Vento di Soave, il documentario italiano premiato a Toronto

Il consueto appuntamento con l’approfondimento del lavoro fotografico dell’autore del mese, fa oggi spazio ad un ospite d’eccezione, il regista e sociologo salentino Corrado Punzi che con il suo documentario “Vento di Soave”, ha appena trionfato a Toronto.

di Luigi Coluccia

La questione ambientale è oggi più che mai nell’agenda dei grandi paesi industrializzati, consapevoli che solo un’azione di rottura con gli schemi del passato possa evitare danni permanenti ed irreversibili all’ecosistema. “Vento di Soave”, documentario del regista e sociologo Corrado Punzi, ha l’ardire di porre l’accento proprio su questa controversa questione.

Si è appena aggiudicato il Gran Premio della Giuria “Best International Feature”, nella prestigiosa sezione “International Spectrum” del festival Hot Docs Canadian International Documentry – il più prestigioso festival di documentari del Nord America – con la seguente motivazione:

“Con la sua epopea e i dettagli personali, questa sottile esposizione del degrado ambientale conquista gli spettatori con l’inaspettata potenza di composizioni eleganti e spirito pungente “.

Prima di questa affermazione internazionale, era stato già selezionato in concorso al 35° Torino Film Festival, nella sezione Italiana.doc. E’ stato prodotto dalla Fluid Produzioni di Davide Barletti e dal collettivo cinematografico Muud Film, con il sostegno di Apulia Film Commission. La troupe è interamente pugliese e vede come coautore del regista Corrado Punzi, il giornalista Stefano Martella, che già precedentemente si era occupato di inchieste ambientali sul territorio salentno.  La sceneggiatura è stata firmata invece dal regista in collaborazione con Francesco Lefons.

Il territorio che racconta è stato oggetto di una vera e propria colonizzazione industriale. L’autore ci pone con maestria di fronte alla sempre più evidente contraddizione tipica dell’era moderna, quella che intercorre tra la stringente ed inarrestabile necessità del progresso e del consumo ad ogni costo e l’esigenza, sempre più spesso messa da parte, del rispetto del territorio.

AVB: Corrado, anzitutto grazie per aver accettato il mio invito a raccontarci di questo tuo lavoro. Oggi il privilegio di approfondire i lavori degli autori che passano da questo spazio è ancora più sentito e gradito, grazie alla tua presenza che per me rappresenta un vero valore aggiunto.

CPSono io a ringraziare voi invece, perché è sempre più difficile che ci sia attenzione per il documentario indipendente, soprattutto in Italia, sia per ragioni economico-politiche che culturali.

AVB: Corrado, come nasce l’idea di realizzare questo documentario, come si determina in te la volontà di perseguire e trattare un tema così complesso utilizzando come linguaggio espressivo quello della cinematografia?

CPSono ormai anni che mi nutro osservando la realtà: sia con lo sguardo sociologico sia con quello documentaristico tento di raccontare le sue zone d’ombra, che spesso coincidono con le zone traumatiche, con le ferite sociali che non si vedono, perché coperte dalle bende doppie dell’in-trattenimento. Non decido a tavolino quale sia la storia migliore da raccontare, perché in genere sono le storie, nella loro urgenza, a venire da me: in Salento, negli ultimi anni, c’è stata una esplosione di casi di tumori, leucemie e malformazioni neonatali, ma nessuno ne parla, perché è molto più comodo e conveniente pensare di essere in uno dei posti migliori d’Italia, promuovere le bellezze del territorio e attirare più turisti, per respirare il vento dello sviluppo. La realtà è che stiamo respirando il vento di un inquinamento industriale che è ormai insostenibile.

AVB: Credi che “Vento di Soave” possa rimanere un progetto di denuncia a se stante o possa piuttosto avere seguito con altri progetti di sensibilizzazione sul tema, magari prendendo come riferimento altri territori?

CPIn molti mi chiedono perché ho raccontato Brindisi e non altre vicende salentine “più attuali”, come la devastazione che sta avvenendo con la costruzione del gasdotto Tap o come la vicenda della Xilella, l’infezione che ha colpito migliaia di ulivi e che sta comportando l’imposizione europea del loro abbattimento e l’uso massivo di pesticidi. Così mi incoraggiano a guardare e raccontare il presente, come se avesse maggiore valore o dignità, ognuno suggerendomi cosa raccontare.

Io, però, credo che sia molto complesso e scivoloso raccontare il tempo in cui si vive. D’altra parte il cinema è grande quando riesce a essere universale, al di là del tempo storico che decide di raccontare. Non credo poi sia necessario né utile parlare più volte di uno stesso tema: io non sono un giornalista. Un documentarista o un sociologo deve essere in grado di raccontare storie universali, valide nel passato come nel presente, nel sud Italia come nel Nord del mondo.

E se ci riesce, non c’è bisogno di ripetersi. Inoltre, le Centrali Eni e Enel di Brindisi non sono il passato, ma il presente: raccontare come la retorica sviluppista le ha rese e le rende ancora possibili significa anche guardare il presente e, purtroppo, anche il futuro. Ciò che mi interessa è avere sensibilità per ciò accade e capire qual è la forma migliore per raccontarlo.

Vento di soave, il titolo scelto per il Documentario, si rifà all’espressione con cui Dante Alighieri definisce l’imperatore Svevo Federico II, che conquistò l’Italia meridionale e al suo impetuoso incedere alla conquista. Anche la Centrale Enel di Brindisi, prende in prestito il nome proprio dall’Imperatore Svevo.

Quest’è la luce de la gran Costanza che del secondo vento di Soave generò ‘l terzo e l’ultima possanza.

Con queste parole Dante nel Canto III del Paradiso, accomuna il dominio della dinastia Sveva alla potenza impetuosa del vento.

Vento di Soave insomma, proprio in riferimento al titolo scelto, si pone come scopo quello di evidenziare il netto contrasto esistente tra i fasti vissuti dal territorio brindisino all’epoca di Federico II per poi contrapporli a quelli meno fortunati dei nostri giorni in cui il suo declino dal punto di vista socio sanitario e culturale è sotto gli occhi di tutti.

L’incidenza di malattie quali i tumori e le leucemie infatti, in territori in cui insistono realtà industriali così imponenti, è di gran lunga superiore rispetto a quello di altre realtà che invece ne sono prive. Ma questo documentario, ha il pregio non secondario di universalizzare un tema affrontandolo da un  punto di vista etnografico, senza cadere mai nella semplificazione che spesso il giornalismo d’inchiesta utilizza come sua matrice.

La forza di questo Documentario risiede nel fatto che riesce a porre l’accento sulla questione ambientale, senza tuttavia esprimere un giudizio in merito. Lo fa con l’onestà intellettuale di dare voce a tutte le parti in causa, spingendo così il fruitore alla riflessione senza suggerirla, riuscendo a stimolare un pensiero che possa essere quanto più spontaneo possibile.

Il disastro viene presentato in maniera molto forte, così come le contraddizioni di un territorio economicamente depresso. I giganti industriali che sono i protagonisti di questa storia sono: il petrolchimico Eni e la centrale a carbone Enel, situata a Cerano.

AVB: Ti aspettavi un riconoscimento così prestigioso? Quando hai cominciato a lavorare a questo progetto ne avevi già intuito le potenzialità o le hai maturate strada facendo?

CPNo, devo essere sincero, non mi aspettavo un tale riconoscimento, perché l’Hot docs è davvero uno dei festival più importanti del documentario nel mondo: gareggi con 200 altri documentari provenienti da 54 paesi diversi e sto parlando solo dei film selezionati. Aver ricevuto un premio così importante significa che si è lavorato bene e si è riusciti a raccontare una storia che non parla solo di Brindisi e di alcune specifiche centrali.

Io ho fortemente creduto in questa storia sin dall’inizio, ma quando si pensa e si gira un film, non lo si fa per un eventuale riconoscimento, ma perché si crede nell’urgenza di voler raccontare una determinata storia. Il premio è solo la gratificazione finale, ma non si può sempre vincere, né essere motivati da quello. Il movente è e rimane la passione per le storie, per il racconto del reale, con la convinzione che oggi è il racconto del reale quello che, paradossalmente, può mostrarci meglio gli aspetti surreali della realtà.

AVB: Quali sono state le difficoltà oggettive che hai incontrato nella sua realizzazione?

CP: L’elenco delle difficoltà sarebbe lunghissimo. Quando vinci un premio sono tutti pronti a salire sul carro del vincitore: tutti sono sempre stati lì accanto a te e ci hanno sempre creduto. La realtà è che questi film si fanno da soli, costruendo piccole comunità, piccole troupe di sognatori e di combattenti. Raccontare le grandi industrie e provare a entrare dentro una delle centrali più grandi d’Europa, come noi abbiamo fatto, è un po’ come riproporre la lotta tra Davide e Golia.

Ma quando si riesce a guardare negli occhi Golia, a mostrare il suo volto, la soddisfazione è enorme. Ancor di più quando riesci a instillare il dubbio che Golia è entrato nelle nostre stesse vene, che siamo stati noi a spalancargli le porte di casa nostra: insomma, che non ci sono sempre o vittime o carnefici, ma spesso complici.

All’inizio è stato difficilissimo trovare consensi e soldi. Poi, con la convinzione e la perseveranza siamo riusciti a trovare degli sponsor iniziali e così ad accedere al finanziamento fondamentale dell’Apulia Film Commission. Sarebbe bello poter pensare solo al lavoro artistico, ma la verità è che, quasi sempre, un regista di documentari è costretto a pensare e lavorare a tutti gli aspetti produttivi e il rischio è arrivare scarico nelle fasi più creative del film.

AVB: Quali sono, se ci sono, gli autori cinematografici a cui ti ispiri nel tuo lavoro?

CP: La produzione cinematografica è così ampia e affascinante che per me è davvero riduttivo rispondere a una domanda del genere, anche perché spesso si attinge più dai singoli film che dagli autori. Ma se mi devo forzare nel rispondere, posso cercare di farlo recuperando nella memoria soprattutto i registi che mi hanno scolpito quando ho iniziato ad appassionarmi a questo lavoro: molto cinema italiano, innanzitutto di fiction: Fellini per la sua capacità visionaria, Antonioni per la abilità di creare suspence all’interno dell’inquadratura stessa, poi Petri e il suo capolavoro con Gian Maria Volonté, Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto; ma anche il cinema francese e su tutti la dirompenza di Godard.

Poi, nel documentario, De Seta, la teoria del pedinamento zavattiniano, Ivens, Herzog, Oppenheimer, fino a Ulrich Seidl e Gianfranco Rosi e al carattere documentaristico del cinema di finzione di Garrone. Ora mi piace un cinema che superi assolutamente il confine tra cinema e finzione, perché credo che il documentario sia più una metodologia di lavoro piuttosto che una specifica tipologia cinematografica.

Il vento giunge allora a noi soave, restituendoci gli intrecci della storia dei quattro protagonisti in grado di offrirci due spaccati differenti rispetto allo stesso scenario. Due contadini che coltivano le terre proprio in prossimità del petrolchimico, un operaio che si distingue per la sua duplice veste di operatore del petrolchimico e ambientalista e l’addetto stampa pugliese della centrale.

Si trovano quindi contrapposte due diverse volontà:  quella di coloro che sviluppano tutta la loro rete di relazioni sociali ed economiche proprio a ridosso di questi giganti industriali, pur nella consapevolezza degli enormi rischi alla salute e quella di coloro che, rivestendo incarichi istituzionali presso le centrali, tendono a minimizzarne l’impatto ambientale, contrapponendo il crescente fabbisogno di energia dettato dall’incessante progredire della società contemporanea.

 

Il regista e sociologo Corrado Punzi ci propone, facendo leva su un punto d’osservazione privilegiato che si avvale di una posizione molto prossima a queste strutture e di una che addirittura lo vede all’interno all’interno delle stesse, l’opportunità di un’attenta riflessione su un tema sempre d’attualità e mai realmente affrontato.

Osserva da vicino, e per la prima volta anche da dentro, i due giganti. Brindisi è un po’ l’archetipo di un modello di sviluppo insostenibile, tipico di diverse realtà del Sud, come dimostrano anche le recenti vicende dell’Ilva di Taranto e quelle proprie del territorio salentino, da cui il regista proviene, che riguardano la costruzione del gasdotto Tap.

Un territorio a vocazione agricola, che fa i conti con un complesso polo industriale e chimico, in cui ci si può imbattere in meloni gialli che diventano neri per il carbone e piante di carciofi che non si fanno più come una volta, per passare al vento che trasporta i fumi della Centrale Elettrica e del Petrolchimico Eni nell’aria della città. Si combatte quotidianamente anche la dura realtà della malattia e tra tac, pagliacci e canzoni di Frozen, si cerca di strappare un sorriso ai bambini ricoverati in ospedale. 

AVB: Per concludere Corrado, si percepisce nel tuo lavoro e nelle tue parole molta passione per ciò che fai, cosa ti sentiresti di suggerire a coloro che inesperti vogliano avvicinarsi al documentario? Cosa ti ha insegnato la tua esperienza?

CP: Il mio consiglio è assolutamente assecondare la propria passione e alimentarla, con lo studio della teoria cinematografica e la visione di film e di documentari d’autore, in università, nelle scuole di cinema o anche da autodidatta, ma iniziando con l’affiancare altri registi. E poi lanciarsi nel fare, ma non immediatamente nel mostrare. Sperimentare, ma non aver fretta di farsi conoscere.

Ci vuole tempo per trovare un proprio stile e bisogna passare da numerosi tentativi ed errori, che non sempre è necessario esibire. Non bisogna pensare immediatamente di essere arrivati: non bisogna compiere l’errore né di sopravvalutarsi né di sottodimensionarsi, ma è necessario essere estremamente disciplinati nel lavoro, nella gestione dei collaboratori, nell’affiancarsi da gente che possa migliorarci. Ed essere anche estremamente selettivi con le storie da raccontare: non accontentarsi subito della prima storia che viene in mente.

Economicamente a uno scrittore non costa nulla, o quasi, scrivere un racconto; per un regista, invece, realizzare già un cortometraggio può avere un costo notevole e ora la concorrenza è sempre più ampia. Quindi è necessario riflettere a lungo i pro e i contro di ogni storia: il problema è che all’inizio si riesce a farlo solo a posteriori. Un autore, invece, è tanto più maturo quanto più riesce a capire prima le potenzialità di una storia o i limiti e i pregi che potrà avere quando la si rappresenterà registicamente: la maturità è la capacità di immaginarsi, con piena consapevolezza, le potenzialità prima di una storia e poi di un film.

La mia esperienza, però, mi dice anche – e questo è l’aspetto straordinariamente positivo – che è possibile realizzare un film con pochissimi mezzi e in pochissime persone, così come è stato per Vento di soave. Le scuse sono per i perdenti. Poi si potrà avere più o meno fortuna nei festival, ma oggi, se si vuole raccontare cinematograficamente una storia, si può.

AVB: Corrado, non mi resta allora che salutarti e ringraziarti per questa opportunità che mi hai concesso. Ho apprezzato moltissimo alcuni passaggi di questa intensa chiacchierata, sono certo che i nostri lettori resteranno affascinati dal tuo lavoro, dal tuo pensiero e dalla tua storia. Grazie quindi per la tua disponibilità, e in bocca al lupo per i tuoi progetti futuri.

CP: Grazie a voi per l’opportunità offertami ed un affettuoso saluto ai lettori di ArteVitae.


SCHEDA TECNICA

Genere: documentario anno di produzione: 2017 durata: 75 minuti; Nazionalità:  italiana formato: DCP (1:1,77); Colore lingua: italiano, dialetto salentino; Sottotitoli: italiano o inglese.

CREDITI & CAST

Regia: Corrado Punzi soggetto: Stefano Martella e Corrado Punzi sceneggiatura: Francesco Lefons e Corrado Punzi produzione: Fluid produzioni srl; Muud Film montaggio: Cristian Sabatelli direttore della fotografia: Corrado Punzi suono: Gianluigi Gallo scenografia: Luigi Conte mix: Soundwalk Studio produttore: Davide Barletti produttori esecutivi: Stefano Martella e Davide Barletti con il contributo di: Apulia Film Commission (Fondo Regional); Asl Brindisi; Arci Lecce; Comune di Trepuzzi; Unione dei Comuni di Andrano Diso Spongano


Biografia del regista e sociologo Corrado Punzi

Corrado Punzi è nato a Lecce nel 1979. Laureato in Scienze della comunicazione a Bologna con una tesi in cinematografia documentaria, dal 2010 è PhD in Filosofia del diritto presso l’Università del Salento e si occupa di potere e identità, su cui ha scritto le monografie Democrazia come paradosso e Ettore Majorana o del diritto all’alterità. Per Carocci Editore si è occupato delle voci L’inquadratura e Il montaggio all’interno del Dizionario cinematografico.

Ha scritto e diretto diversi cortometraggi e documentari, soprattutto con tematiche sociali: il carcere (I nostri volti, 17 min., 2005), la guerra burundese  tra hutu e tutsi (Petit Pays, 52 min., 2008), le lotte delle lavoratrici salentine del tabacco (Di chi sei figlio, 42 min., 2009), la dittatura cilena (Dove, i miei occhi, 32 min., 2007; Fresia, 75 min., 2013), l’inquinamento ambientale a Taranto (I quattro elementi, 29 min., 2014). E’ membro del collettivo cinematografico indipendente Muud Film.


 

 

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