A tu per tu con Massimo Pianigiani, tra fotografia e archeologia.

Per la rubrica Digressioni sulla fotografia, curata da Luigi Coluccia, in copertina oggi c’è Massimo Pianigiani.Nel consueto appuntamento dedicato all’approfondimento dei nostri autori, ne racconteremo la storia e la fotografia.

di Luigi Coluccia

Massimo è nato e cresciuto a Siena, ha appena passato la fatidica soglia dei 40 anni e possiamo dire che si diverte praticamente da sempre a “giocare” con la fotografia. Fin da bambino infatti è attratto in maniera fortissima da quei misteriosi oggetti che permettono di fissare istanti, emozioni, ricordi.

È archeologo e nell’ambito lavorativo ha avuto modo di pubblicare diversi scatti anche su cataloghi e pubblicazioni piuttosto importanti. Pochi mesi fa è stato invitato dal Museo del Paesaggio di Castelnuovo Berardenga (SI) per fare una piccola esposizione, con 10 sue prospettive urbane in bianco e nero.

Ho scelto le immagini con la curatrice, Valentina Lusini, che ringrazio di cuore per avermi dato questa opportunità e che è stata una specie di “levatrice”, mi ha aiutato a trovare un filo conduttore, quasi una poetica credo ben rappresentata dal titolo della mostra, “Prospettive silenziose”.

Valentina Lusini e Massimo Pianigiani

Massimo cerca di non prendersi troppo sul serio, “perché ho sempre paura di sovrastimarmi“, dice, per me invece, molto più probabilmente questo è un escamotage che utilizza per cercare di chiedere sempre di più a sé stesso, per puntare sempre più alto.

Ha moltissimi interessi, spesso in contrasto fra loro. Come detto è archeologo, per formazione archeologo classico ma prova grande interesse per tutte le epoche. In fotografia infatti trova molta più soddisfazione, divertimento, interesse nel ritrarre architetture moderne, in particolare architetture razionaliste.

Questo dipende in gran parte da un interesse nato grazie a mia moglie Letizia, lei è architetto davvero, mi portava a fotografare le periferie di una grande città moderna, per me sconosciuta, la sua Pescara.

Nella professione ha cercato di migliorare e affinare le tecniche di fotografia spesso però avendo a disposizione mezzi poverissimi. Gli capita sovente di lavorare in spazi ristretti e quasi sempre il set non è programmato ma si deve improvvisare per mille motivi, e quasi mai può contare sull’avere con sé tutta l’attrezzatura più adatta: nei laboratori usa gli elementi più improbabili come diffusori o riflettori della luce per cercare di ottenere foto decenti per le pubblicazioni di settore.

Occupandomi spesso di rilievo archeologico mi trovo a lavorare con tecniche e attrezzature anche piuttosto complesse di documentazione fotografica, per arrivare fino alla fotogrammetria. La necessità di dover documentare in maniera oggettiva, cercando però di raccontare una storia, forse ha influito su alcune mie scelte.

Spesso cerca inquadrature urbane mute o meglio, silenziose, che possano però raccontare una storia: di chi vive tra quelle mura, magari dietro un muro opaco, o al di là di una serie di finestre.

©Massimo Pianigiani

Le finestrelle sono una sua fissazione: sono piccoli spiragli che gli permettono di percepire all’interno del volume di un edificio, altrimenti imperscrutabile e impercettibile.

©Massimo Pianigiani

LC: Ma veniamo alla fotografia Massimo, come hai cominciato? Quale è stato l’evento che ha scatenato in te la voglia di misurarti con la fotografia?

MP: Fotografo da sempre, ricordo che mentre frequentavo le scuole elementari, mio zio mi regalò una di quelle piccole scatolette ad ottica fissa con i rullini rigidi da 35 mm, il più bel regalo che potessi desiderare. Mi divertivo a fotografare le mie creazioni fatte con i lego.

A circa quattordici anni ricevetti in regalo una compatta Olympus con superzoom elettrico, una meraviglia della tecnologia: credo di aver stampato quintali di negativi con paesaggi, prospettive urbane, monumenti. Al Liceo poi, con un compagno di classe, ci siamo impegnati a studiare su libri e pubblicazioni, a confrontarci: passavamo le serate a fare foto in notturna delle strade della nostra città.

LC: Cosa rappresenta per te allora la fotografia?

MP: Principalmente un gioco: non per sminuirla, né tantomeno per sminuire chi ne fa un impegno costante, ma perché non pretendo di accostarmi a chi riesce a trasmettere emozioni. Mi sento ancora lontano da un vero e proprio obiettivo artistico, trovo sia un modo per fermare delle sensazioni e cercare di raccontare delle storie.

Massimo non ha mai frequentato un circolo fotografico, la mancanza di tempo e l’impossibilità di dare continuità ad un’attività sul territorio, lo avvicinano ai social, ai loro moltissimi gruppi dedicati alla fotografia. Diventano questi i luoghi in cui esprimere la propria creatività e crescere. ArchiMinimal è senza dubbio per Massimo, un’opportunità da cogliere.

ArchiMinimal Photography e le sue pagine tematiche, ArchiMinimal ARCHITECTURE, ArchiMinimal MINIMALISM, e ArchiMinimal URBAN VISION, tutte consultabili su Facebook, sono state e continuano ad essere quel salone espositivo di livello, in cui valenti appassionati e professionisti della fotografia di architettura hanno trovato un luogo ideale di condivisione fotografica e culturale, che fino a pochi anni fa, era conosciuto ai pochi addetti di genere.

LC: Potresti raccontarci la tua esperienza in ArchiMinimal? Come ci entri in contatto, cosa pensi ti abbia dato, cosa invece pensi di aver lasciato in tutti gli amici che ogni giorno ci interagiscono?

MP: Non ricordo esattamente come sono entrato in contatto con la realtà di ArchiMinimal Photography, probabilmente è stato uno dei suggerimenti di Facebook stesso, dato che da quando ho intuito le potenzialità del social come luogo di condivisione di esperienze fotografiche ho effettuato ricerche per “minimal” e “foto architettura”. Ho trovato una pagina rilassante, esattamente come un catalogo di fotografia minimal. Ho trovato un luogo di ispirazione, con autori strepitosi, fortunatamente esente da competizione e toni astiosi frequenti su internet. Non saprei dire se posso aver lasciato qualcosa agli altri utenti, sinceramente non me lo sono mai domandato, sicuramente ho ricevuto moltissimo in termini di idee e tecnica. E ogni piccolo apprezzamento delle mie foto pubblicate lo vedo come un bellissimo traguardo.

La fotografia d’architettura in ArchiMinimal è contemplata in tutte le sue molteplici sfumature: moderna, classica, d’interni, astratta nella sua visione artistica e minimalista e di paesaggio urbano, contemporaneo e decadente. Un forte elemento di caratterizzazione è l’utilizzo degli #tag per categorizzare le immagini raccolte, ed è proprio in questo sistema che il Gruppo ha saputo individuare un potente meccanismo di aggregazione che sfrutta appieno le dinamiche di viralizzazione del social.

Oggi, a dispetto di tanti approcci imitativi, il Gruppo rappresenta una originale piattaforma, articolata in più contenitori culturali, che hanno saputo coniare l’archiminimalismo quale movimento espressivo di spazio-forma, rifondando in fotografia l’associazione dei due termini, in un connubio che ogni giorno avvicina sempre più neofiti.

Quest’ultima istanza ha fatto sì che prendesse vita, un contenitore parallelo ed integrante per lo sviluppo e l’integrazione dei contenuti e degli strumenti necessari a tutti coloro che desiderano con criterio metodologico addentrarsi nel fantastico mondo della fotografia di architettura, un’officina chiamata “ArchiMinimal Il Laboratorio” – dice Anna Rita Rapanà, che attualmente si occupa della conduzione del gruppo Laboratorio.

Anna Rita Rapanà, grazie alla sua formazione specifica nella conoscenza delle differenti istanze espressive dell’immagine in fotografia, attraverso la lettura delle immagini proposte, il confronto con fotografi più esperti presenti tra gli ospiti, eventi specifici, la scuola permanente di formazione ed iniziative didattiche aperte ad uno spazio incline al dibattito e al confronto, offre quel salotto tematico, unico nel suo genere e che ha profilato e continua a formare nuovi appassionati di livello, come appunto Massimo Pianigiani, protagonista dell’intervista di oggi.

LC: Potresti raccontarci la tua esperienza nel Laboratorio di ArchiMinimal? Come ti sei trovato? Lo consiglieresti a chi si approccia a questo genere fotografico?

MP: Credo sia stata un’idea geniale. Il Laboratorio è stato avviato proprio in un momento in cui avevo bisogno di un luogo di formazione come questo: un concetto, una tecnica per volta, esempi, approfondimenti e poi la possibilità di fare esercizi, e uno staff disponibile a osservare e consigliare, dare un indirizzo, un suggerimento, una correzione. Anna Rita Rapanà poi, è una guida eccezionale!

I compiti per casa sono impegnativi, perché impongono di sviluppare uno specifico argomento e non sempre si ha il tempo, o il contesto adatto sotto mano, ma se si riesce a superare la pigrizia iniziale che ognuno di noi ha, e si entra nello spirito, si capisce che non è l’esercizio lo scopo, ma il fatto che attraverso la riflessione sull’esercizio possiamo sviluppare un nuovo elemento da utilizzare sui lavori futuri. Sembra banale, ma non lo è: oggi crediamo di sapere tutto. Vedere fotografi bravissimi e decisamente esperti mettersi in gioco alla pari di fotografi più inesperti crea un dialogo eccezionale.

LC: Archeologia e fotografia hanno un rapporto strettissimo fin dalla metà dell’800, puoi spiegarcelo? Quale è la pratica fotografica che generalmente si applica ai siti archeologici e quali invece le problematiche tecniche eventuali che si riscontrano in questo genere di fotografia? Penso agli oggetti di piccole dimensioni, alla fotografia aerea, alle tecniche e i procedimenti speciali. Penso ancora alla difficile ma fondamentale archiviazione e conservazione di tutti questi file. Siamo pronti, ti ascoltiamo.

MP: Domanda complessa questa, che meriterebbe una risposta che lo spazio di questa intervista non consente purtroppo, cercherò quindi di sintetizzare ricordando Giacomo Boni, uno dei principali archeologi che hanno scavato nel Foro Romano e sul Palatino. Utilizzò la fotografia in maniera sistematica per dare una documentazione oggettiva: questo accadeva alla fine del XIX secolo, Boni fu un vero precursore, capì l’importanza dello scavo stratigrafico per capire il succedersi delle fasi e di tutti i materiali rinvenuti per comprendere il contesto.

Foto Giacomo Boni ai Fori Imperiali, foto tratta dal sito SAET

Per il grande pubblico, poi, la fotografia in archeologia è strettamente legata alla presentazione di monumenti: anche in questo caso già nel XIX secolo il potenziale comunicativo e documentale era stato pienamente espresso da Thomas Ashby, un archeologo britannico fortemente innamorato dell’Italia che ci ha lasciato un grande patrimonio di immagini dell’Italia archeologica che ormai non c’è più, inghiottita da palazzi, capannoni e altre forme di speculazione diffuse sul nostro territorio.

Rimanendo in tema di intuizioni precoci, è curiosa la storia dell’utilizzo della fotografia aerea in archeologia. I primi utilizzi furono da parte, tra gli altri, proprio di Giacomo Boni per i rilievi dell’area del Foro a inizi ‘900. Ben presto gli archeologi inglesi capirono l’importanza della lettura dei cropmarks, segni nel suolo dovuti a variazioni della vegetazione influenzata da presenze di strutture o altri elementi nel sottosuolo e il vero sviluppo si ha a seguito delle ricognizioni della RAF dopo la II Guerra Mondiale.

Cropmarks, immagina tratta dal Sito Firstpost.com

Nel lavoro quotidiano sullo scavo archeologico, durante le noiose assistenze ai lavori, negli scavi di ricerca, in qualsiasi cantiere archeologico, insomma, si producono decine e decine di immagini. Sono scatti di lavoro, difficile trovare qualcosa di artistico, se non la ripetitività nella volontà di documentare ciò che è. Generalmente si utilizzano tecniche di foto-mosaico e foto-raddrizzamento per facilitare la restituzione di rilievi e prospetti, in particolare quando sono presenti strutture architettoniche o contesti complessi. Si utilizzano programmi specifici, condivisi spesso con il mondo dell’architettura e del restauro.

La fotografia di reperti è spesso assimilabile al close-up: ci sono poi convenzioni che possono imporre scelte specifiche per il tipo di finalità. Rimane comunque la necessità di saper gestire luci, ombre, riflessi: certe classi ceramiche fanno impazzire per la difficoltà di evitare riflessi e lumeggiature.

La macro fotografia è limitata a poche classi di oggetti, per esempio le monete: anche in questi casi, le convenzioni tecniche di rappresentazione lasciano poco spazio alla fantasia, e devo dire che solo bravissimi fotografi (con bravura più da artigiano sapiente, che da grande artista) riescono a ottenere scatti belli ed emozionanti anche in questo ambito.

L’enorme mole di immagini e dati, va poi gestita: è la croce di ogni archeologo. Sul campo per paura di perdere qualche informazione facciamo migliaia e migliaia di foto, ma poi vanno gestite, e l’archivio va poi passato agli uffici ministeriali, ovvero le Soprintendenze, che chiedono precisi standard catalografici, quindi passiamo ore e ore a catalogare immagini, creare elenchi ed elenchi incrociati.

LC: La fotografia d’architettura è fortemente legata all’architettura stessa e a tutte le sue regole. Ritieni quindi sia importante per chi la pratica approfondire il suo studio e quello della storia degli elementi architettonici che ci si appresta a riprodurre fotograficamente, così come avviene per te, archeologo, che utilizzi la fotografia per documentari i siti in cui operi?

MP: La conoscenza è la base di ogni lavoro consapevole. Conoscere cosa stiamo fotografando permette spesso di raccontarlo al meglio. Per quanto riguarda l’architettura contemporanea provo una certa soggezione proprio per la mia lacuna formativa: in maniera naïf io fotografo forme e linee che creano composizioni per me interessanti, spesso ignorando cosa c’è dietro, a mala pena percependone qualcosa.

Sì, lo studio della storia è sempre importante: dico storia senza distinguere storia dell’arte, dell’architettura, della letteratura perché ho una visione unitaria del contesto. Ecco, lo studio di un periodo deve essere perseguito nella maniera più completa possibile, lo studio di un elemento, di un’espressione artistica, non può mai essere isolata dal suo contesto.

LC: Raccontaci qualche emozione provata nel tuo lavoro, di come la storia può farci sentire piccoli di fronte alla sua grandezza.

MP: La cosa più importante, ma anche bella e preziosa che ogni archeologo può trovare è la traccia, o più tracce, di una storia, tante storie, spesso storie umili, storie quotidiane, storie impercettibili che però ci raccontano il contesto dei grandi eventi della Storia con la S maiuscola. Noi spesso tocchiamo queste storie. Tra i ritrovamenti sicuramente più toccanti credo si possano indicare le sepolture, in particolare quelle infantili. Sepolture ricche, ricchissime, povere, poverissime, resti ossei che raccontano la vita degli individui attraverso i segni delle malattie, delle attività fatte in vita, spesso con accanto i loro oggetti quotidiani.

Ecco, in quei casi puoi veramente parlare con il passato. Recentemente ho la fortuna di seguire un cantiere a Pompei: la mattina, quando i visitatori ancora non sono entrati e per le strade della città ci sono solo gli addetti ai lavori che raggiungono veloci i cantieri, sembra di respirare un soffio di eternità; al contrario, quando la città è piena di visitatori, ho trovato alcuni scorci che permettono di dimenticare che hai davanti una massa di turisti chiassosi, e allora sembra di vedere la città ancora viva, con tutta la confusione delle sue strade.

LC: Di quali strumenti ti avvali per realizzare questo particolare genere di fotografia, tipo di macchina fotografica, obiettivi, post produzione?

MP: Adesso ho due reflex Canon. Ho una Eos 7d che mi regala sempre belle soddisfazioni per foto d’azione e con la scusa che per i cantieri avevo bisogno di una macchina robusta ed affidabile, qualche tempo fa ho comprato una vecchia Eos 5d usata, della quale però mi sono innamorato e che uso praticamente sempre! Possiedo diverse ottiche della serie L anche se devo dire che non ho un’ottica preferita: generalmente durante le uscite fotografiche mi sembra sempre di sentire il bisogno di quello che non ho lì con me.

Ho capito che è pura inesperienza, e quando avverto questa sensazione cerco di concentrarmi per ottenere il meglio da ciò che ho. Per la post-produzione utilizzo moderatamente i normali programmi di editing: non amo elaborazioni troppo complesse, non amo stare troppo tempo ad elaborare, cerco di impormi di ottenere un buono scatto in partenza.

LC: Hai nel breve periodo dei progetti fotografici di cui ti stai occupando o che vorresti mettere a punto?

MP: Non mi sento pronto per dichiarare progetti fotografici: credo che in ambito ArchiMinimal proseguirò nel cercare racconti silenziosi nelle nostre città. Ho però una piccola ambizione: cercare di fare buone foto in chiave ArchiMinimal di monumenti e architetture antiche, cercare di diffondere tra gli utenti della pagina un po’ più di attenzione agli elementi archeologici, non solo genericamente #classic!

LC: Grazie Massimo per questa interessantissima chiacchierata, che sono certo avrà affascinato i nostri tantissimi lettori. A me non resta che augurarti il meglio per il tuo futuro lavorativo e personale. Ciao.

MP: Grazie a te Gigi per questa bella chiacchierata e ad Anna Rita Rapanà per la splendida opportunità che mi ha concesso e per l’egregio lavoro che quotidianamente svolge nel suo ArchiMinimal Lab.


[Ndr]: Tutte le immagini contenute in questo articolo, sono coperte dal diritto d’autore e sono state gentilmente concesse, salvo dove diversamente specificato, da Massimo Pianigiani © ad ArteVitae per la realizzazione di quest’articolo.

Note biografiche sull’Autore

Gigi, salentino di nascita e romano d’adozione, intraprende il percorso di laurea in Economia Bancaria e successivamente abbraccia la carriera militare. Alterna la passione per l’economia e la letteratura, ereditata dal nonno, a quella per la fotografia che coltiva da tempo, applicandosi in diversi generi fotografici, prima di approdare alla fotografia di architettura e minimalismo urbano in cui trova espressione la sua vena creativa.

Dotato di personalità votata alla concretezza e con uno spiccato orientamento alla cultura del fare, Gigi intuisce le potenzialità aggreganti della fotografia unite alla possibilità di condivisione offerte dal Social e fonda il Gruppo ArchiMinimal Photography attraverso il quale riesce a catalizzare l’attenzione di tanti utenti italiani e stranieri attorno ad progetto di più ampio respiro che aggrega una nutrita comunità attiva di foto-amatori. Impegnato nella promozione e nella divulgazione della cultura fotografica, crea il magazine ArteVitae, progetto editoriale derivato dal successo della community social, per il quale scrive monografie ed approfondimenti sugli autori fotografici e cura la rubrica Digressioni sulla Fotografia, ricercando nel panorama fotografico contemporaneo, personaggi e spunti di interesse di cui parlare.

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