Obiettivo Palestina, il libro fotografico di Federico Palmieri

Obiettivo Palestina è un insolito reportage fotografico di Federico Palmieri, diventato un libro edito dalla casa editrice Graffiti.

di Luigi Coluccia

La fotografia di viaggio ha il compito di documentare tutti gli aspetti caratterizzanti di un territorio quali il suo paesaggio, la sua popolazione, la sua cultura, i suoi costumi e la sua storia. E’ un’insieme di emozioni quindi, che riescono ad esprimere il sentimento di un luogo in un determinato tempo. Queste ci vengono trasmesse attraverso le immagini realizzate e sono dunque il frutto della sensibilità dell’autore. Conosco Federico da sempre ed è con immensa gioia che oggi su ArteVitae ci occupiamo del suo progetto fotografico, Obiettivo Palestina, frutto di un suo recente viaggio in Terra Santa.

Obiettivo Palestina – Copertina del libro

Obiettivo Palestina è un meraviglioso viaggio in una terra martoriata, in cui Federico ci accompagna con la sua speciale sensibilità. Un viaggio che mette a nudo la sua anima, che gli permette di scoprire a poco a poco la Palestina in tutte le sue molteplici sfumature ma al tempo stesso, gli offre anche l’opportunità di comprendere meglio qualcosa di se stesso. Come spettatori privilegiati allora, viaggeremo attraverso le sue emozioni, palpabili in tutte le immagini raccolte in questo libro. Questo è un reportage che viene realizzato senza preconcetti, senza pregiudizio alcuno, in territori difficili sulle cui problematiche politiche e sociali sembra sempre ci si debba schierare, da una parte o dall’altra.

Ci piace pensare che la parola “obiettivo”, che compare nel titolo del libro, sia stata scelta per ricondurre a tutti i suoi significati etimologici. “Obiettivo” inteso come: scevro da condizionamenti, da corruzione intellettuale, equanime, frutto di una verginità d’animo. Ma “obiettivo” inteso anche come strumento di ripresa, come mezzo idoneo ad imprimere fedelmente ed indelebilmente un’emozione sul sensore del mezzo fotografico, lasciandola per sempre a disposizione di chi la voglia cogliere.

AVB: Federico, grazie di averci concesso l’opportunità di approfondire con te questo tuo appassionante progetto. Puoi dirci dunque, come nasce in te l’idea di realizzarlo? Eri consapevole quando hai organizzato il viaggio in Palestina, che da quell’esperienza sarebbe scaturito un reportage fotografico raccolto poi in un libro?

FP: Grazie a te Gigi per l’opportunità che mi offri di poter veicolare e illustrare il mio progetto fotografico in questa pregevole rivista “on line”, che seguo con sempre maggiore interesse. L’idea di realizzare un libro fotografico, un “reportage” composto di immagini e parole, è improvvisamente scaturita, al termine del viaggio, da un’immediata ed imperiosa esigenza di condivisione delle intense sensazioni ed emozioni e dei mutevoli stati d’animo che ho provato nel corso di questa esperienza di viaggio. Il materiale fotografico è stato imponente e significativo.

Tornato a casa ho potuto riscontrare che gli scatti fotografici che hanno scandito i tanti momenti del viaggio ben rappresentavano il susseguirsi di percezioni e la particolare realtà che ho colto in Palestina. Ciò mi ha indotto e spinto a renderne partecipi amici, conoscenti e chiunque ne avesse curiosità attraverso la realizzazione di un libro fotografico. Del risultato sono particolarmente soddisfatto, anche grazie all’editore Graffiti che ha compiuto un superlativo lavoro di “editing”. Il libro contiene anche una mia introduzione e un excursus storico in cui mi sono cimentato con impegno per fornire le mie impressioni e il mio punto di vista sulla delicata e complessa questione palestinese.

AVB: Come sa perfettamente chi utilizza la fotografia come proprio linguaggio espressivo, la parte più difficile è appunto quella dell’editing. A parte l’egregio lavoro di supporto dell’editore Graffiti da te citato, quale è stata la difficoltà maggiore che hai riscontrato nel dover scegliere un’immagine piuttosto che un altra? Quale criterio hai dunque seguito per superarla?

FP: Ho proceduto ad una accurata selezione di quegli scatti che maggiormente appaiono pervasi da una valenza simbolica e da una forte carica emozionale. Fotografare significa per me scolpire in forma di immagini le sensazioni che avverto nell’incontro con un indefinito “altrove”. Paesaggi, persone, oggetti, monumenti, dettagli, luci, ombre e qualsiasi sfumatura della realtà mi trasmettono l’ispirazione per uno scatto se e nella misura in cui toccano corde interiori, ovvero se producono in me vibrazioni e sussulti emotivi. La componente personale ed evocativa è quindi prioritaria e lascia poco spazio a schemi funzionali prestabiliti o meramente esteriori nel mio approccio con la fotografia.

AVB: In fase di editing, un vero e proprio capolavoro direi, spesso i soggetti ripresi nelle immagini, sembrano dialogare con le figure ritratte nelle fotografie dei graffiti dei murales,  creando un bel gioco di analogie. Avevi già chiara in mente questa forma di contrapposizione per immagini o è stata piuttosto una scelta fatta a posteriori?

FP: La splendida veste grafica del libro e l’accattivante percorso delle tante foto è frutto della sapiente regia del direttore della Graffiti, Gianni Pinnizzotto. Appare infatti particolarmente originale e suggestivo il “dialogo” tra le foto dei diversi soggetti ritratti e le contrapposte figure che si stagliano nelle foto di murales e graffiti che animano i muri di separazione che cingono città o campi profughi palestinesi ovvero decorano pareti di piazze e strade. Le corrispondenze tra le coppie di foto delle pagine del libro, che sembrano specchiarsi tra loro in un gioco di analogie, arricchiscono il reportage di significati e richiami evocativi che sottolineano sempre la particolare storia di questa terra e le complicate condizioni in cui vive il suo popolo.

AVB: In tutte le immagini presenti nel libro, c’è un aspetto che subito salta all’occhio, l’assenza della luce solare. Questa peculiarità realizzativa è stata ricercata o è piuttosto il risultato di una condizione metereologica avversa del tutto casuale?

FP: L’assenza di luce solare non è stata una scelta di campo meditata e voluta; tendenzialmente non è dipesa neanche da condizioni metereologiche particolari. I luoghi visitati erano infatti soleggiati; uno scatto sul Mar Morto, incorniciato da due verdi palme che si protendono all’orizzonte come sentinelle, ne è testimone. La luce solare è risultata spesso assente più propriamente a causa della “tecnica” fotografica da me prediletta: ridurre le distanze, avvicinare il soggetto o l’oggetto dello scatto il più possibile, non solo fisicamente ma anche metaforicamente, alla ricerca del dettaglio, del particolare in un muro, in un graffito, in uno scorcio; oppure alla ricerca del guizzo rivelatore di uno stato d’animo, del fremito emotivo carpito in uno sguardo, in un’espressione facciale, in un gesto, nella prossemica di chi incontro. Così, inconsapevolmente, il mirino si dirige più sul “cono d’ombra” e la luce solare rimane sullo sfondo, talvolta del tutto fuori dall’immagine.

AVB: Osservare ciò che ci circonda attraverso l’obiettivo non è come farlo ad occhio nudo, chi fotografa lo sa. La porzione del mondo circostante che ci restituisce il mirino è di gran lunga più limitata, ma rappresenta proprio quella che noi vogliamo evidenziare. Quali sono state quindi le peculiarità di questo territorio così intrigante ed affascinante che ti hanno indotto a posare l’occhio sul mirino per imprimere le emozioni in te suscitate sul sensore?

FP:  Il territorio visitato mi ha incuriosito, meravigliato, affascinato. Un caleidoscopio di sensazioni sempre nuove e diverse vissute nelle intense e piene giornate trascorse nei luoghi della Terrasanta, a Gerusalemme, Betlemme, Gerico, sul Mar Morto, e nelle città palestinesi, a Hebron, Nablus, Ramallah. Sia il paesaggio che gli orizzonti urbani hanno da subito catalizzato la mia attenzione per la magica atmosfera con cui accolgono il visitatore. Ogni elemento che lo sguardo incontra evoca riferimenti storici e sacri in questa terra antica in cui hanno avuto origine le grandi religioni monoteiste e la stessa storia dell’umanità. Tutto assume una valenza simbolica.

Ai richiami del passato fanno da contraltare le sofferte e complicate condizioni del presente, in cui un popolo senza cittadinanza e senza stato cerca in tutti i modi di affermare la propria identità. Tutto ciò si traduce in pressanti stimoli per un fotografo che riesca a captare il fremito e il pulsare incessante di una terra che non smette di vibrare. Per chi ama la fotografia la Palestina offre spunti di ogni tipo e l’osservare la realtà da un obiettivo per poi scattare una foto diventa qualcosa di irresistibilmente naturale.

AVB: Quali sono le emozioni che hai provato nel fotografare i caratteristici personaggi, protagonisti delle tue immagini? Ritieni di esser riuscito a creare con loro empatia prima di immortalarli? Hai avuto la sensazione di averne carpito le idee, i pensieri piuttosto che le emozioni? Se sì, questo ha poi influenzato il tuo scatto? Oppure ci troviamo di fronte a scatti più aderenti alla Street Photography, “rubati” ad un incontro fortuito?

FP: I volti, gli sguardi, le espressioni facciali, le posture, gli abiti, gli oggetti e gli accessori simbolici o rituali, i modi di interagire delle persone incontrate sono tutti elementi emblematici che hanno catturato la mia attenzione. Le persone rappresentano, in questo lavoro, i principali protagonisti dei miei scatti fotografici: palestinesi, israeliani, cattolici, ortodossi, ebrei, coopti, giovani, anziani, bambini, uomini, donne, soldati. Una varietà umana che ho avvicinato con animo leggero, con candore e senza pregiudizi, sempre mostrando un sorriso di apertura e quasi complicità e con il desiderio di instaurare un contatto emotivo, di trasmettere e ricevere una corrente di empatia che potesse aiutarmi ad entrare nel loro mondo, nel loro spazio, nel loro stato d’animo, nei loro pensieri e codici morali.

I risultati di questo mio approccio sono stati spesso straordinari: rassicuranti scambi di occhiate, accenni di saluto, vivaci tentativi di conversazione, qualche breve battuta o confidenza, anche laddove nel campo profughi un bambino palestinese mostrava una malinconica diffidenza. Lo stesso è accaduto nel passaggio al check point dove il soldato israeliano imbracciava un minaccioso fucile e nel caotico mercato del suk ove la ragazza araba si celava dietro un velo protettivo piuttosto che al Muro del Pianto dove il religioso ebreo si trincerava nella solitudine di una salmodiante preghiera.

In molti casi, nonostante il contesto o la situazione del momento, sono riuscito ad innestare un fluido di simpatia o serenità che mi ha poi consentito di realizzare ritratti fotografici, a breve distanza, a soggetti che si sono prestati in molti casi con divertita spontaneità. Non mancano poi foto “rubate”, carpite attraverso la tecnica della street photography. Ma queste sono una componente residuale. Preferisco sempre provare ad entrare nel mondo interiore delle persone, in sintonia emotiva, prima di scattare una foto, al fine di afferrare non solo l’immagine di una figura umana ma anche le vibrazioni che palpitano dietro o dentro quell’immagine.

AVB: Quali obiettivi hai utilizzato per realizzare questo reportage? Ci sono primi piani molto intensi, immagini di soldati ripresi in movimento, di donne che indossano il tradizionale abito islamico e di bambini che giocano. Solo la fotografia paesaggistica invece denota una visuale panoramica. Sei sempre molto vicino ai tuoi soggetti, sembra che non ci sia alcuna diffidenza da parte loro. Interessante questo approccio, questo modo di riportare per immagini un popolo, vivendolo e raccontandolo stando dentro la fotografia. Raccontaci di come sei riuscito a creare un contatto così “intimo” con i tuoi soggetti, siamo curiosi.

FP: L’obiettivo che ho usato è un 24-85. Il corpo macchina quello di una Nikon D610 Full Frame. Un’ottica che mi ha supportato egregiamente e mi ha permesso di realizzare pregevoli scatti fotografici anche in condizione di movimento. Nel privilegiare i primi piani e gli scatti a distanze brevi, l’obiettivo ha dato poi il meglio di sé. Come sempre accade nei miei viaggi, anche in questo ho cercato costantemente di svestirmi dell’abito del visitatore straniero o del turista e ho tentato di immedesimarmi quanto più possibile nelle persone che incontravo, senza pregiudizi o eccessive cautele.

Osservare, capire, documentare e provare a fotografare “dal di dentro”; l’espressione è più che pertinente del mio “modus operandi”. Credo che sia una metodica che metta in gioco non solo la capacità tecnica del fotografo, ad esempio l’appropriato rapporto tra diaframma, tempo di posa, sensibilità ISO e abilità nella composizione, ma anche l’indole e l’atteggiamento mentale del fotografo, la sua curiosità e anche la passione per la conoscenza di popoli e terre lontane e delle vicende storiche, politiche, spirituali che animano e modellano luoghi e genti che si incontrano in questo tipo di viaggi.

AVB: Tiziano Terzani nel suo libro “La fine è il mio inizio”, afferma che noi non siamo altro che le storie che abbiamo sentito, le favole con cui ci hanno addormentato da bambini, i libri che abbiamo letto, la musica che abbiamo ascoltato e le emozioni che un quadro, una statua, una poesia ci hanno trasmesso. Quanto il tuo vissuto quindi ti ha influenzato nella realizzazione di questo lavoro e quanto di questo lavoro ti porterai altrove?

FP: Il mio vissuto mi ha fortemente influenzato soprattutto in termini di mancanza di rigidità nelle mie convinzioni di partenza e di assenza di “sovrastrutture” mentali: ho osservato la realtà che mi circondava con gli occhi e gli stati d’animo di chi la vive e di chi ho incontrato, chiunque fosse. Identificarmi con il “diverso” o con l’”altrove” è una costante del mio approccio al viaggiare, frutto sicuramente delle mie tante letture e delle molteplici occasioni di viaggio che mi hanno insegnato a denudarmi dei condizionamenti di partenza e a non giudicare mai le realtà che incontro con i soli parametri del mio iniziale punto di vista. Questo lavoro, per tanti motivi, mi ha trasmesso emozioni e soddisfazioni profonde e certamente ne farò tesoro in futuro per altri analoghi lavori ma anche per una interiore crescita personale.

AVB: Cosa pensi dunque che la Palestina abbia lasciato in te per sempre e cosa invece pensi di averle donato di te stesso?

FP: La Palestina ha smosso delle corde in me. Ho scoperto un’umanità palpitante e una terra da cui promana una intensa energia mistica e spirituale, nonostante le pesanti sofferenze che patisce ormai da tempi lontani. In me ha lasciato tanto, principalmente il desiderio di tornarci.. Non so se ho donato qualcosa alla Palestina, ma certamente questo mio libro fotografico, fatto di parole e immagini, mi ha permesso di mostrare e diffondere ciò di cui sono stato testimone in questa antica terra che in qualche modo rappresenta un importante patrimonio dell’intera umanità.

AVB: Non ci resta che ringraziarti per la gentile concessione ed augurarti di realizzare altri successi come questo, ciao Federico!

FP: Grazie a te Gigi! Un saluto a tutti gli amici di ArteVitae.

Federico Palmieri

Note biografiche sull’autore

E’ nato nel 1972 a Roma. Consigliere parlamentare della Camera dei Deputati, coltiva nel tempo libero le sue passioni per la fotografia, per i viaggi di scoperta, per la storia di popoli e di culture. Ha pubblicato nel 2010 il saggio “Il federalismo fiscale”.

 

 

 

Obiettivo Palestina

Informazioni utili

Maggiori informazioni sul libro sono disponibili sulla pagina dedicata a Obiettivo Palestina. Ai lettori di ArteVitae interessati all’acquisto del libro, viene riservato un prezzo speciale e la possibilità di riceverne una copia personalizzata.

Potete contattare direttamente l’Autore quindi, per richiedere subito la vostra copia.

 

 

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