RACCONTI brevi di Daniela Luisa Bonalume

IL RAC CONTI è il nuovo racconto breve scritto da Daniela Bonalume per la raccolta “Suggestive Evasioni”. Una lettura veloce, intensa e dal finale bruciante, quello che non ti aspetti e ti sorprende sempre. Una storia bonsai che concentra la trama in pochi, avvincenti paragrafi. Da leggere in un respiro.

di Daniela Luisa Bonalume

Costellazione dei Gemelli

– Corri, corri, correte… – la vecchia si precipitò in giardino urlando e sbracciando come per scacciare sciami di mosche. Girando in tondo, inciampava nella sua lunga veste nera. Il fazzoletto che aveva in testa si muoveva in continuazione costringendola a sistemarlo picchiandosi il capo con una delle due mani.

– Correte, correte, – urlava – la Contessa sta sgravando! – La Contessa, pur male che stesse, gridò più forte di lei – Non sono mica una vacca! – La voce della donna usciva da una bella loggia inglobata in un elegante palazzetto di fine ottocento. Attraverso gli infissi aperti di vetro e ferro, la voce della giovane contessa usciva ancora più forte:

-Chiama Nina, chiama Nina, ci siamo, sta uscendo! – La Contessa Fulin aveva portato la sua gravidanza con grande consapevolezza e leggerezza, nonostante l’enorme pancia. A chiunque le facesse visita, ormai non usciva da casa da un paio di mesi, la Contessa raccontava sempre lo stesso sogno: – Ero nella pinetina ed a un certo punto mi guardavo e non avevo più la pancia. Il figliolo era uscito da solo e si nascondeva dietro un grosso pino. Quando lo vidi era già grande, alto, più di tre metri. Era già vestito per andare a fare la leva!-

Le donne del paese, cioè quelle che andavano a farle visita, pensavano che fosse un po’ matta. Ma al Conte era piaciuta così, tanto da innamorarsene, incurante di tutte quelle belle blasonate che i genitori gli avevano presentato.  Si, lui la amava moltissimo. Si vedeva da come la guardava, soprattutto perché con lei stava davvero bene. Ridevano come pazzi. Anche il suo nome gli piaceva “Fulin”. Non era un nome comune, ma gli dava l’ebbrezza della follia, Fulin=follia, divertimento.

Dal cortile che anticipava il palazzetto si sentivano spesso le risate dei due, ma proprio a crepapelle. Si racconta addirittura che, una volta, lui stesse per morire dalle risate. Era diventato tutto rosso e non respirava più. La moglie, pensando che stesse scherzando, lo incitava ancor di più a ridere. Quando si rese conto che quasi quasi stava diventando vedova, cedette lo scettro facendosi venire un colpo apoplettico dallo spavento. Dovettero portarla al nosocomio perché non si sentiva più il battito del suo cuore. Fortunatamente finì tutto a tarallucci e vino e, si dice sempre in paese, che dalla gioia di essere sopravvissuti alle risate, quella notte concepirono il loro primogenito.

Ed eccoci qui, che adesso la Contessa Fulin era lì lì per partorirlo. Si teneva il pancione e chiamava Nina, Nina. Nina era la levatrice del paese. Un piccolo paese, veloce da attraversare ma, per far prima, Mario il marito della domestica era andato a prenderla in bicicletta. L’aveva fatta accomodare sulla canna del veicolo e pedalava, pedalava e sudava, perché Nina non era tanto leggera.

Quando arrivarono, la Contessa era già sul letto con le gambe aperte ed intorno a lei la domestica, insieme ad un paio di donnette, con la bacinella dell’acqua bollente e qualche asciugamano di lino fresco. La levatrice si mise subito all’opera. Fulin chiedeva delle dimensioni del bimbo. Se fosse lungo e quanto lungo, se fosse grosso e quanto grosso. Ma ancora non si poteva dire. Stava ancora cacciato dentro e non voleva saperne di uscire. Ma lo sappiamo tutti che in eterno lì non ci si può stare, e prima o poi bisogna lasciare la tana. La creatura si rassegnò. Capì che non le avrebbero dato tregua finché non fosse uscita del tutto, e capitolò.

Finalmente fece bella mostra di se in braccio alla madre, che però continuava ad agitarsi perché non le sembrava che la cosa fosse finita lì. La levatrice, ancora prima di emettere il verdetto sul genere, richiamò l’attenzione delle occasionali collaboratrici: – qui c’è ancora qualcuno, c’è qualcuno che vuole uscire, un’altra testa. Una testolina, forza, fuori anche questa – La Contessa Fulin si ammutolì. Aveva la bocca spalancata ma non usciva alcun suono. Ecco il perché di quel sogno. Non era uno lungo lungo, ma erano due, e nessuno se ne era accorto!

Quando anche la seconda creatura venne liberata dal cordone ombelicale, la povera donna era esausta, sfiancata, esacerbata. Il Conte, avvisato di gran fretta dell’avvicendarsi dei fatti, montò sulla sua Topolino e sgommò per tutto il tragitto sollevando un gran polverone. Quando vide i due neonati con il pisellino a vista, dalla felicità scoppiò in un’altra di quelle risate che, quasi quasi, lo facevano schiattare. Così tutti seppero.

Per esser belli erano belli. Tutti e quattro. Fulin si era rimessa stabilmente, il Conte era sempre più innamorato della sua bella e gioiosa moglie. Dal cortile si sentivano ancor più forti le risate, anche i gemellini si sganasciavano e la famiglia era bellissima nella forma, e anche nella sostanza.

Ma in paese non si capacitavano dei due nomi scelti per i bimbi. Non capivano proprio. Li vedevano sempre insieme, anche quando andavano a scuola. Fisicamente non si assomigliavano per niente ma avevano lo stesso carattere. Quasi sempre accade il contrario, che ci si assomigli tantissimo con due caratteri opposti. Qui, invece, sembrava che i due fossero i due unici pezzi di un puzzle. Sembrava che quando l’altro mancava, l’uno fosse incompleto. E insieme erano un inno alla gioia ed alla vita. I due ragazzi erano stati chiamati Nente e Nuto. Nessuno, però, li chiamava per nome. I paesani li chiamavano i Conticini. E quando i genitori diedero la spiegazione della loro scelta, i paesani li chiamarono col titolo e col nome tutto attaccato.

Fulin soleva dire: “I miei figli sono gemelli, sono la prosecuzione della nostra vita, sono figli del Conte e miei, che sono la Contessa Fulin. Noi vorremmo che loro stessero uniti e si supportassero per tutta la vita. Per questo abbiamo pensato a questi due nomi in modo che il Conte Nente non possa mai stare senza il Conte Nuto, e viceversa”.


Note biografiche sull’autrice

Daniela Luisa Bonalume è nata a Monza nel 1959. Fin da piccola disegna e dipinge. Consegue la maturità artistica e frequenta un Corso Universitario di Storia dell’Arte. Per anni pratica l’hobby della pittura ad acquerello. Dal 2011 ha scelto di percorrere anche il sentiero della scrittura di racconti e testi teatrali tendenzialmente “tragicomironici”. Pubblicazioni nel 2011, 2012 e 2017.

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