In vino veritas? Dipende! – Racconto breve di Daniela Luisa Bonalume

In vino veritas? Dipende! è il nuovo racconto breve scritto da Daniela Bonalume per la raccolta “Suggestive Evasioni”. Una lettura veloce, intensa e dal finale bruciante, quello che non ti aspetti e ti sorprende sempre. Una storia bonsai che concentra la trama in pochi, avvincenti paragrafi. Da leggere in un respiro.

di Daniela Luisa Bonalume

Fabio era lì per terra, sdraiato con le braccine incrociate sul petto. Aveva gli occhi chiusi e il visetto tutto bianco con le occhiaie verdi, incorniciato dai capelli biondi tagliati a spazzola. I fili d’erba gli solleticavano i padiglioni auricolari, ma lui non se ne accorgeva neppure.
Stava lì, sdraiato, con le gambette unite, i jeans erano umidi e il maglioncino giallo tutto sporco di terra e di erba.

Stava lì anche Marinella, la sua cuginetta di due anni più grande, era biondina anche lei ma gli occhi erano aperti, ed erano azzurri come il cielo nei giorni di tramontana. Frequentava la terza elementare e il pomeriggio, di solito, dopo i compiti andava a chiamare Fabio che, invece, andava ancora all’asilo, e giocavano fino a che non calava il buio.

Poi, ognuno, tornava a casa propria. Marinella era inginocchiata e china sul corpicino immobile del cugino, si strofinava i palmi delle manine sul volto e tra le dita allargate lo spiava, sperando di carpirne un suono, una parola, un movimento. Le sue ginocchia erano marroni e verdi di fango, non riusciva nemmeno a stare in piedi e proprio per questo si era inginocchiata.

Aveva preso a scuotere il bambino, si stava avvicinando l’ora di rientrare e, quando già in passato era capitato di fare tardi, tutto il parentado si era messo alla ricerca dei due, fatto che poi lasciava le sue belle tracce sul sedere dei frugoletti.

Povera Marinella, il suo cuore non era preparato a consumare questa tragedia. Ogni tanto lo toccava sulla fronte come per sentirne la temperatura, e piangeva. Piangeva e malediva quel pomeriggio.

Che ne sarebbe stato di lei, ora?
E di Fabietto?

Era tutta rossa, gli occhietti le bruciavano, le faceva male lo stomaco e le girava anche un po’ la testa, forse per la paura perché intanto il sole stava calando ed iniziava a fare freddo. Piangeva, singhiozzava, ruttava e malediva quel momento di prima, quando aveva recuperato il suo adorato cuginetto dalla casa di zia Andreina, la sorella della mamma.

Già dal giorno prima, il programma prevedeva una passeggiatina al torrente lì vicino a casa, tra i castagni e i faggi, per raccogliere ricci pieni di frutti e ciclamini.

Prima di inoltrarsi lungo il sentiero verso la valle della ferrovia, i due cuginetti passarono da casa di Marinella, la mamma aveva preparato per loro una torta di pere e cioccolato e ne aveva incartate due fette per la merenda. Col loro sacchettino in mano se ne andarono scendendo le scale, attraversarono il giardino passando dal patio.

Sentirono una puzza, ma un odore, anzi: un profumo, videro il papà seduto dietro a una damigiana piena di vino rosso, e lo stava imbottigliando dentro fiaschi tondi tondi e ricoperti di paglia gialla.

Intesa fulminea: i due monelli trafugarono l’ambìto elisir… e via, le gambette veloci allontanarono i ladruncoli col loro bottino prima che il papà se ne potesse accorgere. Raggiunsero il prato a poche centinaia di metri .

Fu festa da matrimonio.

E adesso Marinella malediva la sua temerarietà, piangeva e guardava Fabietto prono sul prato, il mio cuginetto…si sdraiò prona anch’essa e si addormentò accanto a lui, forse solo pochi minuti, ma quando riaprì gli occhi, le buie mani della sera stavano stropicciando la valle.
Si alzò di scatto, prese a scuotere e chiamare Fabio Fabio a bassa voce prima, poi sempre più forte.

Niente.

Fermo e ancora bianco in volto con le occhiaie sempre più verdi.
Aiuto, aiuto, temeva che il cuoricino le uscisse dalle orecchie, tanto lo sentiva battere.
Era certa: Fabietto era morto.

Disperata com’era, con le manine tremanti iniziò a radunare tutte le foglie caduche sul prato lì intorno, piangeva e lo chiamava, a causa delle lacrime non vedeva più.

E lui non rispondeva.
Lei piangeva, lo chiamava e lo ricopriva di foglie. Tutto.

Quando finì, il cumulo era giallo rosso e marrone. Marinella non aveva più lacrime, tremava e singhiozzava. Si inginocchiò di nuovo per baciare la sagoma del cadaverino e recitare l’eterno riposo con le mani giunte guardando il crepuscolo. Pregava anche la Madonna che le facesse il miracolo come a Bernadette a Lourdes, anche Gesù che lo risuscitasse come Lazzaro – aveva appena imparato tutte queste cose al catechismo.

Pensava alla zia Andreina che non aveva più il suo bambino, cosa le avrebbe detto non lo sapeva, avrebbe negato di aver passato il pomeriggio con lui. Avrebbe mentito anche alla mamma. – Fabio è andato a casa da solo, ha cinque anni, ormai è grande!

Tornò verso casa, i lampioni non lontani dal luogo del seppellimento le indicavano la strada. Si fermava sotto ogni luce guardando indietro, poi avanzava un poco e si rifermava, affacciata alla ringhiera del belvedere guardava giù nella valle per trovare il fagottino di foglie colorate avvolto dal buio. Non lo vedeva più, nella sera era sparito anche quello.

Marinella continuò a camminare, allungò il tragitto cambiando percorso un po’ per distrazione e un po’ per paura di prendere le botte. Aveva ancor più timore delle domande della mamma, del papà, della zia e dello zio, di tutti.

– Fabietto sta meglio di noi – avrebbe detto imitando i grandi ai funerali.

– Marinella – sentiva chiamare lontano – Marinella -.
Con le labbra tremanti, le gote infuocate e con lo stomaco sottosopra affrettò il passo verso un gruppo di persone che le tendevano le braccia.

– Marinella – sussurrò una vocina sottile – la mia cuginetta l’ho
trovata io!!
Fabio la abbracciò forte forte – Avevamo paura che fossi caduta nel torrente.

Anche Marinella abbracciò forte forte il suo Fabietto che, svegliatosi appena dopo, aveva preso la strada di casa, barcollando e mettendo in allarme tutti.

Entrambi tacquero l’accaduto per oltre vent’anni.

Lei riaccostò un calice di vino alle proprie labbra solo quarant’anni dopo.
Poi recuperò tutto il tempo perduto. Ma questa è un’altra storia.


Note biografiche sull’autrice

Daniela Luisa Bonalume è nata a Monza nel 1959. Fin da piccola disegna e dipinge. Consegue la maturità artistica e frequenta un Corso Universitario di Storia dell’Arte. Per anni pratica l’hobby della pittura ad acquerello. Dal 2011 ha scelto di percorrere anche il sentiero della scrittura di racconti e testi teatrali tendenzialmente “tragicomironici”. Pubblicazioni nel 2011, 2012 e 2017.

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