Le nuove storie d’amore della New Hollywood

Nuova puntata dedicata alle Storie d’Amore del cinema americano. Oggi vediamo cosa accadde nei favolosi anni Sessanta che, per il cinema made in USA, furono un autentico spartiacque, quello che vide la nascita della cosiddetta New Hollywood, ribelle, ansiosa di raccontare la realtà e sempre più autoriale.

di Gabriella Maldini

Il laureato, di Mike Nichols, 1967

Il codice Hays imperò fino a quando i cosiddetti valori e modelli di vita americani furono forti, anche grazie all’appoggio del cinema. Ma con gli anni Sessanta, tutto iniziò a vacillare sotto la spinta della contestazione giovanile e di un evento ben preciso: la guerra del Vietnam, che scoperchiò il marcio della politica USA e innescò un’ irreversibile decadenza del leggendario sogno americano. Il cinema divenne subito espressione di questa nuova realtà, che iniziò a raccontare con uno sguardo realistico, scomodo e provocatorio, tanto da diventare un cinema nuovo, una New Hollywood.

Anne Bancroft e Dustin Hoffmann, Il laureato, 1967

Le storie d’amore del cinema cambiarono radicalmente, nella forma e nel contenuto. Il film in questo senso esemplare è Il laureato, diretto da Mike Nichols nel 1967, e che non a caso lanciò un nuovo protagonista maschile, molto diverso dagli impeccabili e affascinanti divi del passato: Dustin Hoffman, il ‘divo’ della porta accanto che ribalta canoni fino ad allora indiscutibili. In questo spietato ritratto di una borghesia annoiata e ipocrita, fece subito scandalo la tresca tra futuro genero e futura suocera, ovvero tra il giovane Dustin e la meno giovane Anne Bancroft (che in realtà aveva solo cinque anni di più ma che nella storia incarna la donna di mezza età portatrice di tutti i peggiori vizi della cosiddetta buona società).

Anne Bancroft e Dustin Hoffman

Ma per capire la portata rivoluzionaria di questo film, è sufficiente concentrarci sul finale: Katharine Ross sta per sposarsi con un altro, quando lui arriva di corsa e interrompe la cerimonia gridando come un pazzo, lanciandosi contro tutto e contro tutti, e riconquistando all’istante l’amore di lei. Un finale rocambolesco, solo alla lontana parente della commedia classica, e in realtà decisamente trasgressivo. Che allo stesso tempo costruisce e demolisce. Costruisce, perché i due innamorati si riuniscono, non vengono divisi dagli eventi. Demolisce, perché il modus in cui si compie questa appassionata riconciliazione è la letterale demolizione della cerimonia nuziale. Un evento diventato simbolo eloquente della demolizione del matrimonio come istituzione e come valore sociale e religioso, quel valore in cui, fino ad allora, il lieto fine era sempre stato rinchiuso. Per decenni matrimonio e lieto fine erano stati una cosa sola.

Dustin Hoffman e Katharine Ross, Il laureato, 1967

Ma quello del Laureato è davvero un lieto fine? E fino a che punto? Continuiamo a guardare l’ultima sequenza e concentriamoci sugli sguardi, dei due ragazzi, ma non solo.  Scappati di corsa dalla chiesa, lei con abito bianco avvolto nel canonico velo, e saliti di corsa sull’autobus che li porta via a cominciare la loro vita insieme, ecco che finalmente si mettono tranquilli, e si guardano. Ma i loro sguardi non sono affatto sguardi da lieto fine. Nei loro occhi  vediamo spaesamento, dubbio, incertezza. La loro vita insieme sta appena cominciando e c’è già aria di crisi all’orizzonte.

Dustin Hoffman e Katharine Ross, Il laureato, 1967

Non solo. Anche gli sguardi degli altri passeggeri sono spiazzanti. Non un sorriso, né la minima empatia con quei ragazzi fuggiti per amore come in un romanzo (e in un film!) d’altri tempi.  I volti di tutti restano distaccati, freddi, quasi ostili. Come a dirci che quella è realtà che li aspetta. Potenza del cinema, solo un’immagine e una manciata di secondi che staccano la fatale domanda: ‘e adesso? Che ne sarà di loro? Cosa ne farà la vita (quella vera) del loro amore?

Altro film e altro giro di vite sulla complessità delle nuove storie d’amore della nuova Hollywood: Come eravamo, diretto da Sidney Pollack nel 1973.

Robert Redford e Barbara Streisand

Un film in cui emerge il nuovo ruolo della donna in una società ormai profondamente cambiata.

Una donna che non è più remissiva nei confronti dell’uomo e che non accetta compromessi che sacrifichino la propria identità. Barbara Streisand è l’interprete perfetta per una donna dalla forte personalità che sceglie di restarvi fedele anche a costo di perdere l’uomo che ama. Per la prima volta, il cinema ci mostra una donna a tal punto consapevole di sé, da decidere di realizzarsi, non solo come persona, ma proprio come donna, a prescindere dal rapporto di coppia. Una vera rivoluzione.

 

 

Note biografiche sull’autrice

Nata a Forlì nel 1970, dopo il diploma al liceo classico si è laureata in Giurisprudenza presso l’Università di Bologna. Ha svolto un Master in Comunicazione a Roma e Milano, poi un corso di Racconto e Romanzo e uno di Sceneggiatura cinematografica alla Scuola Holden di Torino. E’ docente di cinema e letteratura e ha diverse collaborazioni in atto, fra cui quella con Università Aperta di Imola, la libreria Mondadori di Forlì e le scuole medie, per le quali sta portando avanti un progetto didattico che coinvolge i ragazzi delle classi terze in una ‘lezione cinematografica’ sul rapporto umano e formativo che unisce allievo e insegnante. Nell’aprile dello scorso anno è uscito il suo primo libro, edito da CartaCanta, dal titolo ‘I narratori della modernità’, un saggio di letteratura francese dedicato a Balzac, Flaubert, Zola e Maupassant come quei grandi padri della letteratura che per primi hanno raccontato la nascita del mondo moderno.

Per ArteVitae scrive nella sezione Cinema e TV.

Immagini e video inclusi in questo articolo sono stati reperiti in rete a puro titolo esplicativo e possono essere soggetti a copyright. L’intento di questo blog è solo didattico e informativo.

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