La femme fatale, con lei il cinema cominciò a sognare

Inizia oggi Il cinema e la sua anima, la donna, la nuova serie condotta da Gabriella Maldini e dedicata alle icone femminili più indimenticabili della storia del cinema. Protagonista della prima puntata la femme fatale.

Di Gabriella Maldini

Greta Garbo

Il cinema, come ogni espressione artistica, legata all’interiorità e all’immaginario, ha tante anime. Forse, tante come coloro che lo guardano. Ma sicuramente, fin dai suoi albori, quella che ha lasciato il segno più profondo e con la maggiore rapidità ed efficacia, è stata la donna, la figura femminile. Quasi sempre, quando pensiamo a un film, di qualunque genere, di qualsiasi epoca, la prima scena che ci viene in mente è una scena dove c’è una donna.

Ad esempio questa, da Metropolis di Fritz Lang, del 1926.

Metropolis, 1927

La prima icona femminile creata dal cinema fin dai tempi del muto è quella della Femme fatale, una donna bellissima e soprattutto con uno straordinario potere seduttivo, in virtù del quale gioca un ruolo determinante nel dispiegarsi della trama e in particolare nella sorte del protagonista maschile che, quasi sempre, la femme fatale conduce alla rovina. Magari senza averne l’intenzione, ma il suo fascino e la sua seduzione non sono, per il maschio, garanzia di un epilogo felice.

Louise Brooks

La prima, raffinatissima femme fatale del cinema muto è Louise Brooks che, nel film Il vaso di Pandora, del 1927, in contrasto con l’apparente innocenza del suo viso minuto, incarna la donna dissennata, portatrice di sventure e perdizione.

Ma è con l’avvento del sonoro che la Hollywood della golden age costruisce sulla femme fatale alcune icone assolute. E poiché arte, genio e bellezza sono tra loro legate al di là del tempo e dei tempi, nel suo ‘Elogio del trucco’ del 1859 Baudelaire aveva scritto parole che sembrano intuire e addirittura preparare quello che verrà.

La donna è proprio nel suo diritto, e anzi compie una sorta di dovere, quando si studia di apparire magica e sovrannaturale: è necessario che stupisca e incanti. Idolo, deve dorarsi per essere adorata, prendere a prestito da tutte le arti i mezzi per meglio soggiogare i cuori e colpire gli spiriti.

E nel Novecento, l’arte che più di tutte rese magica e sovrannaturale la donna fu il cinema.

La grande bellezza arriva dall’Europa.

Marlene Dietrich, l’ ‘Angelo azzurro’.  Il film di Joseph Von Sternberg fu realizzato in Germania nel 1929, all’epoca della Repubblica di Weimar, un periodo purtroppo brevissimo ma di altissimo livello politico e artistico – culturale. Una sorta di Rinascimento del ventesimo secolo che interessò tutte le arti e il cui denominatore comune fu l‘Espressionismo. I suoi maggiori esponenti in ambito cinematografico furono Sternberg, Murnau e Lang che, in tempi e modi differenti, emigreranno  tutti negli USA.

Marlene Dietrich – Ange Bleu

L’ ‘Angelo azzurro’ è l’ultimo film tedesco di Marlene Dietrich, quello che, grazie allo straordinario successo, le spalancò le porte di Hollywood. Il suo personaggio è quello di Lola Lola, la cantante- ballerina di un ambiguo locale notturno che fa innamorare un anziano, ingenuo professore di liceo che viene talmente travolto da questa passione al punto da perdere il lavoro, la stima dei suoi allievi e soprattutto quella di se stesso. Tanto che alla fine morirà di crepacuore.

La sorte del protagonista maschile è importante perché ci fa capire la forza irresistibile della donna; e la figura femminile che mostra questo film, per quei tempi fu qualcosa di sconvolgente. Di rivoluzionario.

L’Angelo azzurro

Sia per la fisicità straordinaria di Marlene Dietrich, che per la rappresentazione che ne fece Von Sternberg che per lei fu strepitoso pigmalione. Fu lui a volerla vestita con il cappello a cilindro, accessorio maschile per eccellenza qui utilizzato in modo trasgressivo, insieme alle calze a rete con giarrettiere che, invece, sono la quintessenza del femminile, e mostrate così, con questa sfrontatezza, dire che fecero scandalo è ancora poco.

Greta Garbo, ‘Mata Hari’ 

Greta Garbo

Svedese, la Garbo (vero nome Greta Lovisa Gustafsson) aveva iniziato a fare cinema in patria, per poi approdare a Hollywood dove era diventata una diva già ai tempi del muto, tanto che, quando si passò al sonoro, molti pensarono che non ce l’avrebbe fatta a reggere a questa rivoluzione che portò un totale cambiamento nel modo di muoversi davanti alla macchina da presa, della gestualità e della mimica del volto. La Garbo invece, non solo resse all’impatto col nuovo cinema sonoro, ma potenziò ancora di più la propria immagine.

Greta Garbo – Mata Hari

Qui la vediamo in uno dei suoi personaggi più mitici, quello della famosa spia (realmente esistita) che, durante la prima guerra mondiale, usava il suo irresistibile potere di seduzione per carpire segreti diplomatici e militari. Nel film di Fitzmaurice, del 1931, però, è la donna a venire travolta dall’amore e a decidere di sacrificare addirittura la vita per salvare l’ uomo che ama, un giovane pilota russo che così mai dubiterà del suo sentimento. L’amore  spoglia Mata Hari della sua cinica veste di spia, manipolatrice e disillusa, e le dona come unica forza quella della donna innamorata, divenendo il primo passo di un cammino di redenzione ed espiazione che gli abiti mostrano  con indimenticabile eloquenza.

Greta Garbo Mata Hari

All’inizio, la divina appare in mises di grande teatralità e opulenza, come questa spettacolare corazza di pietre preziose che unisce il femminilissimo fascino orientale all’aggressività tutta maschile dei fuseaux di raso, taglienti come una lama, simbolo di una bellezza guerriera e pericolosa. Nelle scene finali, invece, la sua figura altera e magnetica viene come inghiottita e allo stesso tempo esaltata da un nero totale, quasi monastico, simbolo dell’ascesi della passione amorosa e del tragico destino che l’attende.

Guardando queste splendide immagini sono certa che non vi sarà sfuggita la incredibile modernità dei volti e persino degli abiti e delle scelte di make up. Come non ritrovare nel caschetto alla garçonne di Louise Brooks quello più pop della Valentina di Crepax? Come non sorprenderci dinnanzi all’eye liner ante litteram della divina Garbo e alla sua eleganza capace di salire allo zenit proprio nei toni minimal da Armani look?

Greta Garbo Mata Hari
GRETA GARBO & COSTUME DESIGNER ADRIAN- 1930’s

Il ruolo dell’abito, per la femme fatale, era davvero decisivo: doveva essere il primo inequivocabile segno del suo potere seduttivo. Se le altre interpreti femminili, quindi, erano vestite da un normale costumista della produzione, una diva aveva il diritto/dovere al sarto personale, un vero couturier che aveva il delicato compito di creare modelli esclusivamente per lei, per esaltare al massimo i suoi punti di forza e dissimulare gli eventuali difetti, e soprattutto potenziare al massimo il personaggio che doveva interpretare. Il ruolo del sarto era così importante che, quasi sempre,  intrecciato al sodalizio cinematografico, tra lui e la sua musa si stabiliva un profondo legame di amicizia e confidenza. Greta Garbo rimase  fedele al ‘suo’ Adrian per tutta la propria carriera, e molto spesso anche fuori dal set.

Marlene Dietrich si affidò invece al gusto e all’intuito di Travis Banton che ne fece una delle prime dive in abito maschile.

Nella prossima puntata continueremo a parlare di bellezza, cinema e moda insieme alla figura femminile nata dalla costola più sexy della femme fatale, la dark lady.

La femme fatale – Gallery


Note biografiche sull’autrice

Gabriella Maldini

Nata a Forlì nel 1970, dopo il diploma al liceo classico si è laureata in Giurisprudenza presso l’Università di Bologna. Ha svolto un Master in Comunicazione a Roma e Milano, poi un corso di Racconto e Romanzo e uno di Sceneggiatura cinematografica alla Scuola Holden di Torino. E’ docente di cinema e letteratura e ha diverse collaborazioni in atto, fra cui quella con l’Università Aperta di Imola, la libreria Mondadori di Forlì e le scuole medie per le quali sta portando avanti un progetto didattico che coinvolge i ragazzi delle classi terze in una ‘lezione cinematografica’ sul rapporto umano e formativo che unisce allievo e insegnante. Da pochi mesi è uscito il suo primo libro, edito da CartaCanta, dal titolo ‘I narratori della modernità’, un saggio di letteratura francese dedicato a Balzac, Flaubert, Zola e Maupassant, come quei grandi padri della letteratura che per primi hanno colto la nascita del mondo moderno. Per ArteVitae scrive nella sezione Cinema e TV.

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