Il viaggio di formazione raccontato dal grande schermo

La nuova puntata del Lungo viaggio del cinema è dedicata al viaggio di formazione  che, quasi sempre, ha per protagonisti i ragazzi.  Quella del viaggio infatti è la più grande metafora mai raccontata e spesso riguarda un momento ben preciso della vita, l’adolescenza: quella linea d’ombra così profonda  e misteriosa oltre la quale ci attende la vita adulta.

di Gabriella Maldini

Stand by me, di Rob Reiner, 1986

Nel 1986 Rob Reiner dirige Stand by me, la trasposizione cinematografica del romanzo di Stephen King ‘The body’. Racconta di quattro ragazzini di una piccola cittadina del Midwest  che, nell’estate del 1959,  finita la scuola, scappano da casa per andare alla ricerca di un misterioso cadavere, il corpo di un ragazzino di cui hanno sentito parlare di nascosto i grandi. Senza dire niente a nessuno, i quattro compagni di scuola, molto diversi fra loro, per carattere ed estrazione sociale, si mettono in cammino sui binari della ferrovia.

Stand by me, 1986

Ed ecco che la metafora del viaggio si avvale di uno dei suoi luoghi più simbolici, quei binari ferroviari che spariscono all’orizzonte e paiono senza fine, carichi di speranze e paure, lanciati verso un ignoto che attrae e spaventa. Il cammino dei ragazzi prosegue poi attraverso un altro luogo altamente simbolico, stavolta dalle radici più antiche, il bosco: illustre metafora dello smarrimento e del pericolo, della minaccia del mondo esterno ma anche, e forse soprattutto, del male (che per Dante era il peccato) e del fato.

Stand by me, di Rob Reiner, 1986

Il bosco, luogo intricato e dominato dall’ombra, è il simbolo naturale di quel grande mistero che è la vita, e soprattutto la morte. Ciò che spinge i quattro ragazzini ad affrontare il viaggio, infatti, è il desiderio di vedere il corpo (the body) del loro coetaneo; dunque il desiderio, più o meno inconscio, di confrontarsi con la morte, di guardarla in faccia; di farne, per quanto possibile, esperienza. Perché a dodici anni la morte è più che mai un immenso mistero, allo stesso tempo spaventoso e attraente.

Stand by me, 1986

Su quanto l’essere umano sia, da sempre, attratto dalla paura e addirittura ne tragga piacere, autori letterari come Edgar Allan Poe e Arthur Conan Doyle avevano già capito tutto. In ambito cinematografico il primo a capire che la paura è un piacere fu Alfred Hitchcock che, infatti, non è un autore di gialli ma il creatore e maestro assoluto della suspense. Nel film di Rob Reiner la scoperta del corpo segna allo stesso tempo la fine del viaggio e dell’età dell’innocenza. Sulla via del ritorno, la voce fuori campo del protagonista dice

‘Molti pensieri si affollavano nella nostra mente, ma nessuno parlava. Camminammo tutta la notte e arrivammo a Castel Rock alle cinque di una domenica mattina. Eravamo stati via solo due giorni, eppure la città sembrava diversa, più piccola.’

In realtà sono loro a essere diventati più grandi.

Stand by me, di Rob Reiner, 1986

Cambiando completamente stile, un film – documentario del 2013 ha proposto il rapporto fra viaggio e infanzia/adolescenza in modo straordinariamente semplice e originale; si tratta di ‘Io vado a scuola’ del francese Pascal Plisson, che ci mostra il cammino che, in diverse parti del terzo mondo, alcuni bambini devono fare ogni giorno per andare a scuola.

Quello che per molti coetanei del mondo occidentale è il percorso più banale e noioso, qui costituisce una vera avventura, un viaggio incredibile, fatto di fatica e pericolo, attesa e coraggio. Un cammino quotidiano in cui affrontare gli incontri più imprevedibili e fare le esperienze più diverse. Un viaggio in cui scoprire il mondo e diventare se stessi.

Il momento cardine del vero viaggio infatti è il cambiamento. Pensiamoci, quasi sempre la storia di un viaggio è la storia di un cambiamento. Soprattutto al cinema. Naturalmente si tratta sempre di una trasformazione in positivo, poiché per lo spettatore questo è il movimento più liberatorio e gratificante. Nella realtà, lo sappiamo, si cambia spesso in peggio, ma questa è un’altra storia.

I diari della motocicletta, diretto nel 2004 da Walter Salles, racconta di una trasformazione leggendaria, quella del giovane studente di medicina Ernesto Guevara nell’eroico combattente per la libertà degli oppressi di tutto il  mondo. Il film si ispira  a ‘Latinoamericana’, il celebre diario di viaggio scritto da Guevara tra il 1951 e il 1952. Nel film lo vediamo quando, prima di laurearsi, decide di partire su una moto mezzo scassata, insieme al su più caro amico, alla scoperta del suo immenso Paese, un’America Latina di sconfinata bellezza e spaventosa miseria, dove il popolo non ha né pane né diritti.

Sarà un viaggio al cuore della sua terra da cui tornerà profondamente cambiato, lo spartiacque che segnerà la sua seconda nascita, quella presa di coscienza politica che, come lui stesso racconterà anni dopo in una lettera, gli farà abbandonare la cassetta dei medicinali per quella delle munizioni.

Note biografiche sull’autrice

Nata a Forlì nel 1970, dopo il diploma al liceo classico si è laureata in Giurisprudenza presso l’Università di Bologna. Ha svolto un Master in comunicazione a Roma e Milano, poi un corso di Racconto e Romanzo e uno di sceneggiatura cinematografica alla Scuola Holden di Torino. E’ docente di cinema e letteratura e ha diverse collaborazioni in atto, fra cui quella con la libreria Mondadori  di Forlì e le scuole medie, per le quali sta portando avanti un progetto didattico che coinvolge i ragazzi delle classi terze in una ‘lezione cinematografica’ sul rapporto umano e formativo che unisce allievo e insegnante. Nel maggio 2018 è uscito il suo primo libro, edito da Carta canta, dal titolo ‘I narratori della modernità’, un saggio di letteratura francese dedicato a Balzac, Flaubert, Zola e Maupassant come quei grandi padri della letteratura che per primi hanno colto la nascita del mondo moderno. Ha da poco iniziato a collaborare con il Festival internazionale del cortometraggio, Sedicicorto.

Per ArteVitae scrive nella sezione Cinema e TV.

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