Il ruolo – Racconto breve di Daniela Luisa Bonalume – Prima Parte

Il ruolo (prima parte) è un racconto breve scritto da Daniela Bonalume per la raccolta “Suggestive Evasioni”. Una lettura veloce, intensa e dal finale bruciante, quello che non ti aspetti e ti sorprende sempre. Una storia bonsai che concentra la trama in pochi, avvincenti paragrafi. Da leggere in un respiro.

di Daniela Luisa Bonalume

Il ruolo – Prima parte

Porco cane, mi fanno così male i calli… – disse Pierina mentre attraversava il sagrato della chiesa dondolando sottobraccio alla sua amica Fulvia detta Fulìn. Casa sua distava appena un centinaio di metri, ma lei impiegava quasi un quarto d’ora per arrivarci. Camminava così piano che i cani del paese le giravano intorno come una giostra di Montmartre.

Lei si confondeva, i cani le facevano quasi perdere l’equilibrio perciò andava in chiesa aiutandosi col bastone, si sentiva più sicura. Sul bastone appoggiava i suoi sessanta chili e i settant’anni portati male. Perché, si sa, in un paese abitato da pochi, i peccati e i dispiaceri pesano il triplo.

Per andare da cima a fondo del borgo, che era lungo meno di mezzo chilometro, si passava davanti alla casa di Pierina. Era in un cortile pavimentato coi ciottoli di fiume. Lei ha sempre abitato lì, prima insieme ai genitori, poi anche con Paio, il nuovo venuto. Infine, da quando Paio se n’era andato, da sola.

Anche adesso, sebbene rovinata dall’artrosi, sedeva davanti ai gradini di casa sulla seggiola. Sempre la stessa, impagliata sul telaio di legno grosso e scuro. Una di quelle seggiole che ti danno stabilità. Con tutte le gambe lunghe uguali. Che non ballano quando ci sali sopra coi piedi per spolverare i mobili in alto.

Pierina, quando nacque, non era proprio bella bella. Tutti i bambini sono belli, ma lei non tanto. Anche quando sviluppò rimase così.

Superava di poco lo schienale della seggiola, e proprio come quello era larga. Sulla testa portava una pettinatura scura tutta cotonata come un elmetto: in quegli anni era di moda. Sotto la frangetta, il naso era a patata con le narici come nocciole. Gli occhi non si vedevano quasi, nascosti dalle gote pizzùte, rosse come l’uva fragola del suo pergolato. La bocca custodiva un sorriso ingenuo e luminoso, che Pierina riservava a pochi.

In quella terra si andava a lavorare da piccoli e lei, a dodici anni, frequentava il corso d’avviamento al lavoro. Sapeva che, una volta finito il biennio, la tessitura della zona avrebbe ingoiato la sua vita. Il suo destino era quello di spalmarsi per dieci ore al giorno sui telai. Avanti e indietro a controllare i licci o le spole di filo della trama.

E il filo sarebbe stato di pessima qualità. Così che lei, ogni volta, avrebbe dovuto bloccare i telai per riannodare i due capi di filo rotto, salendo ancora di più sulle punte dei piedi già in punta. E la qualità della pezza ne sarebbe stata compromessa.

Già lo sapeva.

In paese, tutte le donne che lavoravano, lavoravano in tessitura. Lei le sentiva parlare lungo la strada mentre tornavano trascinando i piedi, alla fine del turno. Le sentiva imprecare contro il caporeparto che stava loro addosso come un toro da monta. Che le sfiancava e si mangiava tutto il loro guadagno, la bestia!

Cinque lire di multa, quel bastardo, una lira per ogni minuto che sono stata al gabinetto – diceva una, e un’altra: Quel figlio di puttana! Mi si sono rotti quattro fili tutti insieme e mi ha messo la multa di dieci lire sulla paga, perché si è fermata la produzione.

E continuavano a maledire fino a casa, augurando disgrazie e vendette a quel brigante aguzzino che intascava la percentuale a sbafo.

Pierina lo sapeva che i suoi piedi avrebbero sofferto tanto, e anche le sue gambe. Lei era bassa e i telai erano alti, e doveva tenere i tacchi tutto il giorno per controllare i fili delle trame e degli orditi.

I telai erano numerosi e le ore passate nel capannone erano tante. Appena in età, cominciò a lavorare e a soffrire, e a sognare una vita diversa.

Nel cortile abitavano altre famiglie, le case di ringhiera ne ospitavano sette. Ce n’era anche una di panettieri che aveva lo spaccio con la porta sulla strada.

Pierina guardava il loro primogenito Giuseppe.

Quanto le piaceva, Giuseppe, o forse le piaceva di più la vita da prestinaia. Stare dietro il banco tutta la mattina a servire quattro michette o mezzo chilo di pasta lievita. Nel pomeriggio riposare fino alla riapertura del negozio per prendere le torte. Le cuoceva nel forno che a quell’ora era ancora caldo, ma non impegnato per il pane. E poi avrebbe chiacchierato con tutte le clienti che venivano a fare la compera per la loro mensa.

Tutti i giorni, prima del turno, lei andava a salutare Giuseppe attraverso la finestra del forno o al negozio in fondo al cortile. Giuseppe rispondeva per educazione.

Questo, tutti i giorni fino che Pierina non si fece la tinta ai capelli e diventò bionda. Questo perché nel cortile era arrivata Elena la parrucchiera e, sotto le sue mani, parecchie ragazze del borgo avevano cambiato il colore dei capelli. Anche lei l’aveva fatto, sperando che Giuseppe le facesse un sorriso.

E Giuseppe glielo fece, quel sorriso. Le sorrise di giorno fino alla maggiore età di lei, e dopo iniziò a sorriderle anche la sera. Si sorrisero per un bel po’ di tempo fino a che Pierina sparì. Non si sapeva, in paese, dove fosse finita.

Il parroco diceva che aveva cambiato lavoro e che adesso viveva in città. I genitori, invece, dicevano che era malata ai polmoni e stava in cura al mare da certi parenti in Liguria.

Giuseppe si fidanzò con Mariuccia, che lo lumava da tanto tempo, e la sposò.

Nessuno commentò negativamente la repentina sostituzione della fidanzata. I paesani dicevano che Giuseppe aveva fatto bene a mettersi a posto. [….]

Continua….

 

Note biografiche sull’autrice

Daniela Luisa Bonalume è nata a Monza nel 1959. Fin da piccola disegna e dipinge. Consegue la maturità artistica e frequenta un Corso Universitario di Storia dell’Arte. Per anni pratica l’hobby della pittura ad acquerello. Dal 2011 ha scelto di percorrere anche il sentiero della scrittura di racconti e testi teatrali tendenzialmente “tragicomironici”. Pubblicazioni nel 2011, 2012 e 2017.

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