Il Pavillon de l’Esprit Nouveau di Le Corbusier

L’intervento della Regione Emilia Romagna sul Pavillon de l’Esprit Nouveau di Le Corbusier a Bologna, ci offre l’occasione per scrivere su uno degli edifici più particolari dell’architetto svizzero-francese.

Di Francesco Galletta

È terminato a fine novembre 2017 l’intervento di restauro sul Padiglione dell’Esprit Nouveau di Le Corbusier, in piazza della Costituzione a Bologna, di fronte all’ingresso della Fiera.

Questa frase, nelle forme stringate dell’occhiello o dell’incipit di un articolo, è apparsa in molti siti web e sui giornali in relazione a una notizia importante per chi conosce la Storia dell’Architettura del Novecento. Per parlare dell’argomento abbiamo bisogno, però, di una serie di premesse e puntualizzazioni.

Ho avuto l’occasione di visitare l’interno del Pavillon, l’11 maggio del 2011. C’ero andato di proposito pur sapendo che era chiuso da molto tempo. Per una strana combinazione di eventi mi ritrovai lì mentre alcuni operai coordinati da un architetto della Soprintendenza di Bologna, traslocavano degli arredi. Mi presentai. Il collega mi spiegò che c’era in programma il restauro dell’edificio, ma non seppe dirmi nulla sui tempi. Di certo c’era che solo in quella mattinata, guarda caso, il Pavillon sarebbe rimasto aperto. Non ci volle molto; bastò un cenno. L’architetto, di cui purtroppo non ricordo il nome, mi fece entrare in visita quasi privata e fu lieto di spiegarmi gli interventi che (probabilmente) sarebbero stati fatti. Per me, che avevo ridisegnato l’Esprit Nouveau ai tempi giurassici di Composizione 2 ad Architettura, fu un regalo inaspettato. Le foto 3, 4, 5 e 6 si riferiscono a quel giorno.

fig. 1 – Pavillon del 1925, esterno

Il padiglione bolognese è, in effetti, la ricostruzione sui progetti originali di Le Corbusier (1887-1965), della primitiva struttura ideata dall’architetto svizzero-francese per l’Exposition des Arts Décoratifs di Parigi del 1925 e demolita qualche tempo dopo (fig. 1, 2). Fu portato a termine nel 1977, su iniziativa della rivista Parametro e della Fondation Le Corbusier, dagli architetti Giuliano Gresleri e José Oubrerie (fig. 3, 4, 5, 6).

fig. 2 – Pavillon del 1925, interno

Gresleri (1938) ha compiuto una lunga carriera universitaria a Bologna fino a diventare professore Ordinario di Storia dell’Architettura; Oubrerie (1932), allievo e collaboratore francese di Le Corbusier, ha insegnato in diverse università americane e ha completato, dopo la morte del Maestro nel ‘65, l’Heidi Weber Museum a Zurigo-Seelfeld (poi Pavillon Le Corbusier), ma soprattutto l’Église Saint-Pierre nella cittadina francese di Firminy-Vert, addirittura nel 2006.

fig. 3 – fronte (foto FG)

L’idea di ricostruire il Pavillon, all’incirca “com’era” ma per nulla “dov’era”, fu certamente un’operazione fuori dai canoni consueti. In verità si trattò di un vero e proprio atto di rinascita. Mutuando il titolo italiano di un famoso film di Alfred Hitchcock, La donna che visse due volte (in originale, Vertigo), si può affermare che l’edificio bolognese sia una sorta di copia-originale di quello parigino.

fig. 4 – l’albero (foto FG)

In effetti, la scomparsa dell’Esprit Nouveau, così importante nel percorso teorico-pratico di Le Corbusier, ebbe lo stesso effetto per la comunità degli architetti, di quella avvenuta nel 1930, del Padiglione Tedesco progettato da Mies van der Rohe per l’Exposicion International di Barcelona del 1929. Pure quest’edificio fu ricostruito, nel 1986, ma in situ. Entrambi si possono considerare i prototipi di due modi diversi di pensare lo spazio architettonico del ‘900, benché l’intervento di Le Corbusier sia anche il tassello minimo di un progetto ben più ampio.

Poiché il Pavillon c’è ormai da quarant’anni, rinato in un ambiente diverso, non riprenderemo le polemiche che accompagnarono la riesumazione dell’opera, giudicata da alcuni critici solo come un “bel plastico” o un “simulacro” (De Fusco, 1977) capace di innescare una “curiosa gara tra le città per la ricostruzione dei monumenti del Movimento Moderno” (De Seta, 1978), mentre da altri “un’opera d’arte, un documento storico materiale” (Tentori, 1999) buono per “accorgerci della storia” (Trebbi, 1977).

È evidente a tutti la completa de-contestualizzazione dell’edificio bolognese, sebbene vada chiarito che l’intera Exposition parigina del 1925 è stata, in seguito, smontata. La stessa scelta di collocare il Pavillon in un luogo-non luogo, pur sempre espositivo come la Fiera di Bologna, su un’area che per sbaglio si chiama piazza (in verità una zona a verde con parcheggi), può essere sembrata più un’operazione commerciale che altro, sebbene l’edificio fosse stato pensato già di suo, in origine, come smontabile e trasferibile.

Invece, il precedente accenno su “all’incirca com’era”, deriva dal fatto che la ricostruzione, pur obbedendo al progetto di Le Corbusier nel complesso dell’architettura, si differenziò dall’originale per alcuni dettagli anche sostanziali (tra gli altri, l’introduzione di un solaio calpestabile e della pavimentazione nel cosiddetto diorama o l’uso generale di una struttura mista in prefabbricato e tradizionale).

Il Pavillon del ‘25, comunque, per motivi vari (non solo economici) era stato costruito abbastanza di fretta, con materiali anche sperimentali (per esempio i pannelli di Solomite in luogo del laterizio), spesso non più riscontrabili in seguito sul mercato edilizio.

il soggiorno dopo il restauro, verso l’interno

il soggiorno dopo il restauro, verso la vetrata

L’intervento concluso a novembre 2017 può essere inquadrato nell’ambito del restauro, pur nella distinta declinazione di “moderno” e specificando che per certi dettagli sarebbe meglio parlare di manutenzione. Qui, però, siamo davanti al paradosso di un restauro condotto su una ricostruzione non del tutto fedele, che voleva persino migliorare (non sempre riuscendoci) alcuni difetti dell’originale spesso comuni a molte realizzazioni di quel periodo.

prospettiva sezionata dall’alto

Invece, è da rigettare l’uso incongruo del termine restyling, riscontrato su alcuni siti web, termine questo meglio collegabile all’adeguamento stilistico dei prodotti industriali o alle modifiche di un logo commerciale.

Tuttavia, mettendo da parte l’attualità, spieghiamo meglio l’origine dell’edificio.

Il Pavillon, completamente arredato con arredi fissi e mobili, nacque come prototipo dimostrativo unitario di un più ampio organismo abitativo detto Immeuble-Villa, già messo a punto da Le Corbusier nel 1922 . Tale sistema, a sua volta, era un tassello di un progetto urbanistico inteso come Ville Contemporaine, un modello di città per tre milioni di abitanti, contenente tre tipologie architettoniche: le Immeuble, appunto, a blocco rettangolare chiuso, gli edifici À redent, aperti e articolati, i grattacieli a pianta cruciforme.

Senza volerci avviare sulla strada dei massimi sistemi, che non ci competono, riflettendo a torto o a ragione sui sogni, i difetti e i possibili pregi dell’Urbanistica del ‘900, bene o male influenzati da alcune idee di Le Corbusier, è possibile certamente apprezzare almeno la singolarità di progetto dell’Immeuble-Villa, blocco rettangolare con corte interna a giardino, costituita dal modulo impilato del Pavillon de l’Esprit Nouveau ripetuto per quattro doppi piani, specchiando poi sull’asse verticale sei moduli per piano (fig. 7, 8).

fig. 7 – planimetria dell’Immeuble-Villa

fig. 8 – Immeuble-Villa, prospettiva dall’esterno

La caratteristica più evidente del sistema era la possibilità, per ogni abitazione, di usufruire di un grande spazio aperto, privato, a doppia altezza anche a livelli diversi dal piano terra. La stessa doppia altezza, specifica di molti edifici le corbusieriani, si ritrova nel soggiorno, illuminato dalla grande vetrata di facciata.

fig. 9, 10 – planimetrie dell’Immeuble-Villa e dell’Esprit Nouveau piano terra

Confrontando le planimetrie dell’Immeuble (fig. 9) con quelle dell’Esprit Nouveau (fig. 10) si rilevano delle differenze dovute, nell’edificio prototipo, anche al collegamento con il diorama, il blocco con facciate curve che nell’Exposition del 1925 era destinato alla visione dei progetti urbanistici proposti dall’architetto.

Il Pavillon, evoluzione di un precedente modello abitativo di Le Corbusier, la Maison Citrohan del 1920 (che impiegava per la prima volta la doppia altezza e la vetrata unica), è un blocco rettangolare di circa 13 m (in facciata) per circa 15 m (in profondità), in cui è ricavata la pianta “a elle” che isola lo spazio privato coperto, in cui è piantato un albero che fuoriesce da un ampio foro nel solaio (fig. 11).

fig. 11 – l’albero e il solaio forato

Il ritmo compositivo del fronte principale (escluso il diorama) si basa su due campate di diversa lunghezza, nella sequenza ABA, benché le prime due si integrino nella grande apertura dello spazio aperto/coperto. La profondità, invece, è data da cinque campate di altra dimensione (C).

Il sistema ritmico della pianta dell’Esprit Nouveau anticipa la struttura della successiva Villa Stein-De Monzie a Garches del 1927, ritenuta da molti una delle più efficaci soluzioni messe in campo dall’architetto per coniugare, nella tipologia della villa, l’irregolarità della pianta libera con il rigore geometrico del blocco rettangolare esterno, di ascendenza classica.

 Il nome del Pavillon, oltre che incarnare con evidenza lo spirito nuovo con cui Le Corbusier affrontava le richieste dell’architettura del suo tempo, deriva in realtà dall’omonima rivista che lo stesso progettista aveva fondato nel 1920 a Parigi con il pittore Amédée Ozenfant e il cui logo è ripreso in una facciata laterale cieca dell’edificio (fig. 12, 13).

La rivista Esprit Nouveau, edita in diversi numeri fino al ‘25, iniziò la sua avventura editoriale sulla scia del saggio Après le Cubisme con cui i fondatori davano origine al movimento artistico del Purismo, basato sul nuovo ideale estetico della civiltà della macchina, di cui il Pavillon era un esempio materiale.

Fu proprio sulle pagine dell’Esprit Nouveau, inoltre, che Charles-Edouard Jeanneret cominciò, talvolta, a firmare gli articoli con lo pseudonimo di Le Corbusier, per dare l’impressione al pubblico che vi scrivessero molte più persone, probabilmente su consiglio di Ozenfant che già lo cominciava a fare.

In definitiva, in questo piccolo edificio, rinato dalle proprie ceneri traslate per l’Europa, è condensata una quantità incredibile di storie e suggestioni, anche se la più paradossale – credo – sia l’essere diventato, suo malgrado, un monumento di se stesso, laddove da progetto nascesse solo come un tipo architettonico.


Note biografiche sull’autore

Francesco Galletta (Messina, 1965), architetto, grafico. Titolare di Tecniche Grafiche alle scuole superiori; laureato con una tesi di restauro urbano, è stato assistente tutor alla facoltà di Architettura dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria per Storia dell’Urbanistica e Storia dell’Architettura Moderna. Dottore di Ricerca alla facoltà di Ingegneria di Messina, in rappresentazione, con una tesi dal titolo: “L’Immaginario pittorico di Antonello”. Con l’architetto Franco Sondrio ha rilevato, per la prima volta, la costruzione prospettica e la geometria modulare dell’Annunciazione di Antonello. La ricerca, presentata in convegni nazionali e internazionali, è pubblicata in libri di diversi autori, compresa la monografia sul restauro del dipinto. Sempre con Franco Sondrio ha studiato l’ordine architettonico dell’ex abbazia di San Placido Calonerò nell’ambito del restauro in corso e scoperto a Messina un complesso architettonico della metà del ‘500, collegato al viaggio in Sicilia del 1823 dell’architetto francese Jaques Ignace Hittorff.

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  1. Bell’articolo che pone oggi – nuovamente – alcune questioni. Ad incominciare dell’attualità di LC che spesso viene visto asetticamente come un mito più che come un grande architetto che ha aperto nuove strade rivoluzionando l’approccio con il contesto e con la rivisitazione completa dell’idea di abitare.
    Per non dimenticare l’attualissimo senso del padiglione, modello tridimensionale dell’idea di un nuovo standard abitativo fatto di doppie altezze, modularità costruttiva, arredo essenziale e bellissimo, articolazione dello spazio che dal prototipo, vera monade, arriva all’insieme con la moltiplicazione di più soluzioni aggregative che divengono urbanistica contemporanea, cioè città.
    Non a caso il “diorama” vuole raccontare il possibile intorno, il sogno contemporaneo mentre le ottocentesche “rotondes des panoramas” si limitavano a descrivere quanto era visibile all’esterno di una particolare emergenza urbana. Il sogno è l’idea positiva di un futuro che non a caso porta alla “ville radieuse”.
    Mi è capitato di vedere il padiglione bolognese dell’Esprit Nouveau a pochi giorni dall’inaugurazione e sono restato colpito dal senso dell’idea originale così come dalla capacità documentale, didattica ed evocativa del “clone” italico. Restaurare questo documento è stata certamente una bella idea, così come rammentare l’evento indica la doverosa sensibilità per un dibattito sull’architettura che non va calato di tono.