dal suo modo di essere, forma con esso un legame indissolubile che riesce a ricongiungere in un’unica prospettiva, la fotografa, l’artista e la donna. Ama molto il contatto con la gente e con la strada, intesa come luogo principe in cui tutte le relazioni umane si mettono in connessione. Da sempre attenta e sensibile a tutte le problematiche politiche e sociali che purtroppo affliggono oggi le grandi metropoli, si è sempre spesa in prima persona per sostenere alcune battaglie, cogliendo con i suoi reportage tutte le loro sfumature ed ambiguità.

Ideatrice e fondatrice di uno dei più autorevoli gruppi social dedicati alla Fotografia di strada, Street Photography in the World, ha improntato la sua azione in modo tale da garantire, come peculiarità fondamentale della sua “creatura”, la ricerca di quelle immagini che siano riconducibili ad un viaggio attraverso le strade del mondo. Nelle scelte realizzate dalla sua equipe infatti, c’è una vera e propria ricerca di quelle immagini che rechino nelle loro composizioni, delle vere e proprie storie, che siano espressione di situazioni esilaranti piuttosto che di momenti drammatici. Moltissimi fotografi amanti di questo genere si sono formati attraverso il suo lavoro e quello del suo staff. Da sempre questa realtà rappresenta uno stimolo alla crescita per tutti coloro che la frequentano. In essa si può apprendere il know how che è alla base di questo genere così diffuso e al tempo stesso abusato. Si può davvero capire cosa è la “fotografia di strada”.

AVB: Roberta, ti ringraziamo per aver accettato il nostro invito a raccontarti, offrendoci così la possibilità di insinuarci in quello che è il significato più intimo e recondito della tua produzione fotografica. Come e quando nasce in te la passione per questa forma d’arte?

RP: Ho sempre avuto un’attrazione particolare per la fotografia, fin da piccola. Rammento una grande scatola contenente i ricordi fotografici, a casa dei miei genitori, che spesso mi piaceva aprire per frugare nella memoria. Le fotografie dell’infanzia, ma soprattutto quelle dell’infanzia dei miei genitori, mi hanno dato la possibilità di conoscere anche la storia prima di me. Il contatto con la carta tra le dita, il fascino dell’analogico, l’emozione del bianco e nero, la percezione di sentirmi parte di quella storia.

Il mio percorso fotografico professionale, che porto avanti tutt’ora, comincia negli anni ’90 documentando esperienze e progetti nelle scuole della prima infanzia della mia città. Questo mi ha permesso di acquisire inoltre specializzazioni in ambito di editing e montaggio video.

Nel corso del tempo ho avuto modo di sperimentare vari generi di fotografia. Oltre al reportage e alla Street Photography, mi sono appassionata ai ritratti in studio, mettendo in evidenza l’aspetto naturale della donna, andando oltre l’elemento superficiale della bellezza fisica per esplorare l’aspetto più intimo dell’animo femminile. La mia ricerca nel ritratto e nella fotografia di strada è volta a raccontare storie ed emozioni perché, probabilmente, in ognuno di quei volti trovo, a volte, una piccola parte di me stessa. Per raccontare una storia sono necessarie dedizione, sensibilità e tempi tecnici di preparazione. Nulla può essere fatto correttamente se non si dispone di una profonda passione per ciò che si vuole comunicare, una passione che coinvolga il cuore e gli occhi. Non ho particolari preferenze tra bianco/ nero e policromia anche se, ultimamente, mi esprimo prevalentemente a colori.

 AVB: Nelle varie fasi del tuo percorso artistico ed espressivo hai elaborato e sviluppato diversi tipi di “itinerari”, che spaziano da quello politico-sociale a quello intimista. Sei partita dal primo, realizzando di pancia dei reportage che riportavano con forza alcune battaglie politiche che avevano come sfondo la tua città. Qual è stata la molla che ti ha portato sulla strada del reportage della lotta politico-sociale? Il tuo modo di realizzare questo tipo di progetti è stato influenzato dai tuoi valori personali o hai cercato di anteporre ad essi il criterio dell’oggettività?

RP: Ad un certo punto del mio percorso di vita ho sentito la necessità del contatto con la strada e la gente, di poter testimoniare attraverso i miei scatti di osservatrice discreta, le storie, le situazioni e gli eventi del momento storico che stavo vivendo. Questa inclinazione è stata alimentata dalle mie origini familiari; sono figlia di un operaio e fin da piccola, ascoltavo i racconti di mio padre sui problemi sindacali e sulle lotte operaie. Alcuni dei miei scatti raccontano le proteste operaie del primo decennio di questo secolo.

Tra il 2008 e il 2012 ho cercato di documentare il momento di fermento politico-sociale partecipando a cortei, sit-in e occupazioni dell’Onda Anomala, il movimento di studenti sviluppatosi negli atenei e nelle scuole superiori italiane per protestare contro la riforma voluta dal ministro Gelmini. 

Protesta degli studenti 2011

Roma, San Giovanni 2011

Sciopero sociale 2014 

AVB: Trovo che le immagini di questi tuoi lavori siano davvero molto significative ed evocative. Sei sempre parte integrante della scena che riprendi, ti sei calata fin nel cuore della lotta. Ampie panoramiche che riprendono le parti in causa si alternano senza soluzione di continuità ai volti dei protagonisti ripresi in primo piano. Roberta, portaci nel mezzo della folla con te, facci sentire i rumori, gli odori, facci vivere le sensazioni che si provano in contesti di guerriglia urbana come quelli che magistralmente hai saputo riprendere.

RP: Se non senti la strada, la gente dentro di te, se non percepisci le altrui problematiche ed emozioni non puoi fare questo genere di fotografia. Ho sempre cercato di rendere vive le mie foto; i miei scatti non sono perfetti, non mi interessa molto la tecnica, quanto l’emozione che in esse cerco di far rivivere a vantaggio di chi le osserva.

Non sono una fotografa professionista, non ho mai fotografato per agenzie, né per giornali o quotidiani. L’ho fatto per una mia necessità, alla ricerca di me stessa. Ho evitato situazioni troppo pericolose, anche se a volte mio malgrado, mi ci sono ritrovata. L’adrenalina ti scorre nel corpo e il desiderio di racchiudere in uno scatto quei momenti è molto forte, ma non essendo un lavoro per me, ho sempre cercato di non superare certi limiti. C’è una bella citazione di un fotografo molto apprezzato, in cui mi ritrovo molto:

 “La maggior parte dei miei scatti riguardano le persone. Cerco il momento svelato, l’attimo in cui l’anima ingenua fa capolino e l’esperienza s’imprime sul volto di una persona”.

Corteo Fiom
Napoli 2011
Free Gaza 

AVB: Dalla fotografia di reportage politico sociale alla Street Photography, un passaggio quasi obbligato. Quali sono a tuo avviso le differenze sostanziali e quali i punti di contatto tra questi due generi fotografici?

RP: Quando ho capito, nonostante la mia passione, che la strada del reportage non era sostenibile e difficilmente avrebbe potuto condurmi in un ambito professionale, sono passata ad un genere più “tranquillo” ma egualmente interessante: la Street Photography. Questo genere ha preso piede negli ultimi anni ed è diventato, grazie soprattutto all’avvento della fotografia digitale, patrimonio di molti.

Le differenze, sostanziali, sono evidenti; anche se il modo di scattare è molto simile, l’approccio è totalmente diverso. Il Reportage è un progetto articolato da una serie di immagini con cui l’autore costruisce la storia che vuole narrare. La Street Photography racchiude nel singolo scatto un momento, una situazione, capace di trasmettere suggestioni ed emozioni.
Il reporter si appassiona ad un argomento, concepisce la “trama”, progetta il lavoro, fotografa seguendo il filo della sua storia, estrapolando dalla realtà le inquadrature funzionali al messaggio. Nella Street Photography il fotografo affronta la strada senza aspettarsi nulla: osserva attento, punta l’obiettivo su quello che lo colpisce, secondo la sua sensibilità, legge la scena e deve essere rapido nell’inquadrare e cogliere l’immagine. Deve, sostanzialmente, saper cogliere l’attimo, o rubarlo, cercando di trovare situazioni originali. 

AVB: Molti percorsi artistici sono inevitabilmente legati alla tua città. Qual è dunque il tuo legame con Roma? Cosa ritieni ti abbia dato e cosa credi di essere riuscita a restituirle?

RP: Il mio legame con Roma è piuttosto contraddittorio: la amo e la odio allo stesso tempo. Girando con la macchina fotografica ho scoperto molte cose che non conoscevo della città. Alcune le ho apprezzate, altre mi sono piaciute un po’ meno.

Nonostante questo, le sono comunque grata. Lei mi ha accolto, stringendomi a sé nei momenti difficili della mia vita, proteggendomi mentre tra le sue strade cercavo di ritrovare me stessa.

AVB: So che ami molto la letteratura e la poesia, immagino anche che per te siano state in diverse circostanze compagne di vita indispensabili per la tua crescita personale ed artistica. Quali autori senti più affini alla tua indole e quali sono invece quelli che più di altri riescono a stimolare la tua creatività?

RP: Amo tutte le arti, poiché ritengo che siano strettamente connesse tra loro. La fotografia ha una funzione evocativa per me. A volte la visione di un’immagine mi rimanda ad una musica che apprezzo piuttosto che alla scena di un film a me caro. Sono solita accompagnare spesso ad alcuni miei scatti dei brani letterari, poesie o liriche musicali. Mi sento libera di decidere se la mia creatura necessita di una cornice verbale o sonora.

Potrei citare molti autori, ma quelli più affini al mio percorso di autoscatti, cominciato nel 2015, sono Charles Bukowski, Pier Paolo Pasolini, Anais Nin, Alda Merini, Anna Achmotova, Emily Dickinson, Octavio Paz e Wislawa Szymborska.  

AVB: Ad un certo punto poi, hai sentito l’esigenza di realizzare un viaggio interiore alla ricerca di te stessa. Un viaggio che suppongo ricalchi un po’ un momento in cui avevi bisogno di ritrovare quella parte di te che sentivi aver smarrito, che volevi a tutti i costi recuperare. Come nasce dunque interiormente un’esigenza di questo tipo e come si manifesta?

RP: Circa due anni fa, alla conclusione di un viaggio interiore durante il quale la fotografia era diventata cura e fidata compagna di questo tormentato percorso, mi sono avvicinata alla fotografia intimista utilizzando l’autoritratto come momento catartico; svisceravo le mie emozioni e gli stati d’animo attraverso l’accurato studio del mio corpo. Esaltavo la mia femminilità, il mio essere donna, quello che in fondo sono, attraverso l’obiettivo.

L’input è arrivato dopo aver conosciuto Cristina Núñez, una fotografa spagnola con un passato movimentato. A Los Angeles, nel 1988, si guarda per la prima volta con “lo sguardo di cui ha bisogno”. Così come per lei, anche per me comincia l’autoterapia attraverso sessioni di auto-ritratto. Chi ha seguito il suo studio ha capito che si può esprimere un sentimento liberatorio anche solo pigiando il pulsante di una macchina fotografica.

AVB: La semiotica è quella disciplina che studia i segni e il modo in cui questi hanno un senso, esprimono un significato. Semplificando, possiamo dire che la semiotica è la scienza umana che si occupa dello studio di tutti i segni che servono per la comunicazione e attribuisce al “segno” la definizione di “qualcosa che sta al posto di qualcos’altro” ed un significato che non rimanda solo a se stesso ma può richiamare qualcosa di più ampio. In campo artistico la semiotica va oltre il linguaggio verbale, andando ad approfondire gli aspetti legati al linguaggio del corpo che attraverso i suoi gesti e segni comunica al mondo esterno quell’ interiorità inspiegabile a parole e che senza l’arte resterebbe preclusa alla coscienza. Attraverso gli autoritratti che evidenziano la postura del tuo corpo, il tuo sguardo, le tue sinuosità, cerchi quindi di connetterti col mondo esterno comunicando uno stato d’animo, una sensazione interiore o un’emozione o si tratta piuttosto di un modo per attivare un percorso interiore volto ad una migliore comprensione di te stessa?

RP: Ho trovato difficile rendere pubbliche alcune mie immagini, vuoi per una forma di pudore, vuoi per certi schemi mentali che ci contraddistinguono, specie sul nudo fotografico. Ad un certo punto ho fatto una scelta, quella di raccontarmi a modo mio, cercando di liberarmi da un’immagine che non mi rappresentava più. Mostravo e mostro ancora la mia parte più femminile e la sensualità, usando il corpo come forma di comunicazione.

AVB: Tra tutti i tuoi lavori, ce n’è uno al quale sei più legata di altri e perché?

RP: Nel 2015 ho lavorato al progetto che racconta in parte la mia vita, prendendo spunto dal libro di Nassim Nicholas Taleb “Antifragile: things that gain from disorder”. L’autore afferma che: “Certe cose traggono vantaggio dagli scossoni: prosperano e crescono quando sono esposte alla volatilità, al caso, al disordine e ai fattori di stress e amano l’avventura, il rischio e l’incertezza”. Taleb definisce questo fenomeno ’Antifragilità’, poiché “Va al di là della resilienza e della robustezza. Ciò che è resiliente resiste agli shock e rimane identico a sé stesso; l’antifragile migliora.”

Mi sono ritrovata in queste parole perché la mia vita è stato un lungo viaggio, A volte ho corso, a volte mi sono fermata. Ho vissuto momenti di caos e dopo ognuno di essi ho subito delle trasformazioni interne. Un po’ come succede ad alcuni elementi che ci circondano, le nuvole, le onde del mare, la terra, il cielo. Questo progetto mi racconta, racconta questa mia evoluzione attraverso lo sguardo rivolto ad alcuni elementi sopra citati che sento miei, che fanno parte di questo mio viaggio, che possono subire delle trasformazioni e non restare mai fermi. Come me.

Antifragile

AVB: Sembri essere all’apice della tua evoluzione artistica, eppure sono certo tu abbia in serbo dei progetti molto interessanti per il prossimo futuro. Puoi anticiparci qualcosa? Quella che sembra essere un’inarrestabile parabola evolutiva quindi dove ti porterà adesso?

RP: Credo che una donna a cinquant’anni raggiunga l’apice della sua esistenza e della sua maturità. Ora mi sento veramente “donna”, capace di esprimere senza remore ciò che ho dentro. Infatti, ho lavorato ad altri due progetti legati a questa mia parte intimista “The Absence” e “Secondary effects of the dreams”. Altri due sono, al momento, allo stato di “Work in progress”. Non so dove arriverà questa ricerca, non mi pongo traguardi né limiti. La mia fotografia rimane, sovente, sopra gli schemi, distante da esposizioni o concorsi fotografici. Quello che mi piace è raccontare e trovare qualcuno a cui interessa leggere attraverso i miei scatti. 

The Absence
Secondary effects of the dream 

AVB: Roberta, a noi non resta che ringraziarti di cuore per questo appassionante viaggio alla scoperta della tua personalità e del tuo incredibile talento. I nostri migliori auguri per un futuro ricco di successi professionali e personali.

RP: Grazie a voi, per avermi dato la possibilità di raccontare la mia storia, un saluto a tutti i lettori di ArteVitae. 

 

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