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Lone Ride Around: le 17.000 isole

L’esotica Indonesia, terra di mille isole e altrettanti vulcani. Selvaggia, a volte congestionata, ma estremamente accogliente nella sua genuina ospitalità.

Chi viaggia lo fa soprattutto per scoprire, per accrescere la propria conoscenza del mondo, sia a livello culturale che antropologico (almeno queste sono le mie motivazioni), perché vuole farsi sorprendere dall’ignoto e circondare da ciò che non conosce, con la piena consapevolezza che l’esperienza lo porterà a scoprire sì gli aspetti più piacevoli, ma anche i rovesci sociali di una medaglia che ogni Paese porta al collo.

Lago Toba, Sumatra

E’ facile sentirsi attratti da un’area di cui si apprezzano molte cose, magari grazie ad affinità culturali, vicinanza geografica, o nozioni sommarie apprese tramite i media, per cui la genesi di un interesse gemoglia su un terreno “più fertile”. Diverso, e più “avventuroso”, è l’approcciarsi a un nuovo luogo, conoscendone in maniera superficiale la storia e i connotati geografico-culturali.

Isola di Samosir, Sumatra

E’ il caso dell’Indonesia: qui, lungo la linea di contatto di tre diverse faglie tettoniche (pacifica, eurasiatica e australiana) si estende il più grande arcipelago del pianeta, oltre 17.000 isole, disseminato di vulcani, non tutti dormienti, dove dimorano differenti etnie e spiritualità, immerse in una natura stupefacente e primordiale.

Padang, Sumatra

Sumatra è il mio approdo all’arcipelago: tanto vasta quanto verde e rigogliosa, l’isola è uno spettacolo per la guida e per gli occhi. Piccole stradine disegnano linee sinuose che si incuneano nella foresta tropicale, dove ancora sopravvivono, a stento, l’orango e la tigre. Il lago Toba, a nord dell’isola, misura circa novanta chilometri di lunghezza e al suo interno si erge l’isola di Samosir.

Attraversando l’Equatore, Bukkitinggi, Sumatra

Tutto normale, se non fosse che, circa 70.000 anni fa, il lago altro non era che un super vulcano, il quale eruttò violentemente, dando origine ad un cataclisma che mise in pericolo la sopravvivenza del genere umano e dell’intero ecosistema planetario.

Il tempio Buddhista di Borobudur, Java

Viaggiando verso sud si attraversa la linea dell’Equatore, scoprendo piccoli villaggi in cui si alternano, in democratica sequenza, campanili e minareti, a testimonianza dello spirito di convivenza e di unità sociale che contraddistingue gli indonesiani.

Prambanan, tempio Induista, Java

L’islam, come l’induismo e il buddhismo, arrivò nell’arcipelago dall’India, assestandosi ben presto come credo dominante. I portoghesi portarono invece il cattolicesimo, mentre la propagazione del protestantesimo avvenne per mano degli olandesi, che furono gli ultimi a colonizzare il Paese, e dal quale gli indonesiani ottennero l’indipendenza nel 1945.

La caldera del Bromo, Java

Java è l’isola principale per diversi motivi: per la presenza di Jakarta, la capitale con oltre dieci milioni di abitanti, perché è l’isola più popolata del paese, e del mondo, e perché qui si trovano molte delle attrattive storiche e naturali dell’Indonesia. Da Bandung, città coloniale in passato sede della Compagnia delle Indie Orientali, a Yogyakarta, retta da un sultanato Javanese, ai templi di Prambanan (Hinduista) e Borobudur (Buddhista).

Sull’orlo del cratere, Kawah Ijen, Java

Ma, il vero motivo per cui Java è famosa, sono i vulcani. Se ne contano centoventi, di cui una trentina ancora attivi, sparsi lungo la dorsale centrale dell’isola. A cominciare dal Merapi, un micidiale cono di 3.000 metri, tra i più attivi del pianeta, che minaccia con le sue improvvise e violente eruzioni l’area, densamente popolata, di Yogyakarta e Surakarta.

La solfatara del Kawah Ijen, Java

Continuando verso est, si incontrano anche il suggestivo Bromo, nella cui vasta caldera si può ammirare il suo cono fumante, e il Kawah Ijen, uno dei luoghi più impressionanti della terra. All’interno del suo cratere, il Kawah Ijen ospita un piccolo lago, molto suggestivo ma potenzialmente venefico a causa dell’acidità delle sue acque e della presenza di una solfatara, dove un gruppo di disperati consuma letteralmente la propria vita estraendo, per pochi centesimi e senza protezioni, lo zolfo a mani nude.

Panoramica del Kawah Ijen, Java

E’ uno spettacolo surreale: tra le volute di fumo giallastro e l’aria irrespirabile, questa gente trascorre il suo tempo trasportando gerle colme di acido solforico cristallizzato dal fondo della caldera al bordo superiore del cratere risalendo, con 50/60 chili in spalla, una ripida irta tra le rocce.

Le pagode di Pura Besakih, Bali

Bali è l’ultima terra toccata lungo questo itinerario. Riconosciuta come una tra le più importanti mete turistiche globali, l’isola offre, oltre alle dinamiche classiche delle località di vacanza, le esotiche vestigia, architettoniche e cerimoniali, della cultura balinese. Templi hinduisti scavati nella roccia basaltica, o edificati a guisa di pagoda come Pura Besakir, e il Gamelan, orchestra a prevalenza di percussioni, che traspone in musica e danza le tradizioni locali.

L’Indonesia è il paradiso della frutta, Bali

Ma Bali, come tutta l’Indonesia, accoglie il viaggiatore con la sua suadente e rilassata atmosfera, posto che non ci si trovi nei centri urbani, che invoglia alla lentezza, a rallentare il proprio ritmo, ad allontanare la frenesia e l’impellenza spasmodica di dover fare, sempre e comunque, qualcosa: quel qualcosa che ha assunto i sintomi di una “patologia” tipica del progredito occidente, qui non trova terreno fertile. Qui si vive a ritmi umani, magari in ristrettezze economiche, perché sono la potenza e la bellezza della natura a condurre il gioco: qui si respira vita, e non si soffoca come nelle giungle di cemento dove ci siamo auto reclusi.

Tipica casa Batàk, Sumatra

 

Il tempio Induista Gunung Kawi, Bali

 

Le risaie a terrazza di Jatiluwih, Bali

 

Trasporto dello zolfo raccolto, Kawah Ijen, Java

 

Il cratere del Bromo, Java

 

Risaie nella macchia lussureggiante, Bandung, Java

 


Note biografiche sull’autore

Negli ultimi trent’anni Donato Nicoletti ha accumulato una significativa esperienza come viaggiatore motociclista in tre continenti (Europa, Africa e Asia). Reporter, fotografo e redattore, opera in ambito giornalistico dal 2008. Dal 2013 opera anche come assistente di gruppi in motocicletta, viaggiando in Europa, Tunisia, Stati Uniti e India. E’ inoltre creatore e organizzatore del Travellers Camp, un happening sulla cultura dei viaggi in moto che si tiene ogni anno, dal 2014, sulle colline dell’Appennino parmense.

Lone Ride Around è il nome del progetto di viaggio realizzato da Donato Nicoletti che racconta su queste pagine la sua permeante cavalcata solitaria nel continente asiatico. Un’altro mezzo per viaggiare, la moto, un’altra prospettiva da cui vedere il mondo e se stessi, dopo quattordici mesi e oltre sessantamila chilometri percorsi.

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