Memorie di un fotografo, Carlo Sposini

Il glorioso passato della Fotografia raccontato attraverso le “memorie” di Carlo Sposini, affermato fotografo professionista che ha esordito proprio nell’era della fotografia analogica.

di Rita Manganello

Carlo Sposini

Vi propongo questo mémoire di Carlo Sposini, affermato fotografo professionista di cui ArteVitae si è già occupato in un recente articolo, che ci riporta ai trascorsi ormai dimenticati della fotografia di qualche decennio fa, nella tecnica e negli strumenti.

Carlo è un professionista che ha dato molto alla fotografia e dalla quale molta soddisfazione ha ricevuto, e che merita la menzione per la precisione nella tecnica, la passione nell’indagine del mondo circostante e la limpidezza dello sguardo.
Godiamoci ora questa cronaca di un passato non lontanissimo che ha il sapore del racconto storico, quando la fotografia era disciplina in mano a specialisti, i fotografi di professione e pazienti fotoamatori molto meno influenzati dalla mania del fotografare compulsivo e massificato, fenomeno che osserviamo quotidianamente sui social.

E’ assai difficile far comprendere oggi ciò che la fotografia rappresentava alla fine degli anni ’40 nel secolo scorso. Occorre pensare ad una società essenziale.

nella quale ogni più piccola conquista era un traguardo anche perché uscivamo da un periodo, quello della guerra, dove la più grande ambizione era sopravvivere.

La macchina fotografica che, fino ad un decennio prima era destinata ai pochi che potevano permettersela, stava diventando popolare, anzi popolarissima grazie a molte fabbriche italiane che producevano modelli per ogni esigenza. Negli anni’50, con la Germania divisa e il Giappone non ancora tecnologico, l’Italia era, assieme agli Stati Uniti, il maggior produttore mondiale.

 Io non potevo permettermi che una Comet venduta con custodia in similcuoio a 2.750 lire pari a 1,40€. Aveva un solo diaframma ed un unico tempo di otturazione ma per me fu vero amore. Alla sera la ponevo vicino al letto perché fosse la prima cosa da vedere al mio risveglio. Erano disponibili due tipi di pellicola rigorosamente bianco e nero con una sensibilità, che allora si misurava in gradi Sheiner, corrispondenti rispettivamente a 18 e 32 ISO. Si pensi alla differenza con i 100mila ISO disponibili  oggi !

Il trattamento chimico, nei bagni di sviluppo e di fissaggio, durava complessivamente una ventina di minuti. In quel tempo, con il rullo chiuso nel recipiente a tenuta di luce, ripensavo agli scatti, cercavo di prevedere il risultato fino alla gioia o alla delusione quando potevo dare una prima occhiata ai fotogrammi nella mezz’ora di lavaggio. E questo era solo il negativo, più o meno il RAW di oggi. Anche allora si presentavano problema di contrasto e di rumore che era costituito dalla grana, i granuli di argento che, se troppo grossi, rendevano l’immagine sgradevole. Si rimediava con prodotti di sviluppo adeguati. Non si trovavano all’inizio dosi già confezionate ma le preparavamo da soli con bilancine e formule che ciascuno conservava segretamente.
Occorreva stampare queste negative e ognuno si arrangiava come poteva: a contatto con la carta sensibile nello stesso formato della pellicola oppure proiettandola più grande con un apposito apparecchio sul foglio di carta sensibile alla luce per un tempo di qualche secondo, variabile per la densità del negativo. A seguire i bagni di sviluppo, fissaggio e lavaggio.

 Nella stampa, alla debolissima luce rossa, entrava in gioco il nostro Photoshop manuale. Nel fascio luminoso tra la pellicola e la carta le nostre mani si agitavano, le dita erano serpentelli sguscianti o si disponevano in forme particolari. Non era magia ma la necessità di regolare la quantità di luce per equilibrare le zone troppo chiare o troppo scure. Se ancora non bastava si alitava sulla parti chiare affinchè il calore aumentasse l’azione chimica dello sviluppo facendole annerire.

Se pensate che le maschere siano nate con il digitale vi sbagliate. Nell’analogico se ne faceva ampio uso. Il foglio di carta sensibile veniva immerso nello sviluppo prima di essere esposto poi, ancora bagnato, messo sotto all’ingranditore riceveva solo una parte della quantità di luce sufficiente ad annerire parzialmente le zone corrispondenti alle ombre. Senza spostare la carta, quando lo sviluppo aveva agito si eseguiva il resto dell’esposizione e il precedente annerimento funzionava da maschera evitando che le ombre fossero troppo chiuse. Correggere le linee cadenti era ancora più semplice, bastava inclinare la carta sensibile sotto l’ingranditore.

 Naturalmente tutte le azioni descritte richiedevano esperienza maturata in anni di prove e di insuccessi. Niente di ciò che oggi si prova davanti ad una fotografia digitale può essere paragonato alla gioia di fronte al foglio bianco che, immerso nello sviluppo, si riempie via via di tratti scuri fino a formare l’intera immagine, bella, nitida, brillante.
Quello è il punto di arrivo ottenuto superando mille difficoltà ognuna delle quali non prevede il reset ma è definitiva, determinante. Si pensi solo a ciò che oggi fa parte della normale dotazione di una fotocamera digitale rispetto alla analogica: la messa a fuoco è stata manuale fino agli anni ‘80 e molto spesso con una valutazione “ad occhio” come avveniva per le distanze dal soggetto, il diaframma, il tempo di scatto. La ricarica dopo ogni scatto, con poche eccezioni, avveniva manualmente girando un bottone zigrinato mentre la disponibilità di scatti andava da 8 a 36 secondo il formato. Gli obiettivi, infine, avevano una focale fissa mentre gli zoom, nati per il cinema con il Pan Cinor della francese Berthiot, arrivarono assai più tardi alla fotografia grazie allo Zoomar di Voigtlaender.

 Una piccola curiosità: per risparmiare acquistavamo la pellicola cinematografica rimasta dopo aver girato una scena. Erano spezzoni di 90 o 120 metri che, nella tutale oscurità, tagliavamo in porzioni da 36 scatti, corrispondenti a 148 cm, da inserire nel caricatore usato. La pellicola si chiamava Ferrania Pancro C7 e potete trovarla nei titoli di coda dei vecchi film di Totò. La pagavamo 60 lire al metro, 3 centesimi di Euro.

Questa è la prima puntata di una serie di racconti sulla fotografia analogica, per testimoniare quello che oggi non sappiamo, chi di noi è nato nel secondo dopoguerra e oltre. E’ sempre utile ricordare i fondamenti.

 


Note biografiche sull’autrice

Rita è milanese di nascita, amante della fotografia e del cinema da quando ha memoria. Dopo gli studi classici e la Scuola di Giornalismo, ha lavorato in società multinazionali di primaria importanza nell’area della comunicazione e delle risorse umane, maturando un profilo professionale che le consente, oggi, di avere uno sguardo aperto alla contemporaneità. Giunta a fine carriera torna a dedicarsi alle passioni di un tempo fra cui la fotografia, il cinema, l’arte e la letteratura. Alterna l’attività di esplorazione fotografica a quella redazionale. Si occupa di lettura dell’immagine per i colleghi fotografi e scrive per la rivista online Note Fotografiche.

 

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