I “Cento giorni di solitudine” di Nidaa Badwan

La storia di Nidaa Badwan è una storia di ordinaria follia, una delle tante che rimbalzano ogni giorno nelle nostre vite spensierate, ambientata nella striscia di Gaza. Ha come co-protagonista la fotografia con cui la giovane donna documenta la sua silenziosa azione di protesta che la porterà ad affrancarsi dalle imposizioni del suo paese, riprendendo in mano le sorti del proprio destino.

Di Luigi Coluccia

Questa toccante storia inizia a Gaza nel novembre del 2013. I miliziani di Hamas arrestano una giovane donna mentre è intenta ad aiutare un gruppo di artisti nell’allestimento di una mostra. L’accusa è quella di non essere abbigliata in modo consono alla tradizione. La giovane donna è Nidaa Badwan, nata ad Abu Dabhi trent’anni fa e tornata a Gaza con i suoi genitori nel 1996, subito dopo gli accordi di Oslo, che tanta speranza avevano alimentato nel popolo palestinese. In un clima che sembra finalmente animato da una ventata di ottimismo, riesce anche a studiare Belle Arti.

Quel giorno di novembre, alle domande incalzanti dei miliziani circa la sua identità e sul perché non indossasse il tradizionale velo invece di un paio di pantaloni larghi e di un cappello tutto colorato, risponde loro che è un’artista e veste così per quel motivo. Viene rinchiusa in carcere per tre giorni e rilasciata solo dopo aver firmato un documento nel quale si impegna ad uscire di casa sempre con il tradizionale velo. Può una giovane donna essere un’artista in un luogo così? Certo che no.

Questo episodio tocca talmente tanto Nidaa che pur di non sottostare all’imposizione di quel documento, decide di rinchiudersi per cento giorni nella sua stanza, infliggendosi così una spontanea forma di prigionia. La stanza è di soli nove metri quadrati e ha una sola finestra sul mondo. Un mondo dal quale vorrebbe sfuggire, un mondo che le impedisce di essere ciò che vuole essere. L’unica fonte di illuminazione artificiale della stanza è una lampada appesa a dei fili elettrici.

Le pareti della stanza sono colorate, come a voler annichilire la forza divisoria di quei muri ed abbattere la distanza tra il suo mondo e quello in cui vorrebbe vivere. I loro colori li rendono allegri e infondono in lei quella pace cui anela. A farle compagnia, alcuni strumenti musicali, una vecchia macchina per scrivere, gomitoli di lana ed una vecchia scala da imbianchino.

Accarezzando la macchina fotografica, Nidaa parla così della sua esperienza:

Questo spazio mi ha dato la libertà che fuori non potevo trovare. Libertà dal grigiore e dalla bruttezza di Gaza, dall’assedio israeliano, libertà dalle imposizioni degli uomini di Hamas.

La decisone di fotografare il proprio isolamento dunque nasce dal bisogno di denunciare la frustrazione con cui devono convivere il suo popolo e soprattutto le donne. Le immagini che realizza sono autoscatti che la ritraggono in tutte le sue attività giornaliere durante il periodo di prigionia autoimposto,

La sua azione di protesta silenziosa dura cento giorni, durante i quali Nidaa non lascia mai la propria stanza, neanche durante quelli di guerra fra Israele ed Hamas. Rimane reclusa, anche sotto i bombardamenti. La sua risposta a quei giorni di sangue è una foto che la ritrae mentre si versa un secchio di acqua e vernice rossa sulla testa, una sorta di “ice bucket challenge” che ha l’intento di denunciare il sangue innocente versato intorno a sé.

La mamma, molto preoccupata, oltre al cibo fuori la porta, le lascia anche dei piccoli lavori domestici di cui occuparsi, tagliare dei pomodori, preparare dell’insalata; Nidaa infatti ha meditato più volte sulla possibilità di togliersi la vita, la mamma deve averlo percepito.

Nidaa Badwan

Le sue fotografie sono sempre caratterizzate da una luce avara che giunge ad illuminare gli oggetti presenti e lei stessa in maniera obliqua. La scenografia è sempre la stessa, le pareti color acquamarina a fare da sfondo. Ceste di frutta, una chitarra, una vecchia macchina per scrivere. Lei, la protagonista, sempre con il volto semioscurato, posa con gesti garbati, all’interno del suo nuovo mondo. L’unico in cui si sente viva, libera. Queste immagini, sono oggi una bellissima e significativa mostra che ha girato il mondo, “Cento giorni di solitudine”.

Se non fosse stato per un giornalista del New York Times che ha scoperto e raccontato questa singolare storia, forse Nidaa sarebbe stata destinata a sognare per sempre in quelle pareti color acquamarina. Da allora la mostra è stata ospitata in molte parti del mondo. Questi chiaroscuri quasi caravaggeschi infatti sono stati esposti in mostra a Montecatini Terme, a Berlino, al museo danese di Trapholt, Ginevra, New York, Hong Kong.

Nidaas però ha scelto l’Italia per vivere perché di noi italiani dice “Voi spesso non ne siete consapevoli, ma respirate, mangiate ed esprimete continuamente arte”. Vive tra la Romagna e San Marino dove tiene seminari di fotografia all’università del design.

Il lieto fine di questa storia non deve però farci dimenticare che quelli che per noi sono valori universalmente riconosciuti, in molte zone del pianeta sono ancora un miraggio. Vorrei concludere questo pezzo, che mi ha emozionato particolarmente, con una frase attribuita al Comandante Che Guevara: “Siate sempre capaci di sentire nel più profondo, qualsiasi ingiustizia commessa contro chiunque in qualunque parte del mondo “.

Nidaa Badwan – Cento anni di solitudine – Gallery immagini

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