Una stanza di luce fredda, un fondale dipinto, il respiro trattenuto. Nell’Ottocento, il ritratto era un patto con il tempo: non cercava sorrisi, cercava durata.
Apri un vecchio album e li vedi lì: composti, fermi, occhi diritti nell’obiettivo. Non sembra tristezza. È un altro codice. Nello stile dei ritratti ottocenteschi, il volto doveva restare stabile. Si entra in studio, si sceglie il vestito migliore, si accetta il rituale. Il fotografo sistema la testa con un sostegno invisibile, orienta la luce, chiede silenzio. Poi inizia l’attesa.
All’inizio, con il dagherrotipo (dal 1839), i tempi di esposizione superavano spesso il minuto. In certe condizioni, anche di più. Un sorriso largo, tenuto così a lungo, si deformava. Scivolava. Faceva tremare il contorno della bocca e confondeva gli occhi. Meglio una linea neutra. Con il collodio umido (dal 1851), le esposizioni scesero a pochi secondi, ma non bastava per la spontaneità. Gli studi usavano soffitti vetrati, riflettori, posa controllata. I “fermi-testa” restavano in scena. L’immobilità non era solo un capriccio estetico: era una garanzia di nitidezza.
Anche il costo invitava alla serietà. Un ritratto fotografico era un piccolo investimento e un’occasione rara. Un’immagine da tramandare, più simile a un dipinto che a un appunto di giornata. Si puntava all’“io ufficiale”: migliore giacca, schiena dritta, espressione composta. Non si vendeva emozione istantanea. Si prometteva memoria.
E sì, qualcuno sorride nelle foto ottocentesche. Sono eccezioni, più frequenti verso fine secolo, all’aperto e con buona luce. Ma l’eccezione conferma la regola: serviva una posa breve e una mano esperta.
A metà strada tra rituale e reputazione, il non-sorridere era anche cultura. L’etichetta vittoriana esaltava controllo ed equilibrio. Il sorriso aperto si legava a eccesso, ebbrezza, intrattenimento popolare. La rispettabilità preferiva bocche chiuse, “misurate”. Una risata mostrata in pubblico rischiava di sembrare una perdita di governo di sé. Nei manuali di buone maniere si raccomandavano compostezza e tono basso. La fotografia, figlia della cultura borghese urbana, assorbì quel canone.
Qui la tecnica incontra il simbolo. Restare fermi era necessario, ma essere seri era desiderabile. Lo vediamo nei ritratti di regnanti e scrittori, ma anche nei sarti, nelle levatrici, nei militari in licenza. La serietà diceva: “Conto qualcosa. Sono affidabile.” C’è un aneddoto spesso citato, non sempre confermabile, che nei paesi anglosassoni si suggerisse di dire “prunes” invece di “cheese” per tenere la bocca raccolta. Vero o no, rende l’idea: meglio un sorriso accennato che un ghigno.
La svolta arriva alla fine dell’Ottocento. Le lastre più sensibili, poi le pellicole e il portatile “You press the button, we do the rest” di Kodak (dal 1888), sdoganano lo scatto rapido. Cambia la tecnica, cambia il gesto. Il sorriso entra nel lessico dell’istantanea, del tempo libero, della vacanza. La pubblicità gli affida parole come “naturale”, “amichevole”, “moderno”. Non è che prima non si fosse felici: è che ora il mezzo premia la leggerezza.
Oggi sorridiamo quasi per default. Lo chiedono l’algoritmo, il profilo, la foto di gruppo improvvisata. Ma a cosa assomiglia, visto da lontano, questo nostro sorriso seriale? Quando qualcuno, tra cent’anni, sfoglierà i nostri scatti, leggerà gioia o regola non scritta? Forse, come allora, capirà che ogni ritratto dice meno di un’emozione e più di un’epoca. E che tra il click e la nostra faccia passa sempre un’idea di mondo.
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