Preziosità guerriere – I “gioielli” dei samurai

Gli oggetti preziosi dei samurai: l’importanza dell’eleganza e della raffinatezza nella ricerca estrema del dettaglio prezioso, nel contesto della gestualità rituale.

di Giusy Baffi

In Giappone, fino al 1868, vigeva una politica fondata su un sistema centrale rappresentato dalla figura dell’Imperatore e una gestione feudale del territorio basato sul potere conferito dall’Imperatore stesso agli shogun o reggenti.

I samurai erano guerrieri attivi che combattevano  per proteggere il loro shogun mettendo a repentaglio la loro stessa vita.

Essi appartenevano alla casta nobile e colta, occupavano una posizione importante all’interno della società e tutti coloro che si trovavano sotto di loro erano tenuti ad obbedirli e a rispettarli.

Nell’eseguire il proprio dovere seguivano una filosofia nota come “la via del samurai” o “bushido” codice di condotta  basato sul concetto d’onore affiancato dalla fedeltà al proprio signore.

Hokusai – The Warrior Trilogy – 1850 ©

Scrive Yamamoto Tsunetomo, (1659 – 1721) militare e filosofo nel suo Hagakure, il Codice dei Samurai: Il samurai dovrebbe essere un uomo di gusto eccellente ovvero estremamente affascinante”

La spada

Il detto secondo cui “la spada è l’anima del samurai” riassume perfettamente il rapporto che legava un guerriero alla sua arma.

Il samurai veniva iniziato allo studio dell’uso della spada dall’età di cinque anni, in un continuo e costante perfezionamento.

Con un fortissimo valore simbolico, la spada era il distintivo della classe sociale d’appartenenza, uno strumento da guerra, un’opera d’arte.

Rinunciare alla propria arma era come rinunciare alla vita.

Un samurai non possedeva altra ricchezza che la sua spada portata in coppia: il katana, spada lunga ed affilatissima usata per l’esterno e il Wakizashi spada  corta, usata anche come coltello per il suicidio rituale e che veniva sempre indossata. La coppia delle spade è chiamato daisho.

Katana e Wakizashi ©

Le spade erano realizzate con acciaio della migliore qualità. La spada restava immersa nel calore della fornace per diversi giorni per poi essere battuta e ribattuta in modo da risultare affilata al punto di poter tagliare la testa di un uomo con un colpo solo.

Ogni spada aveva un cuore in metallo morbido avvolto da un metallo più duro i cui bordi venivano temprati fino  a raggiungere la massima durezza; la lama quindi era tagliente come quella di un rasoio mentre  il corpo della spada garantiva la massima resistenza e affidabilità.

La fabbricazione della spada era considerata un’operazione sacra, forgiare queste lame era un’arte, le spade migliori erano firmate e addirittura battezzate con un nome.

Katana e saya in avorio inciso XIX secolo ©

Ma erano le parti accessorie alla lama le vere “vanità” dei samurai.

Mentre per la guerra queste dovevano risultare essenziali e utili, in tempo di pace riflettevano la natura e l’ostentazione dei loro proprietari.

Le lame potevano “vestire” montature da guerra, da riposo, da cerimonia, è facile riscontrare montature di epoca posteriore alla lama, proprio perché suscettibili alle mode.

Katana

Il fodero (saya) ha il compito importantissimo di proteggere la lama non solo dagli urti ma anche dall’aria e dall’umidità. A tale scopo esso viene laccato facendo entrare nella costruzione dei “fornimenti” una categoria di artigiani famosi ed apprezzati: i laccatori.

La lacca che viene stesa sul legno del saya è la stessa che viene usata ancora oggi. Si tratta della linfa di una pianta (rhus vernicifera) e viene applicata a strati successivi, dai 75 ai 130.

La durata dell’essiccazione, da cui dipende la penetrazione nel legno, va dai due ai quattro anni.

Ciò basta a far capire quale importanza venga data alla protezione della lama.

Sia il fodero che l’impugnatura erano in legno di magnolia, sull’impugnatura veniva avvolta, in diversi stili, una fettuccia che aveva la doppia funzione di miglior presa e di assorbimento del sudore.

Impugnatura e tsuba ©

Altra parte importante della spada è la guardia (tsuba), quell’elemento di metallo che separa  la lama dall’impugnatura, un disco in ferro.

Di forma circolare o quadrata era inizialmente forgiato dagli stessi armieri e forgiatori di spade, ma durante tutto il periodo Edo (1615-1867) divenne opera degli artigiani e degli orafi che si sbizzarrirono nel creare nuove leghe sempre più preziose con la superficie incisa e riccamente ornata da racconti mitologici, religiosi, rappresentazioni simboliche e naturalistiche, dei veri e propri capolavori di arte applicata.

Tsuba ©
Tsuba ©

 

Gli oggetti sospesi

Giada, corallo, ambra, avorio, osso, corno, lacca, porcellana e poi ebano, magnolia, camelia, bambù, canfora, bosso, cipresso, metallo: sono questi i materiali scolpiti o incisi di cui sono fatti i netzuke, bottoni che fuoriuscivano dall’obi, fascia usata come cintura del kimono, ai quali erano appesi, per mezzo di un cordoncino di seta una serie di piccoli accessori  che dovevano supplire alla mancanza di tasche dei kimono.

Questi oggetti sospesi sono chiamati sagemono e avevano una funzione pratica essendo i contenitori per tutti gli accessori utili alla vita quotidiana: portamonete, porta-medicine, custodie per pipe e tabacco, porta-sigilli, porta-profumo, completo da scrittura.

Busta e tubo per il tabacco con Netsuke di perla d’acqua dolce. XVIII secolo – Metropolitan Museum – New York ©

Gli inro sono delle piccole scatole da uno a sette comparti sovrapposti e tenuti insieme da una piccola corda, erano portati sul lato destro del corpo. Concepiti inizialmente come porta-medicine, divennero in seguito dei veri e propri status-symbols da esibire. Realizzati prevalentemente in lacca o in avorio  la loro superficie si prestava a stupefacenti esecuzioni artistiche.

Inro laccato e dipinto con netzuke en suite,  XIX sec. Christie’s New York ©
Inro laccato e dipinto firmato Zeshin, XIX sec. Christie’s New York ©

 

Gli stessi netzuke avevano spesso una doppia funzione, sia pratica che decorativa, troviamo netzuke in avorio che fungevano da sigillo utilizzato per convalidare atti legali, autentiche per pitture, stampe e altri oggetti di valore artistico, altri  scolpiti con i segni dello zodiaco, animali, figure mitologiche, figure religiose legate allo Shintoismo, al Taoismo e al Buddismo, altre ancora legate ai miti e alle leggende del Sol Levante.

gruppo di netzuke fine ‘800 Christie’s Londra ©

Sia i netzuke che i sagemono si prestarono ampiamente, dal XVIII secolo in poi, alla fantasia, estrosità e abilità dei carvers, intagliatori ed incisori specializzati nella lavorazione dell’avorio, del legno, del corallo.

netzuke in avorio attribuito al carver Ryūsa secolo  XVIII – Metropolitan Museum – New York ©
netzuke in lacca rossa – Sec. XVIII – Metropolitan Museum – New York ©

L’epilogo

L’era dei samurai e la fine del dominio delle caste guerriere giunge al termine  del periodo Edo, quando il vecchio sistema feudale con il suo Shogun è sostituito dal nuovo governo centralizzato dell’Imperatore Meiji che inizia un profondo programma di riforme modificando la struttura economica, politica e sociale del Paese.

I samurai perdono prestigio sociale, si trasformano in burocrati e la loro spada viene usata, ancora per poco, solo per scopi cerimoniali fino a quando, nel 1877 anno in cui tentano di rovesciare il nuovo governo, non sono più autorizzati a portare la spada in pubblico.

Ideogramma samurai ©

 

 

Tutte le immagini sono state prese da internet, libri e cataloghi e possono essere soggette a copyright. L’intento di questo blog è solo didattico e informativo.

@copyright: Giusy Baffi 2011

 

Note biografiche sull’autrice:

Giusy Baffi si occupa di antiquariato con la qualifica di perito d’arte nell’ambito di arredi antichi, ha collaborato con diverse testate di settore scrivendo numerosi articoli inerenti l’antiquariato e con una sua rubrica mensile dal titolo “L’esperto risponde”. Ha al suo attivo la pubblicazione di due libri.
La sua passione è la fotografia, vincendo il concorso fotografico Unicredit/Corriere della Sera 2013 e con pubblicazioni di sue foto su prestigiose riviste e quotidiani anche internazionali, sul libro “E poi la luce” edizioni Fioranna, su calendari animalistici e su alcuni siti professionali. Ha partecipato a diverse mostre fotografiche collettive sia nazionali che internazionali ed una personale.

 

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