L’Alta Moda italiana. Da Firenze e Roma, fino a Hollywood!

Nuova puntata del Favoloso viaggio della Moda tra simbolo e desiderio che oggi ci porterà da Firenze a Hollywood raccontando la nascita dell’Alta Moda italiana.

di Gabriella Maldini

Palazzo Pitti, Sala Bianca.

La moda italiana nasce ‘forzatamente’,  durante l’autarchia del Regime fascista quando, nel 1932, viene creato a Torino l’Ente Nazionale Moda. Si tratta di un impulso analogo a quello che il Regime diede anche al cinema con la costruzione di Cinecittà. L’obiettivo era servirsene come strumento di propaganda ma poi, fortunatamente, il cinema italiano seppe diventare ben altro.

Ente Nazionale Moda, Torino

Per quanto riguarda la moda, gli anni Trenta sono quelli in cui mettono le basi i nomi cardine delle nostre grandi sartorie: Germana Marucelli, Veneziani e Biki a Milano, Emilio Schubert e Carosa a Roma. Ma la vera svolta avviene con la fine della seconda guerra mondiale, in quegli anni che per il nostro paese furono irripetibili per creatività e capacità di rinascita. E la scintilla che fece ‘esplodere’ la moda italiana fino a farle conquistare gli USA fu proprio il cinema.

Nel 1949 le sorelle Fontana confezionano l’abito da sposa per le nozze da favola tra Linda Christian e il divo hollywoodiano Tyrone Power e gettano le basi di quel ponte che in pochi anni porterà il made in Italy a divenire sinonimo di stile e bellezza in tutto il mondo.

Il marchese Giorgini con alcune modelle

Per risalire alla prima sfilata di Alta Moda italiana però dobbiamo spostarci a Firenze, dove, nel 1951, il marchese Giovan Battista Giorgini nella sua residenza di Villa Torrigiani presentò ai maggiori buyers americani una scelta di modelli unici da sogno che li fecero restare senza fiato. L’anno seguente la sfilata si tenne nella splendida Sala bianca di Palazzo Pitti e segnò l’inizio ufficiale dell’Alta Moda italiana. Ma già  pochi anni dopo, tutto si spostò a Roma dove le grandi case di moda erano in mano alle grandi signore dell’aristocrazia: la principessa Giovanna Caracciolo, la principessa Giovanelli, Simonetta Colonna e la principessa Irene Galitzine. Tanto che, anche da noi come già per la Haute couture francese, le prime modelle furono le giovani donne di quel mondo aristocratico.

Irene Galitzine, 1961.

Ma le figure femminili che segnarono la svolta internazionale della nostra Alta Moda furono le dive americane della famosa Hollywood sul Tevere. Quella che più di tutte divenne l’icona di questa fortunata liaison tra cinema e moda fu Ava Gardner, che sempre le sorelle Fontana cominciarono a vestire per il film La contessa scalza, creando per lei la famosa linea ‘cardinale'(ripresa anni dopo nell’abito di Anita Ekberg della Dolce vita di Fellini).

Ava Gardner, abito ‘pretino’. sorelle Fontana.

Ma quando finì l’Alta Moda italiana? Ovviamente nel ’68. Le uova tirate sui preziosi abiti alla serata inaugurale della Scala segnarono il tramonto di un mondo. E fin qui, forse, nulla di male. Ma la cosa grave è che fu anche la fine di quell’altissimo sapere artigianale che quel mondo vestiva. I privilegi e le disuguaglianze sociali sarebbero continuate, solo in altre forme e in altri panni, sempre più sciatti e volgari. Con l’inizio degli anni ’60 il pigiama palazzo del grande fiorentino Emilio Pucci segna un ritorno alle linee verticali e alle fogge semplici e fluide d’impronta neoclassica. Ma la vera nuova rivoluzione dell’abito femminile occidentale arriva da Londra dove, nel 1965, Mary Quant lancia la minigonna. Ancora una volta una donna libera e coraggiosa cambia il guardaroba e il modo di vivere di  milioni di donne.

Mary Quant e la minigonna

 


Note biografiche sull’autrice

Nata a Forlì nel 1970, dopo il diploma al liceo classico si è laureata in Giurisprudenza presso l’Università di Bologna. Ha svolto un Master in Comunicazione a Roma e Milano, poi un corso di Racconto e Romanzo e uno di Sceneggiatura cinematografica alla Scuola Holden di Torino. E’ docente di cinema e ha diverse collaborazioni in atto, fra cui quella con Università Aperta di Imola, l’Accademia dei Benigni di Bertinoro e le scuole medie, per le quali sta portando avanti un progetto didattico che coinvolge i ragazzi delle classi terze in una ‘lezione cinematografica’ sul rapporto umano e formativo che unisce allievo e insegnante. Nell’aprile dello scorso anno è uscito il suo primo libro, edito da Carta Canta, dal titolo ‘I narratori della modernità’, un saggio di letteratura francese dedicato a Balzac, Flaubert, Zola e Maupassant, come quei grandi padri della letteratura che  per primi hanno colto la nascita del mondo moderno.

Per ArteVitae scrive nella sezione Cinema e TV


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