A tu per tu con Rita Manganello, fra fotografia e comunicazione

Il consueto spazio di ArteVitae dedicato alle interviste, oggi viene impreziosito dalla presenza di una nostra redattrice, Rita Manganello e dalla sua storia personale e familiare, ricca di spunti di riflessione, pensieri profondi e sorprese inaspettate.

di Luigi Coluccia

Rita nasce a Milano da una famiglia borghese e cattolica, frequenta ottime scuole e nella sua intensa vita lavorativa avvia diverse professioni. E’ stata traduttrice per le case editrici e insegnante di italiano per i dirigenti stranieri delle multinazionali americane per approdare infine a impieghi duraturi come professionista nell’area delle Risorse Umane e Comunicazione nell’ambito di società internazionali di marchi noti.

Ma facciamo un passo indietro. E’ figlia di genitori che l’hanno messa al mondo in età matura; alla sua nascita si è ritrovata una sorella diciottenne ed è cresciuta in un mondo magico, affiancata da figure a dir poco interessanti fra privilegi, dogmi e morale. Una madre attenta e severa, un padre creativo e carismatico, una sorella che la intratteneva tra fiabe, poesie e Notturni di Chopin che suonava al pianoforte e una tata dedita alla casa, che la affascinava con i suoi racconti della vita in campagna.

Quindi – dice – bellezza, eleganza e senso del dovere hanno influito fortemente sul mio sviluppo. Senza retorica o idealizzazioni.

 

AVB: Rita, anzitutto grazie per aver accettato il mio invito a raccontarti. Oggi il privilegio che solitamente il mercoledì mi viene concesso è ancora più sentito e gradito, giacché la tua presenza in questo spazio rappresenta per me un valore aggiunto visto che ti considero una vera e propria fonte d’ispirazione.

RM: Grazie a te, a voi. Per me è un grande piacere essere qui, spero vi possano interessare il mio lavoro, i miei pensieri e la mia storia. Sai che metto molta passione e dedizione in ciò che faccio. E tu, per favore, non esagerare che poi mi imbarazzo.

AVB: Prima di passare alla prima domanda, permettimi di dirti, al di là di ciò che può sembrare un’esagerazione, che trovarmi di fronte a te, che considero la guida sapiente e sicura di questi miei timidi primi passi in questo mondo difficile, da una parte mi mette in seria difficoltà, dall’altra mi galvanizza ed elettrizza.

RM: Stai esagerando nuovamente, ma ormai ti conosco, grazie ancora e procediamo dunque, sono pronta.

AVB: Dalla professione agli interessi personali arrivando alle grandi passioni. Quanto hanno influito la tua formazione e professione nello sviluppo delle tue passioni artistiche?

RM: La mia professione non è stata esattamente vocazionale ma mi ci sono ritrovata perché sono fatta così, ho sempre cercato di tenere la mente aperta sul mondo e scovare le opportunità nascoste anche in ciò che potrebbe sembrare più distante da me, dai miei interessi. Lavoro e interessi personali sono due mondi paralleli e indipendenti: nessun conflitto lacerante.

 Quando ero bambina in casa circolava un amico di famiglia, un noto regista televisivo dell’epoca e, unitamente all’humus familiare, cinema, fotografia, arte, letteratura, musica e più tardi le scienze umane, hanno avuto e hanno tuttora una grande attrattiva. Quindi a fine carriera, libera dai vincoli della professione, mi sono concessa di dedicare più tempo ai miei interessi.

AVB: Come hai cominciato? Da dove deriva questa passione? Quale è stato l’evento che ha scatenato in te la voglia di misurarti con la fotografia?

RM: Il richiamo per la fotografia ha avuto, ovviamente, una base familiare. Molte foto di famiglia, di vacanze, di momenti di vita. Inoltre, l’aver trascorso molte ore sui libri ha facilitato il mio interesse per l’immagine: tanti libri, tante illustrazioni, tante fotografie. Da grandicella poi, la scoperta dei grandi autori della fotografia mondiale. Qualche anno fa, ritrovatami con figli cresciuti, carriera alle spalle e scatole piene di foto dei bambini e di qualche viaggio, ho rispolverato il mio interesse per la materia, complice anche il digitale: una novità accattivante dopo l’analogico. Sono curiosa e lo sarò sempre.

AVB: Quali fra i grandi autori della fotografia di cui hai avuto modo di approfondire l’opera ha più di tutti influenzato il tuo modo di interpretare e vivere la fotografia? Quanto ritieni invece sia fondamentale per un fotografo la curiosità?

RM: La prima “scossa di terremoto” me l’ha data Cartier Bresson, il mito, il grande, per me una pietra miliare. Avevo 17-18 anni. Poi altri si sono succeduti: Robert Capa, Roberta Frank, William Klein e Robert Frank, André Kertész, solo per nominarne alcuni. Questi sono i maestri, io una modesta apprendista. La curiosità è l’ingrediente fondamentale della fotografia e non solo. Per me la fotografia è anche indagine, pertanto non può sempre limitarsi alla mera riproduzione di qualcosa.

AVB: Cosa rappresenta dunque per te la fotografia?

RM: La parola chiave è comunicazione tout court, quale che sia il genere di fotografia che mi trovo ad osservare.

AVB: Quale è il genere fotografico che oggi prediligi praticare e quale è stato il percorso di ricerca stilistico ed artistico che ti ci ha fatto approdare? Da ultimo, cosa ti attrae in questo genere che senti ti appartenga?

RM: Non ho particolari predilezioni per un genere di fotografia, perché le tante immagini che passano davanti ai nostri occhi, diventano paradigma della presenza e delle attività dell’uomo nel mondo vicino e lontano, quindi scatto a volte cercando di dare corpo alle idee se c’è una tesi da dimostrare; in questo caso la fotografia permette di formalizzarle, oppure perché una data cosa mi piace e voglio ritrarla, impossessarmene. In generale parliamo di paesaggi, persone, i temi della sociologia visuale, qualche ritratto. Stilisticamente parlando, pratico una fotografia semplice e pulita, bianco e nero e colore, che non vuol dire scialba, solo perché il mio stile è privilegiare l’idea.

Sociologia visuale, sapevo che questa chiacchierata avrebbe sortito in me l’effetto di un uragano, d’altronde, Rita è sempre stata per me il risveglio della coscienza. Qualche anno fa, ancora alle prime armi, mi regalarono per il mio compleanno un manuale sulla Sociologia visuale, di Patrizia Faccioli se non erro, dedicato alla fase del passaggio dalla fotografia analogica a quella digitale. All’epoca dei fatti ero molto attratto infatti dal mondo del reportage in genere e dalle interazioni esistenti fra le immagini e la cosiddetta “società liquida”.

I cambiamenti epocali di quel periodo hanno interessato le tecnologie della visione, dall’analogico al digitale, i modi in cui le persone usano le immagini e la comunicazione per immagini nella loro vita quotidiana. Le sociologia visuale fonde le sue due anime principali: quella metodologica, che fa dell’uso dell’immagine il suo strumento di raccolta delle informazioni e quella di disciplina autonoma, che invece finalizza e indaga sia i processi di visualizzazione sia le pratiche della vita quotidiana. La quantità di immagini cui siamo sottoposti è notevolmente aumentata, ne siamo “bombardati” al punto che alla fine sembrano quasi annullarsi fra loro.

AVB: Rita, quel è la tua opinione in merito, potresti approfondire il tuo pensiero in merito a questa disciplina in continua evoluzione?

RM: Tutto vero. La risposta alla tua domanda la trovi negli articoli che scrivo per ArteVitae; la fotografia è diventata linguaggio globale degli individui per comunicare rapidamente e, aggiungo, massivamente, ossessivamente. La parola – che per me ha ancora un ruolo fondamentale – si è impoverita e marginalizzata, sovrastata dal dominio dell’immagine. L’immagine rischia di diventare una scorciatoia del pensiero. Il risultato è davanti ai nostri occhi. Analfabeti funzionali ma agguerriti produttori di un’overdose di inutile fumo digitale. Questo è lo scenario peggiore.

AVB: Quali sono le tue letture preferite e come pensi abbiamo influenzato il tuo modo di essere e di sentire? Quando scegli cosa leggere indirizzi la tua attenzione su letture che potrebbero scalfire il tuo modo di intendere qualcosa o ti abbandoni a letture che potrebbero invece rafforzarlo? Ti piace insomma rischiare mettendoti in gioco?

RM: Sono cresciuta a pane e lettura, la lettura è un viatico, qualcosa di necessario e del quale non posso fare a meno. Ho sempre letto molto fin da piccola perché cresciuta in un ambiente che ha favorito indiscutibilmente questa abitudine. Letture che hanno stimolato le mie prese di coscienza ce ne sono molte, cito in particolare “Il Secondo Sesso” di Simone De Beauvoir che influenzò a vent’anni il mio orientamento di vita e di pensiero, quasi un’illuminazione. Da lettrice onnivora non posso fare a meno di saggi critici di sociologia, psicologia e psicoanalisi, storia e altri argomenti che descrivono il mondo e cercano di interpretarlo. Anche la narrativa mi piace, a partire dai classici, qualche autore moderno, nonché gialli e fantascienza.  Sì amo le sfide e sono disposta a cambiare opinione se un’idea o una tesi mi convince.

AVB: Rita, sei da diversi mesi l’anima della redazione ArteVitae, hai saputo diventare nel tempo un vero e proprio punto di riferimento per tutto il gruppo redazionale di questo animato Blog. Come nasce in te l’amore per la scrittura e questa estrema capacità di sintesi che hai come dote naturale?

RM: Luigi, sono onorata ma non credo di meritare tanto. Come sono solita dire, “It’s my job”. Sono incline alla vita associativa e alla leadership che consente alle persone coinvolte di sentirsi parte del gruppo, senza divisioni o esclusioni. Il piacere della scrittura è una dote spontanea forse irrobustita, come dicevo prima, dalle tante letture. La capacità di sintesi è semplicemente mestiere e l’attitudine a focalizzare sui problemi che devono essere risolti.

AVB: Hai mai scritto un libro? Se si puoi parlarcene? Se non lo hai fatto, potresti invece dirci su cosa ti sarebbe piaciuto scriverlo e perché?

RM: Non ho mai scritto un libro perché non saprei cosa scrivere che non sia già stato scritto. L’autobiografia la considero una manifestazione narcisistica. Siamo sommersi da prodotti editoriali, la maggior parte superflui. Quando avrò individuato un tema che richiede una trattazione più corposa di un semplice articolo di giornale e in grado di aggiungere valore al già detto, allora potrei pensare a un libro.

AVB: Per anni ti sei misurata nel campo della comunicazione con successo, cosa pensi abbia portato nella tua vita privata questo tipo di attività e cosa pensi invece di averle restituito in cambio?

RM: La comunicazione è un’attività umana che ci pone in relazione con gli altri, impossibile farne a meno, pena un grande disagio. Una buona comunicazione può, per esempio, aiutare l’individuo a scegliere consapevolmente, vista in positivo. Naturalmente non è sempre così, sappiamo. La comunicazione è anche ascolto e questo aspetto è una componente importante nella vita di relazione. E’ quanto ho imparato nel mio lavoro nel quale mi sono applicata con impegno, credendoci. Uno scambio il più possibile alla pari.

AVB: Rimanendo nel campo della comunicazione in senso lato, Friedrich Nietzsche affermava “chi sa di essere profondo, si sforza di essere chiaro. Chi vuole apparire profondo alla folla, si sforza di essere oscuro. Infatti la folla ritiene profondo tutto quel di cui non riesce a vedere il fondo: è tanto timorosa e scende tanto mal volentieri in acqua! “. Tu che sei anche un’attenta lettrice delle dinamiche politiche e sociali del mondo che ci circonda, cosa pensi di questa affermazione?

RM: L’elogio della chiarezza vs l’apparenza, Importantissimo. Se hai le idee chiare e di sostanza, ti esprimi chiaramente perché vuoi che siano ricevute, comprese, evitando le banalizzazioni o quegli esercizi di stile baroccheggianti che non hanno senso. Calvino parlava di antilingua. Diamogli ascolto.

Il linguaggio della politica di oggi è molto più alla portata dei cittadini mediamente scolarizzati, fatto di slogan e appiattimenti concettuali che fanno presa su chi non si sforza di pensare criticamente. I media e le piattaforme social hanno accorciato le distanze avvicinando il mondo della politica a quello della gente comune. I politici ne hanno ben compreso la portata epocale.

AVB: Quale pensi debba essere il compito della comunicazione nella società contemporanea? Una stampa libera nel secolo scorso veniva considerata sinonimo di una società libera. Ritieni sia ancora così? Ritieni esista ancora la stampa libera ed indipendente?

RM: La tua è una domandona, Luigi. Cosa si intende per società libera? Idealmente la democrazia è un buon modello di società dove gli individui sono liberi di esprimersi a proprio piacimento, senza costrizioni. Fino a quando questo modello reggerà e me lo auguro, saremo liberi di pensarla come vogliamo e dirlo. Quanto alla stampa più o meno libera, beh, sappiamo che i media hanno una linea editoriale, sono finanziati dai più disparati gruppi di potere e il resto va da sé. pensa solo a tutti i passaggi di proprietà del Corriere della Sera. Il resto va da sé. Ricordo già al liceo, l’insegnante di lettere ci invitava a leggere più quotidiani per farci un’idea il più possibile aderente alla realtà.

 Vale ancora oggi, in particolar modo se consideriamo il fenomeno delle fake news. che inquinano la percezione e la capacità di giudizio dell’opinione pubblica, quella parte meno attrezzata concettualmente. Non sono in grado di dirti se questa tendenza subirà variazioni significative, ma mi piacerebbe confidare in una presa di coscienza del pubblico. Stampa indipendente oggi vuol dire, secondo me, in un paese libero e democratico aprire un blog e pubblicare i propri contenuti in piena libertà di pensiero.

AVB: Come vedi proiettata nel prossimo futuro la tua vita? Quali aspettative hai nei confronti dei tuoi progetti futuri? Per quello che invece riguarda il passato, siamo tutti parte di una generazione che voleva cambiare il mondo, forse anche tu non ci sei riuscita come molti di noi. Come ritieni che invece il mondo abbia cambiato te, se lo ha fatto?

RM: Non ho particolari aspettative perché ho smesso da tempo di averne. Sarà l’età, l’osservazione degli eventi e i casi della vita.  Questo non è un atteggiamento rinunciatario, al contrario, direi che è bene spostarsi da un passivo aspettarsi qualcosa a un concreto attivismo.  

La contestazione studentesca è stata per me, figlia della buona borghesia che un tempo aveva un ruolo, il volano di un grande cambiamento personale che ha ridefinito il mio rapporto con la società.  Devo molto al pensiero femminista e ho in programma di fare ancora qualcosa nel sociale, ma ora è prematuro parlarne.

AVB: Rita, non mi resta allora che salutarti e ringraziarti per questa opportunità che mi hai concesso. Ho apprezzato moltissimo alcuni passaggi di questa intensa chiacchierata, sono certo che i nostri lettori resteranno affascinati dalla tua fotografia, dal tuo pensiero e dalla tua storia. Grazie quindi per la tua disponibilità, e in bocca al lupo per i tuoi progetti futuri.

RM: Grazie a voi, davvero. Nel salutare e ringraziare tutti gli amici di ArteVitae, se mi è concesso, vorrei rendere loro omaggio con una citazione tratta da un libro di Aldo Carotenuto, insigne psicoanalista junghiano.

AVB: Certamente Rita, sai che questa è anche casa tua, prego.

L’individuo creativo si sente afferrato in una corrente di vita che ha la dimensione dell’eternità; egli non sente i limiti della propria esistenza, ciò che fa o pensa supera i confini entro i quali è invece costretto chi semplicemente sopravvive. – Da Eros e Pathos di Aldo Carotenuto


[Ndr] : Tutte le immagini contenute in questo articolo sono coperte dal diritto d’autore e sono state gentilmente concesse da ©Rita Manganello ad ArteVitae per la realizzazione di quest’articolo.

 


Note biografiche sull’Autore

Gigi, salentino di nascita e romano d’adozione, intraprende il percorso di laurea in Economia Bancaria e successivamente abbraccia la carriera militare. Alterna la passione per l’economia e la letteratura, ereditata dal nonno, a quella per la fotografia che coltiva da tempo, applicandosi in diversi generi fotografici, prima di approdare alla fotografia di architettura e minimalismo urbano in cui trova espressione la sua vena creativa. 

Dotato di personalità votata alla concretezza e con uno spiccato orientamento alla cultura del fare,  Gigi intuisce le potenzialità aggreganti della fotografia unite alla possibilità di condivisione offerte dal Social e fonda il Gruppo ArchiMinimal Photography attraverso il quale riesce a catalizzare l’attenzione di tanti utenti italiani e stranieri attorno ad progetto di più ampio respiro che aggrega una nutrita comunità attiva di foto-amatori.

Impegnato nella promozione e nella divulgazione della cultura fotografica, crea il magazine ArteVitae, progetto editoriale derivato dal successo della community social, per il quale scrive monografie ed approfondimenti sugli autori fotografici e cura la rubrica Digressioni sulla Fotografia, ricercando nel panorama fotografico contemporaneo,  personaggi e spunti di interesse di cui parlare. 

One Reply to “A tu per tu con Rita Manganello, fra fotografia e comunicazione”

  1. Che bella sorpresa stamattina Leggerti non solo con le immagine e parole ma con l’anima, con l’intimità di chi E’ un riferimento in tante sfaccettature della vita.
    Grazie Rita, fare parte di quelle che si seguono è quasi normale, ma incontrarti un pomeriggio a Milano per arricchire l’amicizia non credo sia per tutte..
    Complimenti ancora per questa bella capacità di donare la ricchezza che hai in te con parole, sentimenti e fotografie straordinarie!!
    Buona Luce cara Rita, un abbraccio
    Paula

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