Il lungo viaggio del cinema

Inizia oggi una nuova rubrica dedicata al cinema, e in particolare al suo legame ontologico con il viaggio. Sì, perché da sempre, per il cinema, il viaggio non è solo un oggetto narrativo ma un meraviglioso destino.

di Gabriella Maldini

Easy Rider, 1969

Cinema e viaggio sono intrecciati in modo indissolubile fin dalle origini. Innanzitutto perché la parola cinema deriva dal greco (kinema)e vuol dire movimento;  poi perché

il cinema è la nuova forma d’arte del ventesimo secolo, quella in cui la modernità esprime la sua più vera essenza, il movimento.

Cary Grant in Intrigo internazionale, di Alfred Hitchcock, 1959

Alfred Hitchcock che, nato nel 1899, fu uno dei maestri di cinema più straordinari e amati anche dal grande pubblico, sottolineava sempre come il movimento fosse la sua caratteristica costitutiva più importante, quella più imprescindibile. Per questo, le scene che amava di più erano quelle d’inseguimento, che, ribadiva, esprimevano al massino l’essenza del cinema, il movimento. Per questo, il viaggio è da sempre la storia più raccontata dal grande schermo. Storia e naturalmente metafora (come già in letteratura, da Omero a Dante, da Cervantes a Marco Polo)  perché il vero viaggio, l’unico che meriti di essere raccontato, è sempre duplice: fisico e spirituale, orizzontale, geografico, e verticale, interiore. E in questo duplice senso, da sempre, ogni uomo è viator, viaggiatore.

Uno dei luoghi preferiti del cinema è la strada, che del viaggio esprime il fascino ma anche la fatica, il pericolo e spesso il mistero. E proprio sulla strada, iniziano e si chiudono alcuni dei più grandi film della storia del cinema.  Perché la strada conferisce a quel momento cruciale (l’inizio e la fine)un senso più alto e più ampio, e dunque più forte, indimenticabile.  Nell’incipit di ‘Un posto al sole’, diretto da George Stevens nel 1951, vediamo un giovanissimo Montgomery Clift che fa l’autostop sul bordo di una strada polverosa e a perdita d’occhio, e sulla quale sfrecciano quelle automobili da ricchi che lui, ogni volta, può appena guardare sparire all’orizzonte. Quella strada che lo porterà in città a consumare tragicamente il suo tentativo di un impossibile sogno americano.

Montgomery Clift, Un posto al sole, 1951

Sulla strada si chiude ‘Tempi moderni’ di Chaplin (1936), con le due figurette di lui e lei che si allontano tenendosi per mano, fiduciosi in un domani che ovviamente non vediamo e proprio per questo, insieme a loro,  sogniamo felice.

Sempre on the road, iniziamo a viaggiare in uno dei generi cinematografici più amati e spettacolari: il Road movie.  Nel 1969 Dennis Hopper dirige un film simbolo della controcultura americana iniziata negli anni cinquanta e che sarebbe poi diventato un cult: Easy rider, film tra i più rappresentativi della New Hollywood, in cui il viaggio diviene metafora della grande utopia libertaria esplosa nel 68. Ma allo stesso tempo, è anche, e forse soprattutto, una condanna durissima della ‘normale’ violenza dell’America, quella violenza invisibile che alla fine ucciderà il sogno americano.

Peter Fonda – Easy Rider 1969

Una cosa interessante, e per certi aspetti sorprendente, è che, per Easy rider, Dennis Hopper si ispirò a un film italiano: Il sorpasso, diretto da Dino Risi nel 1962. Film capolavoro e molto innovativo, perché portò la commedia all’italiana su nuovi territori, più difficili e impegnativi, colorandola di nuove ombre e di una durissima, e fino ad allora inedita, critica sociale.

Nella sequenza d’apertura, in perfetto stile nouvelle vague, c’è tutta la nuova Italia del boom: la Roma rapace della speculazione edilizia, la metropoli provinciale spersa nella nuova solitudine delle domeniche d’agosto,  nella quale Risi ci scaraventa a bordo di quell’automobile indimenticabile, simbolo perfetto di un desiderio, una frenesia e una smania di fuga da cui non saremmo più usciti.

Nel quarantenne cinico e spregiudicato Bruno Cortona, interpretato da Vittorio Gassman, Risi incarna il volto aggressivo e cialtrone del nuovo Paese del boom, fatto di spacconate, ignoranza e volgarità. Mentre nello studente riservato e insicuro, impersonato da Trintignant, mostra la parte pulita e disarmata di un mondo destinato a soccombere all’arroganza di tempi nuovi che non permettono né educazione, né poesia. E tutto questo, il film lo racconta sulla strada, viaggiando a bordo di una spider che scorrazza spavalda e spericolata, favolosa metafora di un paese che ha appena dato il primo morso alla mela avvelenata del benessere.

Lo scavo psicologico dei protagonisti (in cui si sente tutta la specializzazione di Risi in psichiatria)si sviluppa e cresce insieme alla freccia del contachilometri, in un’alternanza interno/esterno, mente/corpo, che incalza lo spettatore fino all’ultimo, a quel sorpasso in cui finisce tutto, anche il sorriso beffardo di Bruno Cortona.


Note biografiche sull’autrice

Nata a Forlì nel 1970, dopo il diploma al liceo Classico si è laureata in Giurisprudenza presso l’Università di Bologna. Ha svolto un Master in Comunicazione a Roma e Milano, poi un corso di Racconto e Romanzo e uno di Sceneggiatura cinematografica alla Scuola Holden di Torino. E’ docente di cinema e letteratura e ha diverse collaborazioni in atto, fra cui quella con Università Aperta di Imola, la libreria Mondadori di Forlì e le scuole medie, per le quali sta portando avanti un progetto didattico che coinvolge i ragazzi delle classi terze in una ‘lezione cinematografica’ sul rapporto umano e formativo che unisce allievo e insegnante. Nell’aprile dello scorso anno è uscito il suo primo libro, edito da CartaCanta, dal titolo ‘I narratori della modernità’, un saggio di letteratura francese dedicato a Balzac, Flaubert, Zola e Maupassant, come quei grandi padri della letteratura che per primi hanno raccontato la nascita del mondo moderno.

Per  ArteVitae scrive nella sezione Cinema e TV.


Immagini e video inclusi in questo articolo sono stati reperiti in rete a puro titolo esplicativo e possono essere soggetti a copyright. L’intento di questo blog è solo didattico e informativo.

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