Il Sacrificio del cervo sacro, un film di Yorgos Lanthimos

Il Sacrificio del cervo sacro, l’ultimo film diretto dal regista greco Yorgos Lanthimos, con Colin Farrell e Nicole Kidman. #artevitae

di Rita Manganello

Il sacrificio del cervo sacro – Cast e regista a Cannes. Il film riceve il premio per la migliore sceneggiatura

Una famiglia claustrofobica, arida nei sentimenti e implacabilmente avvezza a una socialità di facciata in una Cincinnati qualunque, teatro inconsapevole della tragedia familiare.

Non a caso teatro e tragedia, un voluto richiamo all’opera di Euripide Ifigenia in Aulide?

L’inespressivo Colin Farrell, perfetto nei panni di Steven Murphy, è un cardiochirurgo tormentato da trascorsi di dubbia correttezza professionale nel condurre operazioni sotto l’effetto dell’alcol. Murphy è munito di gelida consorte con la quale fa sesso definito ‘anestesia totale’…giusto per farci intendere che i coniugi non bruciano di passione.

Nicole Kidman si presenta nel ruolo di oftalmologa, moglie di Steven e madre normativa di Kim, figlia adolescente smarrita nella proiezione speculare e indecisa se perdersi nella disidentificazione come via di salvezza. Il fratellino dodicenne Bob, figura dapprima insignificante, assumerà spessore nel corso delle vicende.

Il film di Yorgos Lanthimos – lo ricordiamo per il grottesco The Lobster uscito nel 2015 – apre con un’inquadratura anatomica di un cuore che pulsa su di un tavolo operatorio. Un incipit che forse vuole fornirci un indizio sulla qualità relazionale di rapporti familiari che soffrono di un’emotività turbata, distante, timorosa. Non è forse il cuore la sede dei sentimenti secondo l’immaginario collettivo ?

In questo scenario tormentato si innesta un personaggio che darà corpo all’allegoria tratteggiata dall’autore. Martin, coetaneo e compagno di scuola di Kim, entra subdolamente a far parte della disforia familiare accentuandone l’effetto di progressivo sfaldamento, straniamento e morte sacrificale.

Martin riesce gradualmente a intrappolare in una situazione senza via d’uscita, dapprima Steven, incerto nel ruolo di capofamiglia, fino a mettere sotto scacco l’intero sistema familiare già corrotto al suo interno. Martin è orfano del padre morto durante uno sventurato intervento eseguito da Steven, al quale dimostra un insano attaccamento.

Il proposito di Lanthimos sembra essere quello di pescare nella psicologia del profondo e lo fa con un sommesso incedere in un ambito non suo, evitando grossolani inciampi in una materia così complessa. Ne ho parlato con Ariella Williams, amica psicologa esperta in psicoterapia familiare e relazionale, della quale riporto il parere specialistico:

Martin è l’Id, (l’inconscio N.d.R) nè buono nè cattivo. È il lato oscuro di Steven, il catalizzatore di quello che è già nella sua coscienza colpevole, vanamente represso attraverso i rituali domestici e professionali.
Steven davanti alla minaccia di perdere tutto, e se stesso, sceglie il proprio operato in base al codice della sopravvivenza, sua e del sistema che ha creato. Quindi quello che accade non è colpa di Martin ma delle scelte di Steven e del resto del sistema che deve ritrovare l’omeostasi.
È uno di quei film su cui costruire molte interpretazioni; ti mette a disagio perché porta alla coscienza associazioni scomode e soprattutto perché la mancanza di sentimenti tra i protagonisti (ci sono solo poche emozioni, anche quelle controllate) non porta a una vera catarsi, ma solo a una soluzione di convenienza.

Qualche dialogo scarno tra i soggetti a base di trivialità del quotidiano vorrebbe rassicurare i membri della famiglia Murphy, Martin compreso, che la normalità è un elemento stabile della loro esistenza, a dispetto dell’evidente paralisi isterica di Kim e Bob.

Compiuto il necessario rituale apparentemente risolutore, tutto rientra nei ranghi e la vita continua; ce lo suggerisce l’ultima emblematica scena al diner.
Quando il cinema si interessa alle dinamiche relazionali, in particolare quelle familiari solitamente cariche di un’inquietudine che si stenta a elaborare, il risultato può essere sorprendente per la qualità narrativa e gli interrogativi che sollecita; altrimenti il deragliamento verso psicodrammi di scarsa rilevanza è la conseguenza più ovvia e riscontrabile. Lascio agli spettatori la valutazione complessiva dell’opera in base all’esperienza o  l’attrazione verso un genere di cinema che non si limita a intrattenere.

Infine, non mi affretterei a fare accostamenti con l’immenso Kubrick per la scelta di musiche già scritte, nel comporre la colonna sonora del film, o l’uso della macchina da presa secondo i criteri del grande maestro; cerchiamo di considerare ogni autore in funzione della sua capacità di fare cinema, senza ricercare filiazioni artistiche che potrebbero risultare arbitrarie.


Note biografiche sull’autrice
Rita è milanese di nascita, amante della fotografia e del cinema da quando ha memoria. Dopo gli studi classici e la Scuola di Giornalismo, ha lavorato in società multinazionali di primaria importanza nell’area della comunicazione e delle risorse umane, maturando un profilo professionale che le consente, oggi, di avere uno sguardo aperto alla contemporaneità. Giunta a fine carriera torna a dedicarsi alle passioni di un tempo fra cui la fotografia, il cinema, l’arte e la letteratura. Alterna l’attività di esplorazione fotografica a quella redazionale e si occupa di lettura dell’immagine per i colleghi fotografi.

Tutte le immagini e i contenuti multimediali presenti in questo articolo sono state prese dal web e sono coperte da diritto d’autore.

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: