La sorveglianza. Racconto breve di Daniela Luisa Bonalume

La sorveglianza è il nuovo racconto breve scritto da Daniela Bonalume per la raccolta “Suggestive Evasioni”. Una lettura veloce, intensa e dal finale bruciante, quello che non ti aspetti e ti sorprende sempre. Una storia bonsai che concentra la trama in pochi, avvincenti paragrafi. Da leggere in un respiro.

di Daniela Luisa Bonalume

Suggestive Evasioni
 “Si, va bene”. Franca fece un giro su se stessa davanti allo specchio. Si guardò da capo a piedi con attenzione e si assolse. Prese lo spolverino color indaco dall’attaccapanni in ingresso, posò la tracolla della borsa sulla spalla e si piegò sulle ginocchia per afferrare la valigia. Questa vita tutte le settimane.

In realtà era un trolley in nylon ultraleggero, color grigio perla, che veniva sempre riempito con la massima cura affinché nulla si sgualcisse. Franca aveva una cinquantina d’anni, era alta e magra, occhi verdi e capelli rossi, un paio di gambe molto attraenti, che lei rendeva ancor più interessanti calzando scarpe con un discreto e sottile tacco. Uscì da casa e, dopo aver chiuso le due serrature del portoncino, chiamò l’ascensore per scendere i quattro piani. Mentre il marchingegno arrivava, si preparò le chiavi della macchina. Per l’aeroporto ci voleva una mezz’oretta buona, e lei si muoveva sempre con il necessario anticipo.

Gianluca, invece, ci era appena entrato, in aeroporto. Era il suo primo turno di sorveglianza. Era un po’ emozionato, la divisa che indossava lo faceva sentire importante e responsabile. Neppure trentenne, si era dato molto da fare per ottenere quel posto. Ben pagato, era un po’ rischioso! Capitava abbastanza spesso che qualcuno vi venisse condotto per perquisizioni più accurate, e non era tutta gente così tranquilla. Non era né una questione di razza né di nazionalità, e neppure di provenienza. Qualcosa di intrasportabile si riscontrava anche nei bagagli degli insospettabili. Comunque, per Gianluca, era arrivato il momento di prendere servizio e, pur di far bella figura, si sguerciava per controllare anche fuori dalla sua area di competenza. La postazione, delimitata da pannelli trasparenti, era collocata proprio di fronte al bar prima del varco di controllo di accesso ai gate. Si sedette alla scrivania rivolto verso il bancone del bar, così da poter sbirciare anche il viavai.

Niente di particolare, quella mattina. Per il caffè si susseguivano viaggiatori di ogni tipo. Dai ragazzi in gita scolastica ai pendolari del volo, gente che ogni settimana si spostava per raggiungere il proprio posto di lavoro. Era molto comodo, quel bar. Arrivavi e al volo facevi una soddisfacente colazione, poi ti infilavi nel serpentone transennato aspettando il tuo turno per oltrepassare quel varco. Gianluca si fissò su un tipo molto elegante che stava conversando col barista. Davvero un bell’uomo. Sulla cinquantina o qualcosa in più ma molto ben portati. Appoggiato sul braccio, aveva un trench grigio scuro, perfettamente intonato al vestito di lana tipo Tasmania con la piega dei pantaloni perfetta. “Che persona distinta” pensò “persino il trolley, è in tinta!”. L’occhio gli cadde sul trolley del tipo: in nylon ultraleggero color grigio perla.

Gianluca deglutì e si strofinò gli occhi. I trolley erano diventati due. Identici. A vabbè! Una combinazione. L’altro, proprio accanto al primo, era di una signora sulla cinquantina che indossava uno spolverino color indaco. “Ammazza che belle gambe, la signora!” pensò Gianluca con un risolino malizioso. I due consumarono la loro colazione dando le spalle al sorvegliante, il quale non poté udire la loro conversazione col barista a causa del baccano circostante. Probabilmente erano frequentatori abituali dell’esercizio, dato che il tono sembrava cordiale. Riuscì solo a sentire – sono 6 ore di volo – e – sarà comunque una bella esperienza, durante il tempo libero faccia un giro per la città, che ne vale la pena -. “Beati loro” pensò il barista, e lo pensò anche la guardia, spostando lo sguardo di poco come per invidiare e sognare senza perderli di vista. Guardando nel vuoto, gli sembrò di vedere che l’uno prendesse la valigia dell’altra. Salutandosi con una stretta di mano, e  augurando la buona giornata all’indirizzo del bar, ciascuno si diresse verso la propria destinazione.

Questa scena restò nella testa del sorvegliante per un bel po’, poi i fatti del giorno e qualche passeggero “originale” lo distrassero. A fine turno non si ricordava neppure di aver notato un trolley grigio perla. L’indomani si presentò al proprio posto di lavoro secondo il piano settimanale, e anche il giorno successivo. Non c’erano sabati e domeniche, i giorni erano tutti uguali. I turni di sorveglianza, di sei ore, osservavano una rotazione specifica tale da impegnare l’organico a disposizione senza sovraccaricare nessuno con doppie turnazioni. Un giorno di riposo ogni sei, e si ricominciava, per cui raramente si capitava lo stesso orario di riposo della settimana precedente.

Il lunedì successivo, quando Gianluca si sedette alla scrivania, la prima cosa che notò fu il colore indaco dello spolverino di una donna seduta ad un tavolino del bar difronte. Stava lentamente consumando una fetta di crostata e sorseggiando un cappuccino. Giocherellava col cellulare e sembrava volesse ingannare il tempo chiacchierando a distanza col barista di turno, che era lo stesso della volta precedente. Il trolley in nylon ultraleggero color grigio perla era accanto alle sue bellissime gambe. Eccola. Era la donna della settimana prima. Chissà dove era diretta?! Il sorvegliante si ricordò anche dell’altro trolley ma si impose di stare coi piedi per terra e non farsi dei film, che già c’era tanto da fare senza andarselo a cercare con la fantasia. Parlottò con il collega e si avviò al bancone del bar. Ordinò un caffè e rimase assorto nei propri pensieri con i gomiti poggiati sul marmo e la testa tra le mani: aveva acceso un mutuo per l’acquisto di una casa e per questo motivo aveva scelto questo lavoro.

Quando si voltò per tornare nel gabbiotto, sentì la signora parlare animatamente descrivendo le bellezze di Città del Messico, Chichén Itzà e una leggenda sulle bellissime vergini sacrificate agli dei. Seduto difronte a lei c’era il distinto signore della settimana precedente, col vestito Tasmania, il trench grigio ed il trolley di nylon ultraleggero. Era seduto di trequarti, così che anche il barista potesse partecipare alla conversazione. Gianluca rallentò fino a fermarsi – ma non dimentichi il Museo de la Venta a Villahermosa, la prego, ci sono tucani dai colori meravigliosi – “Messico” rimuginò la guardia “Messico! Ma ci saranno stati o ci dovranno andare? E chi dei due, poi?” Fece spallucce e si avviò verso la propria postazione. Si sedette e li guardò alzarsi.

I due si salutarono con la stretta di mano e, questa volta, Gianluca non distolse lo sguardo dai trolley. Purtroppo gli oggetti vennero impallati dai due corpi e, pur avendo la sensazione che anche questa volta fossero stati invertiti, non se la sentì di segnalare l’anomalia al collega. Si disse, però, che se fosse ricapitato, avrebbe agito. Qualcosa ci doveva pur essere lì dentro! Quasi quasi avrebbe scambiato due chiacchiere col barista. Lo fece:

– Che bella coppia, quella che se ne è appena andata! – .

– Non è una coppia, sono conoscenti, si incontrano qui tutte le settimane, un giorno a settimana, parlottano un po’ e poi si dividono. Ognuno segue la propria destinazione di viaggio. Sempre in giro per il mondo, beati loro! – rispose il barista. “Già” pensò Gianluca.

Per tutta la settimana tenne gli occhi puntati sul bar. La festa infrasettimanale aveva fatto scavallare i turni di lavoro dei pendolari del volo ed anche quelli dei due con il trolley grigio perla, pensava lui! E invece no. Puntuale come ogni settimana, anche se in orario diverso, ecco che arriva lui. Saluta il barista ma non si siede. Guarda nervosamente l’orologio. Non molla il manico del bagaglio e passeggia avanti e indietro tra il bar e le porte di accesso all’aeroporto. Riguarda l’orologio. Scambia due parole con l’uomo del bar e si siede al tavolino. Estrae dalla tasca della giacca una mappa geografica. Inizia a studiarla. Gianluca inizia a studiare lui. Passa quasi mezz’ora prima che la donna arrivi con il suo spolverino indaco, trafelata si avvicina – mi perdoni, mi perdoni ma non arrivava la navetta dal parcheggio!-

La guardia si alza e guarda da lontano cercando di leggere il labiale. – Ho temuto  qualche impedimento, ho finito tutto e sarei stato in grande difficoltà! – risponde lui. Gianluca fa un cenno al collega che si alza a sua volta. Quest’ultimo si avvicina al bancone del bar ed ordina un caffè. Non ha il mutuo da pagare ma si mette la testa tra le mani pure lui. Al tavolino, i due con i trolley grigio perla chiacchierano amabilmente puntando gli indici sulla mappa aperta. Passa così un’altra mezzora, poi si alzano, si accomiatano dal barista, si salutano come di consueto e mentre lui se ne starebbe per andare con il trolley di lei, Gianluca ed il collega, mostrando i distintivi, prelevano i bagagli gemelli ed invitano i due nel gabbiotto, sotto lo sguardo attonito dei lavoranti del bar. Gianluca chiede, loro rispondono.

-Generalità, documenti, occupazione e aprire i bagagli:

-Ruggero Ceresa, vedovo con un lavoro interinale

Camicie bianche da stirare.

-Franca Sperandio, divorziata e disoccupata.

Camicie bianche stirate.

…e tante chiacchiere sui viaggi sognati!

 


Note biografiche sull’autrice

Daniela Luisa Bonalume è nata a Monza nel 1959. Fin da piccola disegna e dipinge. Consegue la maturità artistica e frequenta un Corso Universitario di Storia dell’Arte. Per anni pratica l’hobby della pittura ad acquerello. Dal 2011 ha scelto di percorrere anche il sentiero della scrittura di racconti e testi teatrali tendenzialmente “tragicomironici”. Pubblicazioni nel 2011, 2012 e 2017.

La tua opinione ci interessa. Facci sapere cosa ne pensi. Grazie!

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: