Napoli velata regia Ferzan Ozpetek, di Daniela Luisa Bonalume

Napoli velata diretto da Ferzan Ozpetek. Dopo un anno il regista turco si ripresenta. Un cast di tutto rispetto: Peppe Barra, Anna Bonaiuto, Lina Sastri ed Isabella Ferrari. Anche Giovanna Mezzogiorno ed Alessandro Borghi.

di Daniela Luisa Bonalume

Napoli velata – Locandina del film

 

La figliata dei femminielli ed una sceneggiata di gelosia che, giustamente finisce in tragedia, aprono il lungometraggio. Affinché non vi siano dubbi sulla natura della pellicola, il regista ci sbatte in faccia quella che è la sua “Napoli velata” con la S davanti all’aggettivo, che ne fa una Napoli svelata, come la Mezzogiorno, che così si mostra in tutto il suo splendore. La “napoletanità” impera sovrana, come la società matriarcale che emerge da questa trama tremula. La storia vacilla fino alla fine, e anche oltre. Il cast, invece è ben saldo, o quasi. Interpreti di prim’ordine quali Peppe Barra nei panni di uno svelatore del costume e del patrimonio partenopeo, che media tra il pubblico ed il parto del bambolotto insanguinato. L’attore catalizza lo spettatore attraverso la sua maschera magnetica, insieme alle urla del femminiello partoriente, che si dimena sul guanciale come un posseduto.

Napoli velata – Il cast

La “Napoli velata” che ci viene raccontata fa da sfondo ad un racconto del quale è difficile seguire il filo. Merito del regista è quello, almeno, di non scadere nel banale nonostante la poca credibilità della storia, grazie al sapiente uso della macchina da presa ed alle curiosità umane, compreso il voyeurismo. Le falle si palesano quasi subito. Un thriller, una commedia, un fantasy, un noir. Non si sa bene cosa sia, e questa è tutto sommato la sua forza. Maschere tragiche e comiche si fondono come nella migliore tradizione antica. Oltre al già citato Peppe Barra, che si esibisce in una interpretazione da grande maestro quale è universalmente riconosciuto, altri ambigui cammei sono preziosissimi inserti.

Napoli velata – Trailerufficiale

I pietrificati ed impenetrabili volti di Isabella Ferrari e Lina Sastri rappresentano la appena tollerata trasgressione omosessuale. Invece, come si ha modo di vedere anche nella “Napoli velata”, l’omosessualità nei femminielli è accettata di buonissimo grado nel tessuto sociale locale. E solo alla fine dell’intera vicenda se ne intuisce l’importanza. Non è legata certo alle preferenze sessuali delle due Signore, ma al velo di aristocrazia e fragilità che annebbia la trama  dell’intera brutta faccenda.

Anche Anna Bonaiuto  ci giustifica il David di Donatello assegnatole nel 1995 per L’amore molesto, diretta da Martone. Qui è la moglie di Peppe Barra, sempre pronta a rivendicare il suo diritto di persona femmina. Il diritto ad una sessualità soddisfacente e ad una pienezza sentimentale, che invece il marito non è nella posizione di dare. In “Napoli velata” sono molti gli ingredienti. Forse troppi. La superstizione, le tradizioni ataviche che si incastrano con un uso illegale e spregiudicato della tecnologia più avanzata. Il malaffare, il morto, l’arte, l’archeologia. Un impasto che, per non impazzire come la maionese, avrebbe bisogno di attori protagonisti più “espressivi” e quindi più coinvolgenti.

Giovanna Mezzogiorno non sembra mai uscita dal set de “La Tenerezza”, su queste pagine recensito qualche mese fa. Trattandosi poi della stessa città, un senso di inadeguatezza sciatta dell’interpretazione del medico legale che ricopre in “Napoli velata”, la accompagna, senza soluzione di continuità, per tutta la durata della pellicola, tra un orgasmo ed una passeggiata. Diverso, ma non troppo, il discorso per il co-protagonista Alessandro Borghi. Una sfinge. Nessuna forma di simpatia o antipatia, nessuna empatia. Un francobollo durante le scene di sesso, che nell’economia del film potrebbero risultare troppo numerose e davvero lunghe.

Napoli velata – Immagini ufficiali del film

Tuttavia il titolo rispecchia molto ciò di cui trattasi. Una versione partenopea de “La grande bellezza” di Sorrentino, con riprese sulla e nella città davvero incantevoli. Esibizione delle virtù meno nobili della popolazione senza distinzione di ceto, che è il sale della zuppa. Forse anche una fagocitazione della pièce teatrale  “Week-end” (1983) di Annibale Ruccello – napoletano – nella quale diventa impossibile, per lo spettatore, capire il confine tra illusione, sospensione, incubo e realtà. In”Napoli velata” sesso, dramma ed inganno si rincorrono senza una logica e, anche se verso la conclusione ci si illude di aver organizzato il puzzle, dopo l’ultima scena è chiaro che non  si è capito nulla. Ozpetek sembra ormai caotico e incompiuto. Già in “Rosso Istanbul” poche cose erano chiare. Qui, la quantità delle zone d’ombra sale in modo esponenziale. Rimane la certezza di aver visto un documentario di costume decisamente originale, quasi un “Sereno e Variabile” da “Teatro Stabile del Giallo”.

Ferzan Özpetek a Palazzo Mannajuolo, set del film


Note biografiche sull’autrice

Daniela Luisa Bonalume è nata a Monza nel 1959. Fin da piccola disegna e dipinge. Consegue la maturità artistica e frequenta un Corso Universitario di Storia dell’Arte. Per anni pratica l’hobby della pittura ad acquerello. Dal 2011 ha scelto di percorrere anche il sentiero della scrittura di racconti e testi teatrali tendenzialmente “tragicomironici”. Pubblicazioni nel 2011, 2012 e 2017.

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