“Il cassetto aperto”: il testo teatrale

Oggi Artevitae si occupa del testo teatrale “Il cassetto aperto”. La settimana scorsa abbiamo dato risalto ad un evento che ha avuto luogo ad Ostuni e Fasano il 24 e 25 maggio scorso di cui è stata protagonista, tra gli altri, la nostra Daniela Luisa Bonalume.

Abbiamo raccontato di come con l’ausilio dell’avvocato Gianmichele Pavone e della prof.ssa Lucia Grassi poi, sono stati affrontati due giorni di incontri con studenti e associazioni del territorio, rilanciando un messaggio di pace, di speranza, di solidarietà.

Oggi invece, vi proponiamo il testo integrale di questo bellissimo pezzo di teatro scritto appunto da Daniela, “il cassetto aperto”, ispirato dai racconti circa l’esperienza maturata nel campo profughi di Kobane, nel Kurdistan, dal giornalista Ivan Grozny. Un testo coinvolgente, toccante, vibrante, schietto, un pezzo che buca. Arriva. Fa riflettere.

di Daniela Luisa Bonalume.

TESTO DE “Il Cassetto Aperto”, recitato da Davide Semeraro, per la regia di Dario Ubaldo Lacitignola, scritto da Daniela Luisa Bonalume, grazie alla condivisione di una propria esperienza da parte del giornalista Ivan Grozny Compasso.

Personaggi: 2 (anima (A) e reporter (R))

Fondale con proiezione di paesaggio in b/n, all’orizzonte città devastata.

“A” completamente insaccata in tessuto elastico bianco, con due buchi all’altezza delle braccia, dai quali fuoriescono calzando lunghi guanti neri, o similari, e si muovono contemporaneamente indicando l’obbiettivo del recitato- rappresentano le pupille -.

Una luce fissa, ma in continua variazione di colore, è puntata su “A”

Su “R” una piccolissima ma intensa luce illumina le parti che vengono via via citate da “A”, ingrandendosi man mano.

Il monologo è di “A”, i due sono posizionati uno difronte all’altro, e “R” è appoggiato ad una staccionata.

“A”:

Le vedo, le sue scarpe, attraverso i miei due buchini neri

che portano direttamente qui.

A si tocca il cuore

Le vedo, ma non gli apro. Non apro a nessuno.

Sono grandi, troppo grandi, queste scarpe, per poterci giocare.

Non mi fido.

Nelle scarpe grandi, così grandi, c’erano i piedi di quelli.

Ho paura. Paura paura paura!!

Ma queste scarpe  non sono come le scarpe di quelli là,

loro avevano scarpe bianche, e invece queste sono nere.

Per fortuna, non calpestano la terra nello stesso modo.

E se guardo le mie scarpe, le mie sono più piccole.

No, no! Non mi fido delle scarpe grandi.

Preferisco parlare con chi porta scarpe piccole come le mie.

O anche più piccole.

Con loro gioco e  mi sento ancora un bambino. (“A” si stira in un arco dorsale)

Le scarpe piccole come le mie, e anche quelle più piccole, mi martellano fortissimo nella testa, le scarpe piccolissime, mi fanno rotolare. (“A” si gira su se stesso)

Quelle scarpe piccole e piccolissime erano piene di piedini, sempre di corsa sulle strade intorno a casa, sempre a scappare quando le rincorrevo:

all’improvviso ferme, con le suole rivolte al cielo, ognuna con il loro piedino dentro. (“A” si ferma)

Piccole scarpe piene, sull’asfalto, allineate a quelle un pochino più grandi:

scarpe di donne.

Scarpe di donne piene, che si muovevano intorno a casa, scarpe che correvano insieme alle mie ed a quelle più piccole,

scarpe che ballavano, cantavano e saltavano mentre giocavano.

E all’improvviso, anche loro ferme, poi lasciate sull’asfalto, allineate  a quelle più piccole.

Erano scarpe colorate,  e prima di essere allineate, sono state

infangate,

rivoltate,

calpestate,

violentate,

tagliate

abusate,

erano scarpe

gialle

rosse

verdi

blu

e all’improvviso:

un dolore sopra l’altro

un colore sopra l’altro.

Fino a non avere più colore.

Fino a non sentire più dolore.

Sull’asfalto nero, tutte le suole erano nere.

Ma non so perché, queste scarpe, pur grandi e nere che siano, non mi fanno così paura come quelle bianche di quelli là.

I miei buchini neri si staccano dalle sue scarpe e salgono. (fascio di luce sull’orlo dei jeans di “R”)

Mi stringo un po’.

Mi faccio male. (“A” si contorce un pochino)

I pantaloni sono blu.

Blue Jeans.

Le scarpe nere e i jeans, insieme, mi fanno ridere e piangere.

Intorno a casa camminavano lentamente. Anche loro giravano e giocavano

con me e con le altre scarpine,

ogni tanto giocavano a pallone e io tiravo in mezzo a loro..parataaaaa!!!!

Erano piene di piedi più grandi e di gambe più lunghe, non lunghe proprio uguali,

erano gambe un po’ più vecchie, più arcuate, più zoppe, più cucite, più nodose, più traballanti, più stanche.

Sull’asfalto, rivolte verso il cielo come le altre, le suole delle scarpe nere, sotto ai vecchi jeans.

Non come quelli che hanno allineato tutte  le suole,  loro portavano scarpe bianche e pantaloni neri, con tante tasche.

Le suole delle scarpe  bianche, le sento addosso, come fosse adesso.

Le sento sopra di me, che mi schiacciano, mi calpestano, affondano nella mia pancia, lasciano lividi sulla mia pelle . (“A” si accuccia e si muove accucciato)

E vedo le suole piccolissime, piccole, medie e grandi, che giocavano e urlavano.

Sento le scarpe bianche che urlano, solo le scarpe bianche urlavano.

E le altre, quelle allineate, paralizzate, guardavano.

Una sopra l’altra, di tanti colori, ma ora non vedo più nessun colore.

Cerco di scacciare quei tanti dolori, e ora non sento più nessun dolore.

Le sento che scivolano, le scarpe bianche, sulla mia pancia, mi stringo e mi faccio un po’ più male di prima.

Ecco una cinta.  E’  vuota.  E’ una.  E’ colorata blu e nera, come l’Inter.  Sui fianchi. (“A” si rialza e si muove)

Quelli avevano tante cinte, tutte nere, di traverso sulle spalle. Piene di pallottole.

Non finivano mai…

Tante ciascuno, tante, cento, duecento, trecento,

non finivano mai.

Sparavano e ricaricavano.

Sparavano e ricaricavano.

Ricaricavano e sparavano.

Non era un gioco. Caricavano, puntavano e sparavano.

E altre suole si allineavano.

Io non volevo guardare.

Sentivo una cosa pesante sulla testa.

Il guanto sopra la mia testa era nero.

Doveva restare ferma e vedere.

E il guanto nero la schiacciava forte perché non doveva muoversi.

Entrava tutta nel guanto.

Le dita le tenevano aperti gli occhi perché dovevo guardare.

Sopra la mia testa un altro occhio, un telefono cellulare,  inquadrava e registrava.

Il mio genitore fu inginocchiato davanti a me e nella sua testa un colpo secco,

il suo sangue mi ha accecato.

Non voglio parlare con nessuno dalle scarpe grandi.

Chiuso.

 (la luce illumina la maglietta di “R”, che è una maglietta dell’Inter ed ha un pallone in mano, mentre il fascio che illumina “A” diventa a righe rosse e nere”, le braccia coi guanti puntano verso la maglietta difronte).

Non so perché, però, guardo questa maglietta e non sento la paura.

Che familiare questa maglia, come la cintura sui fianchi, quasi come la mia, ma con qualcosa di diverso.

Mi guardo intorno, non c’è nessuno con lui.

E’ solo, ed ha le mani nelle tasche dei jeans.

I jeans sono un pochino meno rotti dei miei, ma sono più sporchi.

Sulle ginocchia tanto fango.

Forse si è dovuto inginocchiare anche lui.

Mi passa per la testa che anche lui è stato messo in ginocchio davanti a piccole suole.

Non si muove. Mi guarda e non toglie le mani dalle tasche.

Sorride.

Chissà cosa avrà da sorridere?!

Non mi piace che i grandi mi ridano in faccia.

Quelli là ridevano a crepapelle tra un urlo e l’altro.

Lui sorride solo.

Senza ridere a crepapelle e senza urlare.

Mi guarda e gli occhi luccicano, i suoi occhi,

Abbiamo magliette diverse, io e lui,  ma con qualcosa di uguale, non sono nuove, sono sporche come quelle di chi si è rotolato per terra.

Io mi rotolo spesso per terra,

mi fa sentire vivo e fanciullo.

Non mi sento di aver paura di lui,

è come se fosse un bambino gigante,

ha i denti come un topolino

i riccioli tutti spettinati e un po’ bagnati

risata di A

lo guardo bene, e lo guardo fisso,

non mi sembra pericoloso, questo adulto

 “A” si allunga verso l’alto e si stira allargando poi con le mani la copertura elasticizzata ancora più a righe rossonere

Mi sembra che sia tutto più sporco di me,

ha più fango addosso,

sembra che si rotoli più di me,

l’occhio di bue si alza dalla maglietta e si sposta verso il fondale, si vedono due occhi ed un sorriso..

risata piena e leggera

Sento che il suo sorriso è sincero,

fanciullone grande grande,

uno sguardo che non tradisce

un uomo che non colpisce

vado?

Vado!

Gli mostro il pallone e finalmente gli chiedo..

“derby?”

“A” tira un calcio al pallone verso il pubblico..

Il video di presentazione

 

Note biografiche sull’autrice

Daniela Luisa Bonalume è nata a Monza nel 1959. Fin da piccola disegna e dipinge. Consegue la maturità artistica e frequenta un Corso Universitario di Storia dell’Arte. Per anni pratica l’hobby della pittura ad acquerello. Dal 2011 ha scelto di percorrere anche il sentiero della scrittura di racconti e testi teatrali tendenzialmente “tragicomironici”. Pubblicazioni nel 2011, 2012 e 2017.

 

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