Una strada bianca, il canto delle cicale, ombre larghe che si muovono lente: qui la Puglia non profuma di salsedine ma di erba secca e pietra calda. È una terra che non chiama a gran voce, e proprio per questo resta in testa più a lungo.
Chi pensa alla Puglia vede l’azzurro del Salento. È normale. Ma basta svoltare dalla litoranea per capire che un’altra regione inizia appena dietro le dune. La strada si fa stretta. I muretti disegnano trame antiche. L’aria cambia passo.
Compaiono i giganti. Gli ulivi millenari della piana tra Ostuni, Fasano e Carovigno sono sculture vive. Hanno tronchi torcigliati, pieni di cavità che sembrano occhi. Alcuni esemplari hanno età stimate oltre duemila anni. Non è folklore: qui la tutela degli olivi monumentali è reale, con registri e vincoli che salvano memoria e paesaggio. Camminarci in mezzo non è solo una gita. È un esercizio di tempo lungo.
Mi fermo a toccare una corteccia fredda. Penso ai frantoi ipogei scavati nella roccia, alle stagioni della raccolta, alle ferite recenti della Xylella in zone non lontane. Poi l’olfatto vince: una fetta di pane ruvido, olio extravergine verde e teso. Semplicità che regge ogni confronto.
Questi alberi sono archivi. Raccontano rotazioni colturali, tecniche di potatura, annate magre e annate regine. A volte un tronco ingloba un sasso, un segno di confine, un chiodo antico. Non servono cartelli. Serve tempo. Le aziende agricole aprono i campi con visite lente, spiegano come si riconosce un’oliva sana, mostrano i muretti rifatti pietra su pietra. Il paesaggio è operativo, non da cartolina.
A pochi chilometri, la terra prende un tono severo. Le Murge sono un altopiano di calcari chiari, doline, lame. Le masserie fortificate sembrano bastioni. Da qui partivano i grandi tratturi, le vie erbose della transumanza che collegavano gli altipiani dell’Appennino al Tavoliere. Non è leggenda: quei cammini esistono ancora, riconoscibili come corridoi verdi che tagliano i campi e raccontano viaggi stagionali di uomini e greggi.
Sull’altra faccia del paesaggio stanno i silenzi. I borghi fantasma affiorano come fotogrammi sospesi. Monteruga, in pieno Salento agricolo, nacque nel periodo fascista come borgo rurale e oggi è abbandonato. Facciate nude, una chiesa che regge il cielo, finestre senza vetri. Ci si entra con rispetto, e con prudenza: è un luogo fragile. Non c’è spettacolo, c’è storia sociale. E fa pensare.
Poi l’Italia minuta torna viva nei paesi dell’entroterra. Nella Valle d’Itria, tra trulli e filari, senti il suono metallico delle reti durante la raccolta. Nei Monti Dauni il passo è corto, la piazza è misura di tutto. Si sta seduti fuori dall’uscio. Si discute della resa dell’olio come se fosse una finale. E in effetti lo è: da quelle drupe dipendono redditi, ricette, umori.
Il punto, a metà strada tra emozione e dato, è semplice: la Puglia “di terra” non è un retroterra. È un primo piano che aspetta solo che qualcuno lo metta a fuoco. Strade secondarie, orizzonti larghi, voci basse. Un invito a viaggiare senza fretta.
La prossima volta che il mare ti chiama, prova a rispondere più tardi. Gira la macchina verso una striscia di polvere chiara. Lasciati guidare da un’ombra di ulivo. Cosa succede se, per una volta, inseguìamo l’interno invece della riva?
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