La Pop Art rivoluziona il modo di concepire l’arte

La Pop Art rivoluziona il modo di concepire l’arte. Gli autori pop non erano alla ricerca di una forma di espressione individuale, bensì guardavano alla società contemporanea per farne l’oggetto della loro arte.

di Luigi Coluccia

Il ‘900 è stato un secolo di grande fermento artistico e culturale, senza dubbio amplificato dalla rinascita sociale e culturale avvenuta a seguito delle due grandi guerre, ma anche dalla diffusione di nuovi mezzi di comunicazione e tecnologie che a partire dagli anni ’50 hanno fatto da propulsore alla transizione verso l’era post-moderna e contemporanea. I nuovi media, strumenti di comunicazione di massa, hanno una capillare diffusione sociale e contribuiscono alla creazione di una nuova cultura dell’immagine. Se l’Europa è da considerare la culla dei movimenti artistici dei primi decenni del ‘900, nella seconda metà del secolo è l’America ad assumere questo ruolo. E’ proprio dall’incontro tra l’arte e la cultura dei mass-media che nell’America degli anni ’50 si sviluppa la Popular Art [arte popolare], una corrente artistica innovativa nota come Pop Art, ove il termine “popolare” è da intendersi come “di massa”, prodotta in serie, rappresentativa dell’immaginario collettivo dell’uomo “consumatore”.

La Pop Art sembra proprio essere il frutto della società e della cultura americana di quell’epoca. Costruita attorno ad un nuovo paesaggio urbano affollato di immagini del  cinema, della televisione, della pubblicità, dei cartelloni pubblicitari, questa si avvale dello stesso linguaggio della pubblicità, risultando perfettamente aderente alla società dei consumi che l’ha prodotta. E’ la rappresentazione di un mondo amplificato, gigante, fatto di colori pieni e vivaci, superfici di plastica e di smalto lucente che solo apparentemente vuole comunicare allegria, ma che invece nei suoi tratti a volte eccessivi vorrebbe rappresentare l’angoscia esistenziale della nuova era consumistica in cui l’uomo è solo il potenziale consumatore.

Ecco che l’interesse dell’artista si rivolge quindi alla vita quotidiana dell’uomo contemporaneo.  L’artista diventa quindi un puro manipolatore di immagini, oggetti e simboli d’uso comune, che sebbene già fabbricati a scopo industriale e pubblicitario, offrono l’opportunità di essere isolati visivamente dal loro contesto noto, combinati con nuovi materiali e rielaborati con tecniche pittoriche, scultoree e con altre forme artistiche più povere quali il fumetto, l’illustrazione, la fotografia e la pubblicità.

Figli della nuova era industriale, gli artisti pop si interrogano sull’opportunità o meno  della riproducibilità dell’arte, riflettendo sulla possibilità di mantenere il carattere esclusivo dell’opera, piuttosto che conciliare la propria espressione artistica con la realtà consumistica. La diversità di stili e di tecniche adottate riflette le diverse posizioni assunte dagli artisti rispetto a questo interrogativo.

Robert Rauschenberg (1925-2008) –  Considerato il padre del movimento Pop Art, Robert Rauschenberg, fotografo e pittore americano, irrompe sulla scena newyorkese quando l’influenza dell’Espressionismo Astratto è ancora molto forte. Alla libera espressione della realtà interiore e distanza dal quotidiano, egli contrappone l’apertura al mondo esterno e alla realtà di tutti i giorni. In lui è forte l’esigenza di immettere nel quadro forme, oggetti, stimoli del quotidiano. Alla metà degli anni ’50 Rauschenberg crea i primi “Combine-paintings”, un procedimento di “combinazione” secondo il quale l’artista assembla su tela oggetti recuperati, elementi e immagini diversi, sui quali interviene con la pittura. La ricerca di nuove relazioni tra le immagini mediante il loro assemblaggio nell’opera diventa l’elemento comune a tutta la produzione di Rauschenberg.

Roy Lichtenstein (1923-1997) – Soprattutto ricordato  per i fumetti, fra gli artisti Pop è quello dallo stile più definito che caratterizza tutta la sua produzione. Rivisita in chiave fumettistica i grandi capolavori del passato e rielabora i fumetti contemporanei, ingrandendoli a dismisura, utilizzando colori vividi e accesi spesso disomogenei, riempiendo gli spazi vuoti con punti e tratteggi diagonali, imitando la tecnica tipografica del puntinato Ben-Day. Nel 1962, con una personale tenuta a New York, si impone definitivamente al grande pubblico.

   Mimmo Rotella (1918-2006) – L’artista italiano si specializza nella tecnica della fotografia e  del fotomontaggio, ma è ricordato soprattutto per la particolare tecnica del décollage o arte dei manifesti strappati: utilizzando i manifesti pubblicitari della città, Rotella ne strappa pezzi che poi incolla su tela, dando vita ad immagini non convenzionali, non più classificabili nelle tradizionali forme d’arte della pittura o della scultura.

 

 

Tom Wassermann (1931-2004) – Uno dei fondatori della Pop Art americana e ricordato come il più elegante e classico fra gli artisti pop, noto soprattutto per la sua celebre serie di nudi “Great American Nudes. La sua cifra stilistica si identifica nella combinazione dello stile cartellonistico, di grandi dimensioni, del minimalismo delle immagini pubblicitarie, assemblati in oggetti reali. Dagli anni Sessanta sino alla fine della sua carriera, Wassermann  rimane fedele alla sua linea, ma con interessanti incursioni in nuove tecniche, come nelle successive serie “Still Life” e “Smokers”.

     Andy Wharol  (1930-1987) – E’sicuramente il personaggio più rappresentativo della pop art americana. La sua arte trae spunto dal cinema, dai fumetti e dalla pubblicità. Non c’è in essa nessuna scelta estetica, ma solo la rappresentazione sequenziale di immagini note e simboliche. Andy Warhol intuisce la possibilità di realizzare un vero e proprio business legato alla sua arte, attuando una strategia di marketing in cui egli stesso diventa materia d’arte e la sua opera si trasforma in un prodotto. Da questa consapevolezza, nasce la Andy Warhol Enterprises, un’azienda per la commercializzazione delle sue opere. La caratteristica principale della sua produzione artistica è la ripetizione e l’uniformità seriale delle immagini. La ripetizione è il suo metodo di successo: su grosse tele riproduce moltissime volte la stessa immagine alterandone i colori con toni vivaci e forti.

Nel 1964 la Biennale delle Arti Visive di Venezia sceglie di esporre le opere di artisti  della scuola newyorkese della Pop Art, determinando il futuro dell’arte contemporanea.

In architettura il movimento si esprime attraverso lo stile post-moderno che facendo propri i criteri dell’arte pop, si caratterizza nella rivalutazione degli stili del passato, rivisitati in chiave eclettica, riabilitando il superfluo e il decorativo,  ritenendo che la “complessità” e la “contraddizione”  rispecchiano la realtà del mondo contemporaneo. Il post-modernismo assume un carattere di rottura nei confronti dello stile internazionale e del Modernismo che in architettura avevano promosso la semplificazione geometrica e funzionale.

All’architetto americano Robert Venturi, considerato il padre del post-modernismo architettonico, è attribuita la citazione “less is bore” [il meno è una noia], riportata nel suo manifesto “Complessità e contraddizione in architettura” redatto nel 1966, in evidente contrapposizione a quel rigore architettonico internazionale, sintetizzato nella celebre citazione “less is more” [il meno è un di più] di Mies van der Rohe.

“Ma un’architettura basata sulla complessità e sulla contraddizione richiede un impegno speciale verso l’insieme: la sua reale validità deve essere nella totalità, o nelle sue implicazioni di totalità. Essa deve perseguire la difficile unità dell’inclusione piuttosto che la facile unità dell’esclusione. Il più non vale il meno.”

Nel 1959, il padre di Venturi muore e la madre Vanna, mossa dalla volontà di vivere in una residenza più piccola, commissiona all’allora 34enne figlio il progetto.  Casa Vanna Venturi viene ricordata nella storia come la casa che ha rotto gli schemi del Modernismo e viene considerata il primo elemento architettonico postmoderno in assoluto. Venturi concepisce la casa come il luogo della memoria, un ambiente intimo.

L’abitazione non deve essere una vetrina, il muro è uno schermo che garantisce un ambiente interno protetto.  Il progetto prevede elementi estetici modernisti  – le finestre a nastro orizzontali, una facciata semplice – ma include anche elementi strutturali a puro scopo ornamentale che assemblati in modo a tratti bizzarro, coesistono in una sorta di patchwork stilistico.

Nella facciata ad esempio ci sono tre diversi tipi di finestra, l’ingresso centrale è caratterizzato da una modanatura semicircolare e dal taglio della parete sovrastante. L’entrata principale, molto grande, è coperta e terminante con la porta d’entrata posta su un lato. Il timpano si trova nel lato lungo e non in quello corto dell’edificio, distorcendone le proporzioni. Il progetto generale è molto semplice, costituito dall’accostamento di forme geometriche, quali il triangolo, il quadrato o il cerchio. Anche in pianta prevale la semplicità della forma, espressa attraverso un rettangolo di dimensioni convenzionali. La posizione centrale è occupata da due elementi principali, il camino e la scala che costituiscono il fulcro della casa, contravvenendo all’ordine classico che prevede il vuoto al centro. La casa è accogliente, traspare una forte componente emotiva, è concepita per raccogliere le esperienze di vita familiare.

“L’indipendenza fra forma e funzione è la dimostrazione che la forma può affrontare una vita autonoma. Permette una maggiore libertà compositiva, una ricchezza decorativa, una nuova apertura verso i significati simbolici dell’immagine architettonica” – Robert Venturi

Nella sua lunga carriera, l’architetto Venturi ha costruito diversi edifici, è stato docente in diverse università americane e nel 1991 è stato insignito con il prestigioso Premio Pritzker.

 

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