Renzo Piano, un’eccellenza italiana – parte prima

Archistar del nostro tempo – Renzo Piano “Un maestro di luce e leggerezza”. Con queste  essenziali parole l’architetto Richard Rogers definisce in maniera perfetta la figura poliedrica di Renzo Piano. Un architetto  teso  particolarmente a ricostruire e ricucire, in un continuo dialogo, la connessione tra il centro storico e le periferie.

di Giusy Baffi

© Renzo Piano     ©L’immagine può essere soggetta a copyright

Renzo Piano (1937) inizia la sua carriera negli anni ’60 con la sperimentazione di materiali innovativi in particolare le tensostrutture in teflon. Erano gli anni nei quali al Politecnico di Milano si facevano sperimentazioni su un nuovo modo di abitare e, in base all’ideologia dell’epoca, si progettavano nuove città, dalla città utopica alla città spaziale, a quella concepita con una concezione meccanicistica.

“La città è una stupenda emozione dell’uomo. La città è un’invenzione, anzi: è l’invenzione dell’uomo! La città non è un fatto virtuale, è un fatto fisico perché è piena di umanità. La città è un continuo divenire.” – Renzo Piano

Innumerevoli sono i suoi progetti in tutto il mondo oltre che in Italia, Gran Bretagna, Germania, Francia, Malta, Uganda, Senegal, Giappone. Vincitore di numerosi premi prestigiosi, dal Compasso d’Oro nel 1981 al Premio Pritzker nel 1998, è stato anche insignito di importanti onorificenze e riconoscimenti sia in Italia che all’estero.

Per Renzo Piano l’architettura non è una costruzione ma una sottrazione: partendo dal volume necessario si devono sottrarre tutti gli elementi superflui per arrivare a una struttura più pulita e più leggera possibile.

La città giusta è quella in cui si dorme, si lavora, si studia, si fa la spesa. La sfida è costruire dei luoghi per la gente, dei punti d’incontro, dove si condividono i valori, dove si celebra un rito che si chiama urbanità. – Renzo Piano

Tra i suoi principi fondamentali, oltre alla sperimentazione continua di nuovi materiali, ritroviamo una grande attenzione per l’ambiente circostante, una ricerca di ecosostenibilità ad alta tecnologia e la preferenza di un tipo di illuminazione zenitale. Egli rivela una sensibilità ambientale estremamente raffinata, uno dei suoi temi principali è il rapporto con il preesistente, con la città vecchia.

Si deve intensificare la città, costruire sul costruito, sanare ferite aperte . – Renzo Piano

Il suo primo lavoro internazionalmente importante, in collaborazione con Richard Rogers, è il Centre Georges Pompidou a Parigi, meglio conosciuto come Beaubourg.

Volevamo una gioiosa macchina urbana, una creatura che sarebbe potuta uscire da un libro di Jules Verne. Il Beaubourg è una doppia provocazione: una sfida all’accademismo ma al tempo stesso una parodia dell’immaginario tecnologico del nostro tempo. E’ un villaggio medievale di 25.000 persone (tanti sono i visitatori giornalieri). La differenza è che si sviluppa in altezza: la sequenza è verticale anziché orizzontale, quindi le piazze sono una sopra l’altra, le strade sono trasversali. –  Renzo Piano

Centre Pompidou – Disegno – © Fondazione Renzo Piano

Sullo spazio lasciato libero dalle vecchie Halles, Renzo Piano ha voluto costruire una struttura metallica completamente a vista, evidenziando in maniera gioiosa anche le condutture e gli impianti (blu per l’aria, verde per i liquidi, giallo per i cavi elettrici e rosso per le circolazioni verticali). In pratica il Beaubourg deve suggerire l’idea di una grande macchina realizzata per contemplare la città.

Centre Pompidou – Beaubourg dall’alto – Parigi   ©L’immagine può essere soggetta a copyright
Centre Pompidou – Parigi – Esterno   ©L’immagine può essere soggetta a copyright

In realtà, al di là dell’impostazione volutamente meccanicistica, c’è un’altra esigenza: quella di creare uno spazio estremamente flessibile, con molte mostre in continua rotazione, recuperando anche il senso di una grande piazza. Realizza così cinque piani completamente liberi, dei grandi open space, come se fossero cinque piazze.

Centre Pompidou – Parigi — Esterno   ©L’immagine può essere soggetta a copyright

Questa struttura deve essere storicizzata, proprio in base all’epoca di costruzione; il Beaubourg è la summa dell’ideologia del periodo, con l’idea della città utopica e della cellula autosufficiente.

Dopo la progettazione del Centre Pompidou, tutte le sue opere successive si distaccano totalmente da questa logica iniziale.

Nel 1981 fonda a Genova lo studio d’architettura “Renzo Piano Building Workshop”, meglio conosciuto come studio RPWB, guidato, oltre che da Piano, anche da altri  partner con uffici a Parigi e New York.

Schizzo progetto Punta Nave @ Fondazione Renzo Piano

Il suo studio RPWB di Punta Nave, a Voltri, è costruito su un terreno terrazzato con un tetto realizzato con un telaio lamellare trasparente ricoperto da elementi in plastica e vetro.

Punta Nave – Studio Renzo Piano RPWB – Genova Voltri – ©L’immagine può essere soggetta a copyright

Per non interrompere la continuità visiva, le pareti sono costituite da pannelli di vetro non intelaiati, l’interno è una sequenza di spazi.

L’ecosostenibilità è data dal vetro isolante, da cellule fotovoltaiche e da pannelli solari. Tutta la costruzione si basa sulla trasparenza e sulla leggerezza.

 

Genova, è una delle città più belle del mondo. Prima del ’92 il porto era separato dalla città, ma da allora Genova ha potuto ritrovare il suo contatto con il mare e ristabilire un rapporto con l’acqua. –  Renzo Piano

Tra il 1988 e il 2002 Renzo Piano porta a termine vari progetti nel Porto Antico di Genova, perché, come dice lui stesso:

A Genova convivono, infatti, due realtà opposte: la città storica e il porto. La città storica è fatta di strade e case fatte per durare, rappresenta la stabilità, l’introversione. Il porto è un paesaggio forte, fatto di grandi elementi, ma al tempo stesso effimero, perché cambia continuamente: i riflessi dell’acqua, i carichi sospesi, le gru in movimento e poi, naturalmente, le navi che vanno e vengono. –  Renzo Piano

Bigo – Porto Antico – Genova.  ©L’immagine può essere soggetta a copyright

Tra il 1988 e il 2001, Renzo Piano restaura completamente la zona portuale di Genova, riqualificando l’area, inizialmente per ospitare l’Esposizione Internazionale. Crea successivamente altri spazi multifunzionali valorizzati con nuove strutture, dal Bigo, l’ascensore panoramico che fa da moderno contraltare all’iconica Lanterna, all’acquario e alla bolla della biosfera, scenografica sfera in acciaio e vetro che ospita 150 specie di animali e vegetali delle foreste tropicali.

Biosfera – Porto antico – Genova.  ©L’immagine può essere soggetta a copyright
Bigo – dettaglio dell’ascensore – Porto Antico – Genova.  ©L’immagine può essere soggetta a copyright

 

 

 

 

 

Un ponte come questo, crollando, trascina con sé il morale della città. Il Ponte sul Polcevera non era un ponte qualsiasi: univa le due anime di Genova: la città storica di Levante con l’anima operaia e industriale di Ponente, dove tra l’altro io stesso sono nato e vissuto. E infine il crollo del ponte Morandi si porta appresso la credibilità e l’identità stessa dell’Italia. –  Renzo Piano

Dopo il tragico crollo del Ponte Morandi sul Polcevera a Genova, Renzo Piano ha offerto alla sua città il progetto di un nuovo ponte che potrebbe essere ultimato in un anno.


Potsdamer Platz – Berlino, Germania, 1992-2000.

Un luogo segnato dalla storia, fulcro dei bombardamenti della seconda guerra mondiale e del crollo del muro nel 1989. Uno spazio vuoto enorme che bisognava concepire come punto d’incontro e riconnessione della città. L’area venne divisa in quattro parti e venduta separatamente a quattro investitori.

Potsdamer Platz – Berlino

 

Abbiamo cercato il rapporto con la gente evitando la scelta monofunzionale, evitando di farne un pezzo di città viva di giorno e deserta di notte. – Renzo Piano

Potsdamer Platz – schizzo progettuale – © Fondazione Renzo Piano

Renzo Piano con il suo Studio RPBW oltre che a progettare otto edifici, progettò il Masterplan dell’area, coordinando i vari architetti e rendendo Potsdamer Platz un vivace luogo d’incontro per berlinesi e turisti.

 

 

 

 

The London Bridge Tower – The Shard – Londra (2000-2012)

Abbiamo concepito la torre come una piccola città verticale per circa settemila persone che vi lavorano e altre centinaia di visitatori. La base del grattacielo si assottiglia fino a scomparire nell’etere come un pinnacolo del sedicesimo secolo o come l’albero di una grande nave. Non ritengo sia possibile costruire a Londra un edificio alto costruendo la stessa forma dal basso all’alto. Le torri spesso diventano simboli arroganti e aggressivi di potere, egocentrici ed ermetici. Il nostro edificio è progettato per rappresentare una presenza allungata e leggera nello skyline londinese. – Renzo Piano

Come in una sorta di città verticale, motore di riqualificazione di un intero quartiere, la torre è una guglia urbana di 87 piani.

E’ caratterizzata da otto pareti inclinate e asimmetriche in vetro che definiscono la forma piramidale dell’edificio. Le pareti sono costruite attorno ad un parallelepipedo centrale in cemento armato e metallo che contiene la struttura portante e gli ascensori.

Progetto The London Bridge Tower – The Shard – Londra @Fondazione renzo Piano

Gli otto lati asimmetrici e così inclinati,  modellano e frammentano la luce senza mai intersecarsi, ricevendo  i raggi del sole in momenti diversi. Al suo interno uffici di grandi dimensioni, un albergo, zone adibite al pubblico, spazi verdi intesi come giardini d’inverno inseriti ovunque e utilizzabili come sale riunioni o spazi di relax per gli uffici.

The London Bridge Tower – The Shard – Londra.  ©L’immagine può essere soggetta a copyright

 


Fine Prima Parte



Per saperne di più:

Renzo Piano – Biografia e Opere

©Tutte le foto e i video sono stati presi, a titolo esplicativo,  da internet  e possono essere soggetti a copyright. L’intento di questo blog è solo didattico e informativo.

© Giusy Baffi 2018


Note biografiche sull’autrice:

Giusy Baffi si occupa di antiquariato con la qualifica di perito d’arte nell’ambito di arredi antichi, ha collaborato con diverse testate di settore scrivendo numerosi articoli inerenti l’antiquariato e con una sua rubrica mensile dal titolo “L’esperto risponde”. Ha al suo attivo la pubblicazione di due libri.
La sua passione è la fotografia, vincendo il concorso fotografico Unicredit/Corriere della Sera 2013 e con pubblicazioni di sue foto su prestigiose riviste e quotidiani anche internazionali, sul libro “E poi la luce” edizioni Fioranna, su calendari animalistici e su alcuni siti professionali. Ha partecipato a diverse mostre fotografiche collettive sia nazionali che internazionali ed una personale.

 

 

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