Lone Ride Around: la Via della Seta

Lone Ride Around – Sulla strada, dal Caucaso all’Uzbekistan, attraverso Khiva, Bukhara e Samarcanda, seguendo la linea tracciata da Marco Polo, lungo la Via della Seta.

di Donato Nicoletti

Il Registan al tramonto, Samarcanda, Uzbekistan

Sulla strada, finalmente. Dopo mesi di preparativi tutto è pronto per lasciare libero sfogo alla voglia di viaggiare, per ritrovare quella piacevole sensazione dell’aria che impatta sul viso, che si rinnova a piè sospinto durante l’incedere attraverso la Grecia e la Turchia, la Georgia e l’Azerbaijan. L’Altopiano Anatolico e le montagne del Caucaso sono gli scenari che definiscono l’orizzonte, accompagnandomi fino a Baku, sulle sponde del Mar Caspio, pronto a salpare per raggiungere le steppe dell’Asia Centrale, sulle orme di Marco Polo.

Donne al Chorsu Bazar, Samarcanda, Uzbekistan

Nella capitale azera, in piena rivoluzione urbanistica, è in atto una radicale metamorfosi architettonica, seconda solo alle spregiudicate opere di Dubai e degli Emirati in generale. Grazie ai proventi dell’estrazione del petrolio e di gas naturali, di cui sono ricchi il sottosuolo e i fondali del Caspio, Baku ha saputo ritagliarsi, sin dagli albori dell’era petrolifera, una posizione di riguardo nel panorama mondiale, e oggi opera massicci investimenti per competere economicamente sui mercati internazionali.

Il minareto tronco Kalta Minor, Khiva, Uzbekistan

Una volta attraversato il Caspio si sbarca in Turkmenistan. Questo paese, probabilmente sconosciuto ai più, vive in una bolla temporale, ferma all’epoca sovietica. Edifici imponenti, dalla bianca marzialità, si stagliano nel centro di Ashgabat, la sua capitale, contrastando il blu cobalto del cielo. Un’altra cosa che contrasta, anzi, che stride decisamente, in questa sorta di “Corea del Nord”, è l’asfissiante controllo delle autorità, su tutto e su tutti. La polizia registra gli spostamenti degli stranieri, i negozi chiudono al calar del sole e, alle 23.00, entra in vigore il coprifuoco: decisamente non un bel posto dove vivere.

Gioventù uzbeka, Khiva, Uzbekistan

E nemmeno il resto del paese lo è, soffocato dalle sabbie del deserto del Karakum, che si attraversa, nel bianco abbacinante di un terrificante pomeriggio di luglio, per entrare in Uzbekistan. Qui, nella regione autonoma del Karakalpakstan, si incrocia un ramo di una delle più antiche rotte carovaniere della storia, la Via della Seta.
La rumorosa quotidianità, del XXI secolo, si ritira ossequiosa al cospetto dello splendore senza tempo di Khiva, Bukhara e Samarcanda. Nessun suono, nessun rumore, può intaccarne l’atmosfera, la suggestione, la beltà.

La porta ovest dell’Itchan Kala, Khiva, Uzbekistan

Quasi si percepiscono le vibrazioni ancestrali che pervadono questi luoghi, così densi di storia, così pregni di vita. Camminare tra le mura in mattoni crudi di Itchan Kala, la cittadella medievale di Khiva, rovistarne i vicoli, ammirando il lavoro dei mastri ebanisti, riporta al tempo in cui questa rotta lungo l’Amu Darya, il possente fiume che alimentava il Lago di Aral, era battuta dalle carovane di cammelli della Battriana, impegnati in lunghi viaggi commerciali tra la Cina e l’Europa. Qui, oggi come allora, poco è cambiato, perché i ritmi di vita sono rimasti presso che inalterati, leggeri e preziosi come la seta.

Char Minar, Bukhara, Uzbekistan

Cinquecento chilometri di steppa assolata, e ardente, mi portano all’oasi di Bukhara, la seconda delle tre gemme uzbeke. Bukhara è forse più nota di Khiva, ma ciò le costa, in termini accessori, una maggior densità abitativa, turistica e commerciale. Bukhara, prima ti offre un vasto compendio di monumenti e vestigia storiche, come lo Char Minar (Madrasa dei quattro minareti), la Moschea Kalon, con relativo minareto (il più alto dell’Asia Centrale), la Madrasa Mir-i Arab o l’Ark (la vecchia fortezza), e poi ti invita sotto le fronde che circondano il complesso di Lyabi Hauz, per rilassarsi sul bordo di una fresca vasca e smaltire così la calura della giornata.

Il minareto della moschea Kalon, Bukhara, Uzbekistan

E, alla fine di questa tappa, arriva lei, la più famosa, la mitologica, la splendente e storica capitale di Tamerlano e della sua stirpe di Timuridi: Samarcanda. A onor del vero, al di là dell’evocativo esotismo della sua aurea, Samarcanda regge il confronto con le altre due oasi uzbeke sulla Via della Seta unicamente per il suo nome. Certo, l’affascinante colpo d’occhio che offre il complesso di madrase del Registan è unico, ma tutt’intorno sembra essersi sviluppata una città, come dire, a misura di turista. Si ammira l’alto portale della Moschea di Bibi Khanym, o la monumentale necropoli di Shah i Zindar ammantata di maioliche turchesi, ci si reca al mausoleo di Gur e Amir, dove riposano le spoglie di Tamerlano ma, resta quell’impressione di essere capitati in un luogo che ha barattato la propria identità storica con una più pragmatica convenienza commerciale.

Copricapi femminili, Bukhara, Uzbekistan

Ciò nonostante, restano le mille istantanee di vita catturate con gli occhi, con le poche parole di russo conosciute, e con una, necessaria, predisposizione all’assorbimento umano, e culturale, degli scenari che si avvicendano giorno dopo giorno. E’ questo, in sostanza, il motivo che spinge alcune persone ad affrontare la strada: senza pregiudizi, aspettative o tossiche convinzioni morali, perché le differenze di pensiero, e di azione, contraddistinguono la varietà umana a ogni latitudine, ma fanno parte, nel bene o nel male, di un’unica, indissolubile, storia.

Esplorando lo Shah i Zindar, Samarcanda, Uzbekistan

Note biografiche sull’autore

Negli ultimi trent’anni Donato Nicoletti ha accumulato una significativa esperienza come viaggiatore motociclista in tre continenti (Europa, Africa e Asia). Reporter, fotografo e redattore, opera in ambito giornalistico dal 2008. Dal 2013 opera anche come assistente di gruppi in motocicletta, viaggiando in Europa, Tunisia, Stati Uniti e India. E’ inoltre creatore e organizzatore del Travellers Camp, un happening sulla cultura dei viaggi in moto che si tiene ogni anno, dal 2014, sulle colline dell’Appennino parmense.

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