Intervista con Franco Zampetti

In copertina oggi c’è Franco Zampetti, architetto e fotografo. Nel consueto appuntamento dedicato all’approfondimento dei nostri autori, ne racconteremo la storia e la fotografia.

di Giusy Baffi

Franco Zampetti

Franco Zampetti nasce ad Arcevia, Marche, nel 1954; nel 1973 si trasferisce a Firenze e inizia a frequentare la facoltà di Architettura, nel contempo lavora in vari studi, anche fotografici, partecipa a concorsi di progettazione, si laurea nel 1979 con il massimo dei voti e lode, nel 1980 inizia la libera professione di architetto che esercita tuttora.

AVB: Franco desidero anzitutto ringraziarti per aver accettato il nostro invito a raccontarti. Comincio con il chiederti da dove nasce questa tua passione per la fotografia? Quale è stato l’evento che ha scatenato in te la voglia di misurarti con la fotografia?

FZ: Grazie a voi per l’invito. Per rispondere poi alla tua domanda, sicuramente la mia iniziale curiosità è stata stimolata dal mio babbo. Fin da giovane ebbe un certo interesse per la fotografia, acquistò una folding Agfa 6×9 che tra l’altro portò con sé in guerra, non credo che per un militare semplice fosse cosa usuale.

Ricordo che la utilizzava solo per foto di ricorrenze, gite e vacanze, e conservava con molta cura le foto-ricordo in un album e i negativi in una scatola. Io invece ho sempre avuto l’idea che si potesse fare altro con quell’apparecchio e non appena in famiglia arrivò, nuova fiammante, una fotocamera moderna – una Minolta 7s a telemetro, 1970, avevo 16 anni – me ne impossessai diventando rapidamente il fotografo ufficiale della famiglia.

Frequentai proprio in quel periodo un corso di fotografia amatoriale in cui appresi i rudimenti dell’uso dell’apparecchio e delle più semplici tecniche di ripresa, ma anche dello sviluppo del bianconero e della stampa in camera oscura. Si era aperto un mondo.

AVB: Cosa rappresenta per te la fotografia?

FZ: E’ il modo più semplice di cui dispongo per acquisire e conservare immagini che mi colpiscono, mi interessano, mi stuzzicano, indipendentemente da come sono state generate, naturali o costruite che siano. Direi una “memoria 2.0” rispetto a quella della mia mente; più capiente, più flessibile ed anche, con l’età che avanza, più affidabile. Se tu mi chiedessi cos’è che mi spinge a fotografare, cioè quale bisogno cerco di soddisfare, qualunque risposta mi suggerissi, ti risponderei: “si, anche”!

AVB: Come detto sei un Architetto, le tue inclinazioni intellettuali, i tuoi studi, hanno in qualche in modo influenzato il tuo rapporto con la fotografia? Ne hanno determinato un certo tipo di percorso?

FZ: Tralasciando la professione in sé, che ha avuto un iter indipendente, la fotografia è stata soprattutto strumento di conoscenza e approfondimento, alimentando l’interesse sia per la storia dell’architettura che per lo studio e lo sviluppo di tecniche di ripresa adatte allo scopo.

Molto importanti sono stati i contatti e la conoscenza diretta con persone di comuni interessi fotografici, frequentemente di ottimo spessore artistico e professionale, spesso sfociati in solide amicizie, tutto ciò ha avuto un notevole impulso a partire dalla fine degli anni ’90 frequentando il web e utilizzando i social allora disponibili.

AVB: Due percorsi differenti quindi. Possiamo però affermare che l’amore per l’architettura ha fatto nascere in te l’esigenza di fotografare per approfondire?

FZ: Direi piuttosto il contrario, avevo già preso confidenza con la fotografia prima ancora di realizzare che la mia professione sarebbe stata quella di architetto e di intraprenderne gli studi. I due interessi hanno seguito percorsi inizialmente distinti, ma via via con sempre più frequenti sovrapposizioni, nel senso che -a mio parere- chi si occupa di architettura non può prescindere dalla fotografia come mezzo di studio e approfondimento, perciò è stato naturale, quasi automatico, coniugare i due interessi in un unico percorso formativo e professionale.

AVB: Ai nostri lettori piace molto conoscere anche qualche aspetto personale degli autori che ospitiamo in copertina. C’è dunque qualcosa di personale che vorresti aggiungere, qualcosa che li possa aiutare conoscerti meglio aiutandoli ad entrare in sintonia con te?

FZ: Coltivo principalmente due interessi, l’architettura e la sua rappresentazione fotografica zenitale, che si intrecciano e si alimentano reciprocamente, non solo, l’esercizio fotografico accresce l’esigenza di approfondire lo studio dell’architettura. A metà del 2007 ho avuto l’intuizione e la fortuna di coagulare e fondere i due interessi in un unicum inconsueto e coinvolgente, facendo realizzare una fotocamera che ho concepito e progettato ad hoc, e che ho chiamato Zeta.

Confesso che continuo a stupirmi ogni volta che ritiro un negativo sviluppato. E’ il momento in cui per la prima volta vedo le foto che ho scattato, perché la Zeta non ha un sistema di pre-visione, né ottico, né digitale. La “stra-ordinarietà” delle immagini che ottengo e le valenze che esprimono, sono esaltanti!

AVB: Le tue fotografie zenitali lasciano poco spazio alla casualità. L’estrema cura compositiva ed il rigore geometrico risultano in una visione armoniosa che appaga l’occhio. Sarebbe quindi interessante conoscere qual è il lavoro dietro alla fotografia, ovvero come ti prepari allo scatto: la ricerca dei soggetti, lo studio compositivo, l’esecuzione in macchina, la post produzione. Quanto incide ciascuna di queste fasi sul risultato finale? Sappiamo che nulla per te è lasciato al caso.

FZ: L’apparecchiatura che impiego non darebbe risultati apprezzabili se non la utilizzassi con una tecnica rigorosa, messa inizialmente a punto negli aspetti basilari e perfezionata nel tempo con l’esperienza; gran parte della qualità delle foto dipende da questo.

Essendo i miei soggetti spazi interni di edifici, la rappresentazione fotografica a cui tendo è semplicemente quella che evidenzia la composizione degli elementi architettonici fondamentali; in termini di geometria descrittiva una foto zenitale non è altro che una prospettiva a punto centrale, nel mio caso contenuta in un cono ottico di ben 128 gradi.

Ne consegue che facendo coincidere il punto di ripresa con la verticale del centro di una cupola, ad esempio, si ottiene un’immagine a mio giudizio più corretta ed apprezzabile di quella realizzata -nello stesso ambiente- in una posizione casuale.

Ciò però non sempre è possibile, per le più varie ragioni, allora cerco un altro punto “nodale”, ad esempio il punto di tangenza tra un arco e una cupola, oppure il centro di un arco che separa una navata da un’abside, ed altri del genere.

Se dispongo l’apparecchiatura in un punto qualsiasi la percezione della geometria generatrice dello spazio non è più evidente e la qualità della visione si perde; ho pochissimi foto zenitali in punti non “nodali” ed alcuni non li ho pubblicati perché non mi soddisfano.

Questo è solo il primo elemento della tecnica di cui ho detto sopra, un altro molto importante riguarda l’illuminazione dell’ambiente, cioè la scelta della qualità della luce disponibile, sempre o quasi luce naturale in giorni di cielo coperto, infatti trovo molto fastidiose eventuali zone di pareti e soffitti direttamente illuminate dal sole e cerco sempre di evitarle, come pure i forti contrasti in corrispondenza delle aperture di finestre e lucernari; inoltre valuto con molta attenzione l’integrazione con la luce artificiale disponibile e a volte realizzo due scatti, con e senza, riservandomi poi una più precisa valutazione in post.

In casi rarissimi ho integrato la luce disponibile con un flash da studio in configurazione barebulb e con tecnica multilampo per ottenere una buona diffusione della luce.

Un altro elemento tecnico importantissimo è il materiale sensibile, prediligo il negativo colore a basso contrasto e con grana fine, non solo per avere buona gamma tonale e buon dettaglio, ma in particolare per ottimizzare l’acquisizione dell’immagine tramite filmscanner, come dirò meglio più avanti.

L’interazione tra la luce disponibile e il materiale sensibile porta direttamente a parlare della misura dell’esposizione, altro elemento tecnico di estrema importanza, per il quale mi avvalgo di un esposimetro manuale a luce riflessa con sensibilità particolarmente estesa nelle basse luci, nel caso di uso della luce lampo impiego invece un esposimetro flash  con possibilità di effettuare misure miste e calcolare l’esposizione multilampo.

AVB: Sei un autore che si cimenta in più generi fotografici, come sei arrivato alla fotografia zenitale? Cosa ti attrae in questo genere?

FZ: Nella firma automatica del mio profilo in alcuni forum fotografici che frequento, ho scritto: “l’importante è fare Fotografia, non fotografie”, da intendersi nel senso più ampio. La premessa è per dire che mi diletto in più generi giusto per diletto, realizzare “fotografie” per me è sempre piacevole, qualunque sia l’apparecchio, pure uno smartphone.

La fotografia zenitale di architettura invece per me è “Fotografia”, l’unico genere che dal 2008 pratico seriamente e non per puro diletto, l’unico al quale dedico tempo ed energie senza risparmio e che mi restituisce piacere quasi viscerale.

AVB: Di quali strumenti ti avvali, tipo di macchina fotografica, obiettivi, post produzione?

FZ: In primis la fotocamera Zeta, nata appositamente per questo genere e con le dotazioni necessarie per superare i difetti congeniti di una normale fotocamera usata in modalità zenitale, cioè poter essere facilmente disposta in verticale, poter essere livellata con precisione e -soprattutto- avere la capacità di raccogliere sul materiale sensibile tutta l’immagine prodotta dall’obiettivo, senza la costrizione di un formato, rettangolare o quadrato che sia.

Per l’ottica ho adottato il Voigtlaender Ultra Wide Heliar 12mm/5,6 con innesto a vite M39, che ritengo il miglior supergrandangolare rettilineare normalmente reperibile sul mercato per fotocamere 35mm, un piccolo gioiello quasi totalmente esente da distorsione.

Il materiale sensibile che utilizzo normalmente è la pellicola 120 negativa a colori di bassa sensibilità, in un magazzino tipo Hasselblad formato 6×6, che successivamente acquisisco con un filmscanner per medio formato.

Un sensore di formato utile per le mie esigenze non esiste ancora e dubito che possa esistere a breve, non solo, non è detto che sia utilizzabile in modo soddisfacente con l’obiettivo che ho adottato, perciò la scelta iniziale di impiegare pellicola è tuttora valida e al momento non ha alternative.

 AVB: Hai nel breve periodo dei progetti fotografici di cui ti stai occupando o che vorresti mettere a punto?

FZ: Direi scaramanticamente che al momento non ho progetti definiti, ma solo alcune idee e vari sogni nel cassetto. Tra questi poter fotografare, in Italia, alcuni ambienti esclusivi e quasi inaccessibili poi un bel giro nel gotico francese e nell’architettura moresca spagnola, infine un lungo viaggio in Iran con tappa intermedia a Istanbul.

AVB: Per finire, si percepisce nel tuo lavoro e nelle tue parole molta passione per ciò che fai, cosa ti sentiresti di suggerire a coloro che inesperti vogliano approcciare la fotografia?

FZ: Molto sinceramente, non mi ritengo e neppure mi sento un fotografo, mi sento un architetto che ha coltivato un interesse molto particolare e sviluppato il procedimento fotografico per concretizzarlo, non credo però che sia alla portata di chi per la prima volta si avvicina alla fotografia.

In termini generali potrei dare dei suggerimenti e consigli come tanti se ne trovano sia in rete che in libreria, ma sinceramente preferisco astenermi. Sono però sempre disponibile a condividere la mia esperienza con chi fosse realmente interessato al genere.

AVB: Franco, a noi non resta che ringraziarti per averci accompagnato in questo affascinante viaggio nella tua fotografia.

AM: Grazie a voi per l’opportunità che mi avete concesso ed un saluto a tutti gli amici di ArteVitae!


Le fotografie zenitali di Franco Zampetti sono visibili a questo link.

Alcune fotocomposizioni in dissolvenza sono visibili a questo link.


Photogallery di Franco Zampetti

2 Replies to “Intervista con Franco Zampetti”

  1. Bella intervista. E’ entusiasmante coltivare una passione, anche in ambito estremamente specialistico.
    Risultati come questi poi premiano sempre.
    Faccio parte anch’io della schiera di quelli che hanno ereditato la passione dal padre. Saluti.

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