La casa, quel cinematografico oggetto del desiderio.

Le settimane appena trascorse ci hanno costretto a vivere la casa come non ci era mai accaduto. A riscoprirla, a sistemarla, magari anche a trasformarla, proprio come le vite di chi, tra le sue mura, ha dovuto reinventarsi un quotidiano e sperare in un domani migliore.  Quella di oggi quindi, è una puntata speciale, dedicata a quel cinema che da sempre ci racconta la casa, come luogo e come simbolo.

di Gabriella Maldini

Parasite, film premio Oscar 2019

Il luogo in cui abbiamo appena trascorso le nostre indimenticabili giornate di pandemia, costituisce da sempre uno dei soggetti cardine del cinema. Il luogo da cui la messa in scena della storia e dei personaggi non possono quasi mai prescindere e nel quale, molto spesso, rivelano il loro più profondo significato. In Rebecca, la prima moglie, diretto nel 1940 da Alfred Hitchcock, il maestoso castello di Menderley in cui giunge Joan Fontaine, la giovane neo sposa dell’aristocratico Max De Winter, interpretato da Laurence Olivier, incarna tutta l’ossessione, sempre sottintesa e allo stesso tempo martellante, per la memoria della prima moglie, che possiamo considerare la vera protagonista psicologica di tutto il film, che infatti porta il suo nome.

Rebecca, la prima moglie, 1940

Un’altra casa dall’atmosfera pesante è quella del film di William Wyler Piccole volpi, del 1941, dove una Bette Davis da Oscar vi tesse la sua spietata tela di aspirante vedova(nera) per ottenere l’intero patrimonio del marito, un Herbert Marshall malato e indifeso in quel perfido nido di avidità e complotti. La casa, di per sé, è sempre un luogo di matrice molto teatrale e infatti il film in questione è tratto dall’omonimo lavoro teatrale di Lillian Hellman, autrice anche della sceneggiatura.

Bette Davis in Piccole volpi, 1941

A volte il cinema ci racconta una casa che all’inizio nasce come una favola e poi finisce in un incubo. Come ne La guerra dei Roses(1989), dove la casa è l’incarnazione della parabola matrimoniale della coppia perfetta, formata da Kathleen Turner e Michael Douglas che, dopo aver dedicato gli anni migliori della loro vita insieme alla creazione della casa dei sogni, alla fine vi si distruggeranno a vicenda. Una commedia nera molto divertente che mescola ironia e dramma, diretta col giusto tocco da Danny De Vito.

La guerra dei Roses, 1988

Restando sul duplice registro comico-drammatico, ma facendo un notevole salto di qualità, entriamo nell’Appartamento diretto nel 1960 da Billy Wilder che, prendendo spunto dallo storico incipit del film di King Vidor, La Folla(1928), confeziona un classico gioiello della commedia drammatica, in cui ci fa ridere e commuovere con la piccola vita di un impiegato onesto e di buon cuore (Jack Lemmon)stritolato nella giungla ambiziosa e cinica di una grande compagnia di assicurazioni di New York. Tutto il film è girato in interni, per la maggior parte proprio nell’appartamento del titolo, che l’ingenuamente ambizioso C.C. Baxter accetta (a malincuore) di cedere ai suoi superiori come garçonnière per le loro scappatelle extraconiugali.

Jack Lemmon, L’appartamento, 1960.

Restando nella grande mela ma virando decisamente verso il thriller, ecco la casa super lusso che, nel film diretto nel 2002 da David Fincher, sceglie la perfetta wasp Jodie Foster per cominciare una nuova vita con la sua bambina, e che in breve ridurrà invece ad una Panic Room da incubo.

Panic Room, 2002

Anche nel cinema italiano la casa è il cardine di molte storie. Nel film di Monicelli Totò cerca casa (1949) il povero Beniamino Lomacchio, dopo aver perso la casa in un bombardamento, inizia una tragicomica odissea nella Roma del dopoguerra alla ricerca di un tetto per sé e la propria famiglia. In una surreale parodia dello stile neorealista, lo vediamo passare da un’aula scolastica a (perfino!) un cimitero, dal quale però la paura lo farà fuggire presto, fino ad arrivare ad occupare la casa di Roma per antonomasia, il Colosseo. La grandezza di Totò fa di questo uno dei suoi film più significativi, memoria di un tempo e di un’Italia purtroppo quasi dimenticate.

Totò cerca casa di Monicelli e Steno 1949

Una piccola curiosità: in alcune immagini, il film di Monicelli cita la peraltro diversissima commedia hollywoodiana La casa dei nostri sogni, dove, l’anno precedente, il pubblicitario Cary Grant e la moglie Myrna Loy si gettano nella realizzazione della casa dei loro sogni, per  sfuggire al ‘logorio della vita moderna’ di una già invivibile New York.

Cary Grant e Myrna Loy, La casa dei nostri sogni, 1948.

Solo alcuni anni e ritroviamo di nuovo Totò in Arrangiatevi, di Mauro Bolognini (1959), dove è il padre, anagraficamente poco credibile, di un Peppino De Filippo alla disperata ricerca di una casa per moglie e figlie. La variante narrativa incaricata di suscitare la comicità, sta nel fatto che l’ampio appartamento nel cuore del centro storico che il buon padre di famiglia riesce ad affittare a un canone d’occasione, si rivelerà una ex casa chiusa(la legge Merlin aveva posto fine a un’epoca giusto l’anno precedente), con tutti gli equivoci e le disavventure che ne seguiranno.

Arrangiatevi, 1960

Ma è nel 1987 che, con La Famiglia, Ettore Scola confeziona il film che più di ogni altro mostra la più classica delle equazioni italiane, quella tra casa e, appunto, famiglia. Con una storia in cui la casa diviene non solo luogo significativo, ma vera e addirittura prima protagonista, con un corridoio che le bellissime carrellate in dissolvenza conducono attraverso gli anni e il succedersi delle generazioni dei suoi abitanti.

La famiglia, di Ettore Scola, 1987

Ma forse, il genere cinematografico che più ha rivestito la casa del suo valore simbolico, e addirittura politico, è il western. In un mondo di ‘interminabili spazi e sovrumani silenzi’ (per dirla con Leopardi), dove tutto è inizio di una vita (e una civiltà) nuova, la casa è la meta-sogno di ogni pioniere. Il coronamento di quel viaggio verso ovest che costituisce la nuova terra promessa. In quasi ogni western classico, arriva il momento in cui il protagonista sogna a mezza voce la casa che si costruirà con le proprie mani, e la terra che lavorerà, per poi, la sera, sedersi sotto la veranda a guardare il sole tramontare oltre le montagne o in fondo alla valle.

E dato che mi piaceva concludere questo pezzo arrivando all’oggi, ho la possibilità di farlo semplicemente citando l’ultimo film  vincitore del premio Oscar: lo strepitoso Parasite, del coreano Bong Joon-ho; che mette in scena un’indimenticabile casa bunker con sottosuolo, dove ricchi e diseredati conducono una non- vita diversamente alienata e disperata.

 

Parasite, premio Oscar miglior film 2019


Note biografiche sull’autrice

Nata a Forlì nel 1970, dopo il diploma al liceo classico si è laureata in Giurisprudenza presso l’Università di Bologna. Ha svolto un Master in Comunicazione a Roma e Milano, poi un Corso di Racconto e Romanzo e uno di Sceneggiatura cinematografica alla Scuola Holden di Torino. E’ docente di cinema e letteratura e ha diverse collaborazioni in atto, fra cui quella con Università Aperta di Imola e le scuole medie, per le quali sta portando avanti un progetto didattico che coinvolge i ragazzi delle classi terze in una ‘lezione cinematografica’ sul rapporto umano e formativo che unisce allievo e insegnante. Nel maggio 2018 è uscito in suo primo libro, edito da Carta Canta, dal titolo I narratori della modernità, un saggio di letteratura francese dedicato a Balzac, Flaubert, Zola e Maupassant, come quei grandi padri della letteratura che per primi hanno colto la nascita del mondo moderno. Collabora con il Festival Internazionale del Cortometraggio, Sedicicorto.

Per ArteVitae scrive nella rubrica Cinema e TV.

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