Il “68”. Zevi, Portoghesi e Rossi. 2^ Puntata

In collaborazione con Diatomea, Artevitae è lieta di ospitare oggi Giorgio Mirabelli con il suo secondo articolo “Il 68. Zevi, Portoghesi e Rossi”. Buona lettura!

Diatomea è una rivista online che, come ArteVitae, ha lo scopo di divulgare e promuovere l’arte in ogni suo contenuto. L’idea della collaborazione nasce dalla volontà di offrire ai nostri lettori un’assortita selezione di argomenti e contenuti, attraverso la pubblicazione di articoli scelti dalla nostra redazione tra quelli già pubblicati o in via di pubblicazione su Diatomea, con lo scopo di ampliare e variegare la già ricca proposta editoriale del Blog #artevitae, contaminandola attraverso una forte sinergia tra le due redazioni.

di Giorgio Mirabelli

Per ricordare Bruno Zevi, uno dei miei “Maestri”. Liberamente tratto dal libro di Giorgio Mirabelli “La coerenza delle contraddizioni.  Architetture 1984-2009 , a cura di Cesare De Sessa – Edizioni Kappa.

 “Il geometra e l’architetto, tra moderno e post-moderno”

 

Questo poteva essere un altro probabile titolo per il libro, per sottolineare l’alto tasso di “schizofrenia” che mi sono ritrovato dentro dopo aver frequentato prima l’Istituto Tecnico per Geometri a Cosenza, dove ho “assaporato nel 1967” anche la mia prima ed unica bocciatura per motivi disciplinari, e la Facoltà di Architettura alla Sapienza di Roma dopo.

Passare da una formazione scolastica, negli anni Sessanta, rigida, anzi direi monolitica sotto l’aspetto tecnico-teorico, ad una frequentazione universitaria, nei primi anni Settanta, improntata ad un caos che appariva stimolante, ad una anarchia che sembrava aprire nuovi e diversi orizzonti, ma con buona parte del corpo docente pronta a sacrificare porzioni di qualità ad una visione troppo ideologica dell’insegnamento, ebbe lo stesso effetto di un “corto circuito”.

Da allora dentro di me, coabitano una parte istintiva/intuitiva e passionale con quella razionale e, purtroppo o per fortuna, è stata quasi sempre quest’ultima ad avere la meglio, soprattutto nell’ambito professionale.

Ho vissuto e vivo spesso questa doppia identità come un novello Dottor Jekyll e Mister Hyde, ma diversamente da quello che succede nel romanzo di Stevenson, queste due anime, pur duellando vigorosamente, non sono mai riuscite ad eliminarsi, anzi, con il passare del tempo hanno cercato, faticosamente, di costruire una civile convivenza.

Del resto, come diceva Franco Basaglia: La follia è una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia”. Ma questa è un’altra storia.

Voglio tornare, invece, a Bruno Zevi e ricordare anche con un po’ di commozione, la sua espressione soddisfatta mentre sostenevo l’esame di Storia dell’architettura II, proiettando sul muro dell’aula delle diapositive sulle New towns inglesi e svedesi. Il suo carisma affascinava noi studenti e la cosa che mi colpiva di più era la capacità di esprimere le sue convinzioni ed il suo modo di vedere l’architettura in maniera diretta, decisa ed efficace, sicuro di sé e di quanto diceva, senza fronzoli e/o tentennamenti, senza ipocrisia.

Ma il problema principale, in quegli anni, non era solo di natura politica, legato al rifiuto dell’esercizio della professione, da parte di molti architetti, per rifugiarsi in una effimera e consolatoria architettura disegnata come sosteneva Portoghesi. C’era, e la frase di Zevi riportata all’inizio ne è forse una inconsapevole autocritica, e forse c’è ancora, se dovessi giudicare dagli incontri di lavoro con le nuove generazioni, un’incapacità e una mancanza di connessione e/o di collegamento tra la dottrina della disciplina architettonica e la sua applicazione nella professione.

Credo che pochi architetti della mia generazione non abbiano provato quel senso di spaesamento e di angoscia nel momento del passaggio, dall’oggi al domani, dalla condizione di studente a quella di libero, si fa per dire, professionista. Con Portoghesi e Gigliotti c’è stato, all’inizio degli anni ‘80’, il primo vero incontro con la professione.

All’interno della Mefit Consulting Engineers, in qualità di collaboratore, ho partecipato alla stesura degli elaborati dei Progetti esecutivi del Nuovo Aeroporto di Khartoum in Sudane della Moschea e del Centro Culturale Islamico di RomaAspetto fondamentale, all’interno dell’iter progettuale, e per certi versi più affascinante, quello del passaggio dalla fase di formulazione dell’idea a quella dell’elaborazione di documenti e disegni adeguati per mettere l’Impresa di costruzione in condizione di realizzare l’opera.

Portoghesi

Ma questa importante esperienza mi catapultò anche all’interno del conflitto, di natura ideologica, che in quel determinato momento storico la cultura architettonica stava vivendo, con l’affermazione del Post-moderno sulle ceneri del Movimento moderno. In Italia, in quegli anni, questo conflitto si era “personificato” anche nelle figure di Paolo Portoghesi da un lato e Bruno Zevi dall’altro. Emotivamente mi sentivo coinvolto, con la stessa sensazione di uno che si trova in mezzo ad un guado.

Da una parte credevo non si dovesse abbandonare il sogno del Movimento moderno, che per certi versi ancora oggi continua a vivere dentro di me, di trasformare il mondo attraverso un nuovo modo di fare architettura.

Dall’altra, anche se con grande rammarico ed una discreta dose di delusione, bisognava prendere atto che quel sogno non si era realizzato, soprattutto perché la ricetta era sbagliata, come ci ha detto la Storia.

Non sono uno storico, né un teorico dell’architettura, esercito solo il mestiere, parola che Ludovico Quaroni pronunciava spesso e che mi è sempre piaciuta molto e forse per questo non riuscivo a capire come si fosse potuto credere, in una nuova e radiosa stagione dell’architettura, rinnegando semplicemente e drasticamente tutto quello che la Storia aveva catalogato e tramandato fino ad allora.

“Ripartire da zero” era stato l’imperativo categorico dei fondatori del Movimento moderno. Ma Brunelleschi, ad esempio, mi sono chiesto più volte, se avesse dovuto ripartire da zero, senza l’esperienza del Gotico, come avrebbe potuto realizzare il capolavoro rinascimentale della cupola di S. Maria del Fiore a Firenze?

Cesare De Sessa sottolinea come attraverso i miei lavori:

“…che non hanno una cifra linguistica definita, traspare una condizione professionale improntata ad una visione laica che rifiuta posizioni dogmatiche per privilegiare un continuo confronto”.

Tutto vero per cui non potevo che condividere la posizione di chi indicava tra le cause della sconfitta del Movimento Moderno, quella di aver sostituito al dogma contro la tradizione storica, quello di adesione allo statuto funzionalista, che stabiliva: “regole universali per la ricerca architettonica capaci di garantire la corrispondenza del nuovo metodo allo spirito dei tempi”. 


Note biografiche sull’autore

Giorgio Mirabelli, architetto, si laurea a Roma presso l’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”. Collabora con P. Portoghesi e V. Gigliotti per il “Nuovo Aeroporto Internazionale di Khartoum (Sudan) e la “Moschea e Centro culturale islamico di Roma”. Nel 1986 diventa responsabile dei progetti della M.C.E. Consulting Engineers collaborando con l’Arch. G. Rebecchini.

Partecipa a numerosi concorsi nazionali ed internazionali, e svolge attività di progettazione in Italia ed all’estero. Numerosi sono i progetti selezionati dall’O.A.R., Ordine degli architetti di Roma, per la partecipazione a Triennali di architettura ed International Roundtable. Autore di libri di architettura, ha raccolto la sua attività progettuale nel “La coerenza delle contraddizioni” a cura di Cesare De Sessa, Ed. Kappa.

Per Diatomea.net scrive nella sezione I’m ARCHI.

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Note

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