Maria Lassnig: ciò che vedi è ciò che provo

L’essere umano, maschile e femminile, è costituito da due parti principali ed integrate fra loro: è un contenitore che contiene un contenuto.  Indifferentemente dal genere. Siamo oltre, nel profondo. Nella sua arte, Maria Lassnig lo esplora per tutta la sua vita, portandolo alla superficie.

di Cristiana Zamboni

Crescere è un atto dovuto. E’ realizzarsi e mettere a frutto una vita. Non importa a che sesso appartieni, importa il valore che dai a te stesso in rapporto alla società che ti circonda.

Sono nata nel 1969. All’apice delle discese in campo delle donne per l’affermazione del loro genere. Mia madre ricorda sempre l’anno della mia nascita con la “conquista della luna”, come lo definisce lei.

“Un piccolo passo per un uomo, un grande passo per l’umanità”

Neil Armstrong

Non sono stata cresciuta identificandomi in una lotta di genere, bensì in una consapevole ricerca di chi fossi davvero. Nell’accettarmi e nel non nascondermi.

Siamo fatti di carne ed emozioni e tali viaggiamo per il mondo. Un corpo che contiene una moltitudine di percezioni e sensazioni che nemmeno in una vita intera riusciamo a conoscere di noi stessi. Il conoscerci davvero, nel profondo, comporta una sofferente onestà emotiva verso noi stessi e la collettività a cui apparteniamo.

Forse questo, nel nostro contemporaneo, dovremmo ricercare con più attenzione. Un bisogno individuale di riconoscerci allo specchio delle nostre emozioni.

Diskuswerferin auf Lindos Maria Lassnig 1983

L’arte ha sempre cercato d’inglobare il mondo esteriore con quello interiore avvicinandoli sempre più attraverso la trasformazione della realtà soggettiva in realtà oggettiva. Per lo più, però, con un quid tutto maschile. Molte sono le artiste nella storia dell’arte ma pochissime venute alla luce della ribalta. Sicuramente per una gestione maschile del mondo artistico.

Una fra le artiste più grandi della seconda metà del XX secolo divenuta simbolo dell’affermazione femminile nell’arte  è Maria Lassnig.

Nasce A Krasta il 08 Settembre 1919 e muore a Vienna il 06 Maggio 2014. Il riconoscimento del suo valore artistico lo ottiene un anno prima della sua morte. Nel 2013. Riceve il Leone d’oro alla carriera alla Biennale di Venezia. E’ evidente che questo riconoscimento non avviene con sollecitudine. Anzi. Solo dopo la sua scomparsa, il mondo dell’arte la conferma come artista impegnata in una ricerca fortemente all’avanguardia per i temi da lei trattati.

“La mia auto-rappresentazione, che non è per forza un autoritratto, è solitudine critica, incapacità di strutturare gli altri, meditazione ed applicazione di un bisturi chirurgico su un soggetto volontario, l’IO

Maria Lassnig

Nel 2017 gli Uffizi le dedicano una retrospettiva con le sue opere più importanti intitolata “Woman Power”. La mostra prende il titolo da una famosa opera dell’artista realizzata nel 1978, divenuta simbolo dell’emancipazione femminile.

Woman Power Maria Lassnig 1979

Diviene la “Pionera” del movimento femminista nel mondo delle arti visive. Notoriamente dominato dalle figure maschili.

Lei non combatte una guerra di genere per le strade con striscioni e megafoni. Lei urla con un silenzio femminile ancora più assordante. Usa l’immagine di sé deformata dalle sue emozioni. Definisce la sua arte un’autocoscienza corporea necessaria per conoscersi ed apprezzarsi. Anche nella diversità di cui siamo fatti.

Autoritratto con porcellino della Guinea
Maria Lassnig
2000

L’artista è profondamente convinta che la differenza non la fa il genere a cui apparteniamo, ma il valore che, in tutta onestà, diamo a noi ed alle nostre capacità. Sbriciola l’ego umano perchè non interferisca nell’immagine pura di ciò che è nel profondo. Si ricerca senza inganno per non ingannare gli altri.

“Più che suggestivi, o allusivi di fermo immagine cinematografici, dipinti quali A letto con una tigre o Woman Power diventano equivalenti contemporanei del Laocoonte, in cui il momento culmine, così cruciale per la teoria della storia dell’arte occidentale, è impiegato per rendere la drammaticità del conflitto di genere. “

Eike D. Schmidt

Secondo Maria, l’essere “donna” si concentra nella capacità di analizzare, conoscere e concepire se stesse. Ed il passaggio interiore diviene l’incipit per  questa analisi. Che si trasfigura sul proprio corpo rappresentato sulla tela così come l’artista si percepisce. Una rappresentazione atta a palesare il proprio cervello al mondo.

Al contrario di ciò che può sembrare non è un passaggio narcisistico ed autoreferenziale.  Anzi, è onestamente critica nella ricerca del proprio IO interiore. Deturpa il suo corpo. Omette delle parti, esaltandone altre. Si rappresenta più vicina ad un’immagine mostruosa che all’essenza della bellezza. Quale, in realtà, lei è. Un viso dolce e segnato da un sorriso per chi la guarda.

Self-portrait as a moster
Maria Lassnig
1964

Un cammino che ogni essere dovrebbe intraprendere per mostrarsi consapevolmente al mondo. Ricerca un’onestà emotiva al limite della soglia del dolore. Solo conoscendoci  davvero possiamo mostrarci al mondo ed apportare il nostro giusto contributo.  Questo dà valore a noi ed alla società in cui viviamo. Da oggetto fisico, il corpo femminile si trasforma in racconto interiore.

 

Non crede nei colori forti o nelle scene di forte impatto per esprimere un concetto. Il suo stile, molto singolare, è dotato di un cromatismo lieve, senza ombre nè chiaroscuri.  Colori pastello senza spessore. Non usa, intenzionalmente, il colore nero. Le sue opere risplendono di una gran luce, posta ad illuminare la spietata verità di un mondo uscito da due guerre mondiali.

Mentre il mondo maschile gioca a risiko  lei cresce in una famiglia malriuscita e studia pittura all’Accademia di Belle Arti di Vienna. Si osserva in un mondo che, apparentemente, protegge le sue figure femminili emancipandole nella società. Una società che nasconde il potere maschile sotto un velo sottile rubato alla moda di Eva. Che si veste di modernità indossando indumenti intimi di finto perbenismo, di una dichiarata violenza nazionalista e di un un’emancipazione femminile da campagna pubblicitaria.

La sua arte ha un linguaggio raffinato ed ironico. Il suo tratto ha grazia e femminilità. Non ha bisogno di urlare. Bisbiglia all’orecchio.

L’originalità di Lassnig è oggettiva. La sua ricerca interiore ed il suo stile artistico hanno un certo qualcosa che riporta alla rappresentazione del lato umano in Lucian Freud. Alla sua capacità d’esprimere la bellezza dell’unicità umana anche attraverso i difetti. Non è una questione di superiorità od inferiorità di un genere, bensì di diversità. Una diversità derivante dalla scoperta di essere unici. Necessaria per coadiuvare il mondo.

Ritrovarsi in una sala con le opere della Lassnig esposte potrebbe darci l’effetto di un profilo Instagram. Una carrellata di selfie. La differenza nel senso, però, è sostanziale. Nessuna posa ad esaltarne la femminilità abile a ricercare adepti veneranti. Bensì tagli mostruosi, carichi di dolore e coscienza confacenti a  trovar se stessi. Ed amarsi per questo.

“Un uomo, un figlio non sono il mio destino”

Maria Lassnig

Kitchen Bride
Maria Lassnig
1988

L’artista ha un rapporto conflittuale con se stessa generato  dal suo non ritrovarsi  nel modo sociale di concepire la donna nel suo tempo. Ha un’inetto rapporto con la cucina e gli oggetti che la compongono. Non a caso si ritrae identificandosi con una gigantesca grattugia. Come donna si sente lontanissima dal consueto binomio cucina-donna che la pubblicità mostra.

 

 

La sua arte è continuamente rifiutata dalle gallerie e dal mondo dell’arte contemporanea. Si trasferisce a New York dove collabora con la Walt Disney Productions. Riconosce la facile comprensione del linguaggio espressivo del mondo dell’animazione ed inizia a realizzare dei cortometraggi con disegni e scritti.

Crea opere narrative che raccontano il femminismo più dirette, facilmente comprensibili e ricche d’ironia e divertimento.

“Infine avrai da batterti per dimostrare che dentro il tuo corpo liscio e rotondo c’è un’intelligenza che chiede d’essere ascoltata.”
(Oriana Fallaci)

In un giorno d’inizio estate del 2013, a Venezia, Maria Lassnig, all’età di novanta anni, ritira il leone d’Oro alla carriera artistica. Più di mezzo secolo di vita impiegato a ricercar se stessa per insegnare alle donne che il loro potere non sta nella loro bellezza e nel loro corpo. Ma nella capacità del loro cervello di generare emozioni e sensazioni in un onesto rapporto con se stesse.  Comprendersi ed accettarsi. Amarsi. Il vero potere sta nel pensiero intellettualmente e moralmente onesto, partorito con estremo dolore.


Note biografiche sull’autrice

Cristiana è nata a Milano il 25 giugno 1969, frequenta il liceo artistico di Bergamo, si diploma nel 1987, frequenta l’istituto d’arti grafiche e figurative San Calimero a Milano per la qualifica di Grafica pubblicitaria nel 1992. Contemporaneamente lavora come free-lance presso studi di grafica per progettazione cartelloni pubblicitari e libri per bambini. Collabora con diversi studi. Interior designer si specializza in Art – design. Collabora free-lance con studi di progettazione d’interni per la creazione di complementi d’arredo artistici e  per la creazione di quadri d’arredo, dipinge.

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