Ingolositi dal bianco e nero, la nuova “Nutella” fotografica

Il bianco e nero, si sa, è considerato il passepartout per la fotografia di contenuto, quella che invita a riflettere sul significato delle immagini. Non usiamolo a sproposito.

di Rita Manganello

Foto di Cristiana Zamboni

Incontro in un circolo fotografico di ottima reputazione una volonterosa signora, fotoamatrice nata con il digitale; così si presenta.

Una persona impegnata in viaggi in Estremo Oriente, per un suo precipuo interesse verso realtà lontane dall’Occidente,  interessate da una grande affluenza di turisti.

L’intento della brava fotoamatrice è quello di realizzare reportage di carattere etnografico, quale suo attuale progetto fotografico.

Le fotografie sono eseguite in digitale con tutti i criteri dell’accuratezza, rigorosamente in bianco e nero e con post-produzione un po’ troppo marcata per i miei gusti.

Ora il bianco e nero, si sa, è considerato a ragione ma anche a torto, il passepartout per la fotografia di contenuto, quella che invita a riflettere sul significato delle immagini, prive di colore considerato distraente, e le più disparate argomentazioni a seguire. Il bianco e nero, una sorta di Nutella fotografica che provoca attacchi di golosità incontrollati nei fotografi meno esperti, di fatto fa parte della sintassi dell’immagine e non deve essere usato a sproposito.

Peccato che l’entusiasmo dei fotoamatori trascenda, talvolta, il giusto equilibrio che si dovrebbe collocare tra le buone intenzioni e la realtà che si sta considerando.

Immagino abbiate sentito parlare del Kumbh Mela, raduno religioso di matrice induista, che muove masse di pellegrini; migliaia di chilometri percorsi per purificarsi nelle acque del Gange, del Godavari, dello Shipra e del Sangam, a rotazione: i luoghi più sacri dell’India. La cerimonia avviene ogni 12 anni ma anche meno, non esiste una rigida pianificazione per via di svariate considerazioni di carattere religioso e astrologico.

Ne parlò anche Mark Twain, reduce dal Kumbh Mela del 1895:

It is wonderful, the power of a faith like that, that can make multitudes upon multitudes of the old and weak and the young and frail enter without hesitation or complaint upon such incredible journeys and endure the resultant miseries without repining. It is done in love, or it is done in fear; I do not know which it is. No matter what the impulse is, the act born of it is beyond imagination, marvelous to our kind of people, the cold whites.

Imponente.

Dalle parole di Mark Twain, è facile immaginare l’emozione, la solennità dell’evento, qualcosa di memorabile.
Appare dunque comprensibile l’esigenza dei fotoamatori di oggi di realizzare scatti all’altezza della situazione; d’altro canto non è semplice dare carattere a un soggetto così inflazionato. Teniamo presente quanti, nel corso del tempo, hanno fotografato questa cerimonia da qui la convinzione che un bianco e nero più selettivo e mirato al ‘gesto dell’uomo’ (cit.) crei maggiore interesse intorno al soggetto, rendendolo più coinvolgente.

E qui, mi sento in dovere di muovere obiezione contro l’uso indiscriminato del bianco e nero a garanzia di una comunicazione più efficace: non si può generalizzare un principio che piega l’estetica in modo indiscriminato, rendendo subalterni altri elementi che meritano attenta considerazione, quando questo principio è acquisito per sentito dire.
Alcune immagini beneficiano del trattamento in bianco e nero funzionale all’astrazione richiesta dal soggetto; nel caso citato – il pellegrinaggio del Kumbh Mela – i fatti si svolgono in India, paese ricco di colore. Perché eliminarlo? Fa parte integrante della cultura di quella gente in quel Paese: in questo caso il colore  è dirimente.

A meno che il tratteggio dei soggetti benefici di un’abilità particolare nel passaggio dalla sintassi alla semantica, al punto di distaccarsi dal luogo comune e innalzarsi verso trasfigurazioni difficilmente realizzabili. Qui si richiede un talento superiore nel pensiero e nella tecnica. Certo, se pensiamo a Genesi di Salgado, ai paesaggi metafisici di Minor White o quelli intensi e contrastati di Ansel Adams, viene spontaneo sentirsi emuli di tanta grandezza; ma nel nostro apprendistato fotografico è meglio volare basso e limitarsi a un’onesta rappresentazione dei nostri soggetti, evitando di cadere in virtuosismi controproducenti: in tal caso l’oblio sarà il migliore dei destini.

 


Note biografiche sull’autrice

Rita è milanese di nascita, amante della fotografia e del cinema da quando ha memoria. Dopo gli studi classici e la Scuola di Giornalismo, ha lavorato in società multinazionali di primaria importanza nell’area della comunicazione e delle risorse umane, maturando un profilo professionale che le consente, oggi, di avere uno sguardo aperto alla contemporaneità. Giunta a fine carriera torna a dedicarsi alle passioni di un tempo fra cui la fotografia, il cinema, l’arte e la letteratura. Alterna l’attività di esplorazione fotografica a quella redazionale e si occupa di lettura dell’immagine per i colleghi fotografi.

[Ndr]:T utte le immagini contenute in questo articolo sono coperte dal diritto d’autore e sono state gentilmente concesse da Cristiana Zamboni e Gaetano Poccetti© (segnatamente quelle relative al Kumbh Mela) ad ArteVitae per la realizzazione di quest’articolo.)

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