La buona azione mensile- Racconto breve di Daniela Luisa Bonalume

La buona azione mensile è il nuovo racconto breve scritto da Daniela Bonalume per la raccolta “Suggestive Evasioni”. Una lettura veloce, intensa e dal finale bruciante, quello che non ti aspetti e ti sorprende sempre. Una storia bonsai che concentra la trama in pochi, avvincenti paragrafi. Da leggere in un respiro.

di Daniela Luisa Bonalume

-Ahaaahaaa- la bocca spalancata e quel tipo che, con una minitorcia, ispezionava la gola.

-Apri bene, altrimenti non riesco a vedere come stanno le tonsille, su, apri!!

-Ahaaaaaaa – ripetè il paziente.

Veronica sentiva il dialogo ed immaginava la scena. Era capitata già altre volte. Anche lei, dopo il malato in visita, avrebbe sottoposto le sue tonsille ad una accurata ispezione. Il medico in questione godeva della sua fiducia e, anche se ormai non viveva più lì da un pezzo, ogni qual volta ritornava al paese a trovare il fratello ed i nipoti, le veniva un gran mal di gola, quindi si rendeva necessaria almeno un’occhiatina per monitorare lo stato della cavità. Il mutuato che la precedeva era quasi sempre lo stesso: Paolo, un coetaneo, ne riconosceva la voce durante i saluti. Quando lei era in attesa in ambulatorio, sempre, appena prima del suo turno, entrava Paolo. Era come se lui, sapendo che lei sarebbe andata lì, la volesse anticipare di pochi secondi. Questa commedia durava da anni, soprattutto nei mesi invernali. Ma anche d’estate, succedeva, e questo a causa del forte condizionamento d’aria del treno che Veronica prendeva per scendere dalla sua famiglia. Non ci aveva mai fatto caso invece, quella mattina, forse a causa della devastante tosse, del dolore a trachea e petto, ed della sua impazienza di trovare sollievo, aveva notato la coincidenza.

Era tornata indietro nel tempo e si era ripassata tutti, o quasi, gli accessi dal dottore. Ogni volta Paolo la precedeva di qualche istante. Era successo di averlo visto di spalle mentre apriva la pesante porta di ferro e vetro smerigliato del tristissimo ambulatorio. Uno spazio senza qualità, pareti bianche e scomode sedie in plastica marroncina da cinema all’aperto che delineavano il perimetro della stanza. Due porte marroni, una accanto all’altra. Neppure una stampa da calendario alle pareti ingrigite e scribacchiate.

-Ahhhh – ripeteva Paolo. E Veronica, come tutti gli altri astanti, attraverso la porta era investita da questa sirena a mezzo-tono.  Il dottore, un uomo poco più grande di lei, tra i quaranta e i quarantacinque anni, non molto alto ma ben fatto, con uno sguardo intelligente ed una barba molto curata, sussurrava qualcosa che  non riusciva a superare le barriere lignee, lasciando tutti quelli fuori immobilizzati nelle bende della curiosità. Improvvisamente la ragazza si alzò:

-Scusate, ho dimenticato le analisi a casa, mannaggia mannaggia – rivolgendosi  a tutte le persone in attesa, poi continuò: – Potrei fare un salto a casa per prenderle? Entrerei dal dottore al mio ritorno, mi fareste entrare senza rifare la coda?

Qualcuno annuì e lei, ringraziando, si precipitò fuori. Si infilò nel cortile appresso ed attese. Quando Paolo uscì, Veronica si calcò il cappello in testa e posizionò la sciarpa molto bene sul naso e sulla bocca, contò fino a venti e si mise alle calcagna del ragazzo il quale, ignaro della TomPonzi alle sue spalle, si diresse verso la villa del dottore.

“Cacchio” pensò Veronica mantenendosi a distanza di sicurezza ed evitando di strozzarsi per non tossire “…e cosa ci fa Paolo a casa del dottore?!”. Il ragazzo suonò il campanello, disse qualcosa al citofono ed entrò nel vialetto fischiettando rumorosamente un brano dei Matia Bazar. Veronica riconobbe per un’ora d’amore non so cosa darei, la la la la la la. La ragazza, incredula, iniziò a pentirsi dell’inseguimento. Si era cacciata in una faccenda che non la riguardava e,  il sospetto che Paolo fosse al servizio della moglie del dottore, la metteva inspiegabilmente a disagio. Si ritrovò in tachicardia e priva di lucidità. Avrebbe voluto tornare indietro ma non se la sentiva di incontrare il dottore. Aspettò qualche minuto: sentì fragorose risate provenire dalla casa e vide, dietro le tende della finestra, due sagome che si trasformavano in una sola, ma più grossa. Tutta rossa in viso, un po’ per il freddo un po’ per la situazione, girò i tacchi e tornò verso l’ambulatorio. Ormai era passata quasi mezz’ora, chissà se il medico l’aveva aspettata! Del resto, l’appuntamento era saltato a beneficio di chi era prenotato dopo di lei. Nell’economia del tempo di lavoro del sanitario non sarebbe cambiato nulla, o prima o dopo, sempre quelle erano le persone da visitare, e lei era una di quelle a prescindere dall’orario.  Avrebbe messo su la sua faccetta divertita e avrebbe stemperato il suo disagio salutandolo con una di quelle poesie tipo Rio Bo’, studiata alle scuole elementari del paese, che entrambi avevano frequentato, giusto come richiamo ai tempi dell’infanzia di entrambi.

Quando rientrò nella sala d’attesa non trovò nessuno, seduto. Solo la voce del dottore che, chiacchierando con l’ultimo paziente, riempiva lo spazio con una leggera eco. “Adesso con che faccia mi presento” pensava ossessivamente Veronica, “mica glielo posso dire che mi sono messa a pedinare Paolo, e neppure posso spiegargli il motivo” perché un motivo vero e proprio non c’era. Neanche la curiosità di sapere i fatti degli altri, aveva, Veronica. Se ne era andata tanti anni prima proprio per inseguire l’anonimato, evitando di offrire la propria reputazione in pasto ai villani. Villani che, come cantava quel gran genio di Faber, davano buoni consigli quando non potevano più dare cattivo esempio.

La porta del dottore si aprì, ne uscì uno sconosciuto che la salutò distrattamente seguìto dalla voce del dottore stesso che invitava – Avanti Veronica, vieni, entra!

Veronica entrò, lui la stava aspettando in piedi accanto ad una porta aperta, che introduceva nell’attiguo ambulatorio, con le braccia aperte. Mentre si abbracciavano l’uomo diede un calcio alla porta, che si chiuse facendo tremare le finestre. Si abbracciarono e si baciarono appassionatamente dicendosi parole di tenerezza e d’amore, e fecero anche altro.

-Ho visto Paolo, qui fuori. Lo sai che lo incontro sempre quando vengo da te?- disse la ragazza.

-Si lo so, è un bravo ragazzo. Lo chiamo io.  Gli controllo cuore, pressione e altro quando serve, poi gli affido un compito stupido di idraulica o di elettricità,  ma urgente, da fare a casa. Magari preparo un piccolo danno domestico quando so che sei in arrivo, così mia moglie è impegnata mentre lui effettua la riparazione – rispose sghignazzando, l’uomo.

Veronica si rivestì velocemente cercando di controllare la risata che le stava montando dallo stomaco. “Benedette Ferrovie dello Stato e benedetta aria condizionata” pensò accarezzando la testa del dottore per verificare lo stato del cuoio capelluto. Avrebbe intensificato mensilmente le visite al fratello, così sarebbero stati contenti in 4, anche se lei era l’unica a saperlo.


Note biografiche sull’autrice

Daniela Luisa Bonalume è nata a Monza nel 1959. Fin da piccola disegna e dipinge. Consegue la maturità artistica e frequenta un Corso Universitario di Storia dell’Arte. Per anni pratica l’hobby della pittura ad acquerello. Dal 2011 ha scelto di percorrere anche il sentiero della scrittura di racconti e testi teatrali tendenzialmente “tragicomironici”. Pubblicazioni nel 2011, 2012 e 2017.

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